La danza oscura, l’instancabile alchimia di Gianpaolo

Gianpaolo G. Mastropasqua: Danzas de Amor y Duende,(EnkuadresEditorial, Valencia 2016, pp.143)

di

Anita Piscazzi

Cantami, o musa del multiforme duende che mai dorme e che si veste da creature spaventose e angeliche spesso demoniache, da primitive galassie minerali, da suoni e disarmonie danzantiche ballano alla vertigine, al bando neon dell’orribile che muove verso l’abisso di ultimo smarrimento e di primordiale estasi, in cui i tormenti, l’esistenza, l’amore si dissolvono nel cantejondo pieno di grida e di silenzi.“Tutto ciò che ha suoni neri ha duende” diceva Lorca, l’induendato cantore andaluso che a questa forza misteriosa e oscura ha immolato il suo pensiero poetico dopo aver ascoltatole Siete canciónes populares españolas di Manuel De Falla, amico fraterno. Ma cos’è questo suono nero, sordo che brucia? Dov’è? È il vento che ha gelato i piedi di Francesco in una piazza di Assisi, è il semitono alterato di Gesualdo da Venosa, è la fuga delle voci bachiane, il trillo demoniaco di Paganini,il pianto della chitarra di Segovia, la paloma feritadi Veloso, l’amore di Teresa, la santa flamenca, quello non corrisposto di Giovanna la Pazza sepolto sotto il marmo di Granada, la malinconia di Cartesio che se ne andò a sentir cantare i marinai ubriachi, è il canto delle troiane, è il lamento delle prefiche griko-bizantine, è la seguiriya flamenca strozzata,il passo arabo gitano delle ballerine di Cadice,è la cantadora Argentinita, è il sangue che ha buttato Ignacio nell’ora della corrida tremando al nero del toro.Si sa solo che il duende parte dai piedi di chi si sente sotto la pelle del toro. E dunque, è la Spagna di Lorca, quella del sud aperta alla morte, dove la morte stessa è spettacolo nazionale e investe tutto, l’uomo, i santi in processione, le danze, gli animali.

È alla ricerca di questi estremi, di questa forza oscura che Gianpaolo G. Mastropasqua, poeta, musicista e psichiatra nato ai piedi della murgia barese e vissuto per diversi anni in Spagna,ha dedicato l’ultima fatica poetica,Danzas de Amor y Duende per i tipi Enkuadres di Valencia in edizione bilingue, italiano/castigliano con la traduzione di Francesca Corrias e Julio Pavanetti.

Il numero sette fa da insistente e quasi magico basso continuo alla raccolta,a mo’ di danza andalusa ritorna a ritmo convulso e ossessivo. Il volume composto in quattordici anni, sette per due,è formato da sette sezioni:Danze minerali, Danze vegetali, Danze animali, Danze del duende, Danze spirituali, Danze legibus, Danze deum. Queste ultime rappresentano i sette piani dell’esistenza. Ogni piano è aperto dal setticlavio, daisette nomi degli arcangeli, dasette chakra, da sette vocali gnostiche, dai sette pianeti, dalle sette note musicali, dai sette giorni della settimana, dai sette gradi della scala musicale,dai sette metalli simbolici e dalle sette lettere alchemiche.

Siviglia è il fulcro magnetico dell’opera dove tutte le presenze ritornano anche dopo millenni: “Siamo già stati tremila anni fa/portavi la stessa armatura, ricordi?/Gli stessi occhi nelle stesse mani/le vesti danzavano nell’autunno/eri proprio lì, nella stessa pietra:/caddero gli eserciti, come sempre/mancava il vento propizio, la luce”. La vis poetica dell’autore è alimentata dall’alchimia di una fiamma visionaria: “Sulla fronte della materia mai ferma/che impercettibilmente ti sovrasta/come un’arcaica madre ossessiva/io bevo gli albori di ogni età come/un randagio ferito dalle bestemmie/dei palazzi, mi fingo morto/nel tuo odore di antimonio puro/per rifugiarmi nella tua profezia”.

Comeuna malebolgia dantesca, quella di Mastropasqua è infestata da: saltimbanchi, erboristi, fabbri, eretici, pezzi di labbradi Maiorca, da fiamme e dalla seduttrice che: “Si ciba di polvere e di tarli/di vecchie caldaie d’organici affanni,/va per mostri di carta e dimora/la soffitta che nidifica ha più segreti/dei suoi abitanti,/li studia a volte/pesa cellula per cellula, giudica la fine”. Le parole sono venti di scirocco che sbattono contro i vetri nell’ora catalana quando: “Facemmo sogni definitivi e volgari/come figli o feti dalle vetrate/alzammo mondi circolari, tombe/a orologeria,[…]E il mio amore giocherà a carte/con la morte, senza barare/tra le bare, amore amore/cosa rubo se non il tuo nome?/Ci stenderemo nel fiato delle strade/nelle volte delle chiese che respirano/[…] come minerali,/come michelangeli d’aria tra le arcate”.

Il duende danza sulla lama di un coltello, tra equilibrio e follia, tra ribellione e rassegnazione. Il duende è silenzi. Il duende non è piacere ma dolore: “Mi hai chiamato dalla casa dei falchi/prima che lanciassi il mio corpo sterminato/in pasto all’aria, prima che nutrissi i miei piccoli/con l’ultimo sangue, […] E sono giunto al passo perfetto/nella danza di un dio ferito a morte/fino alla fine ti chiederò di sposarmi;/la musica era una mischia, spostavo/i corpi per farmi spazio, per bere/dalla tua bocca il nettare all’inferno,/[…]Ma tu non avevi più un minuto, un battito,/ho baciato l’universo,sono caduto./[…]hai legato/i capelli alla luna, non eri più tu, notte”. E dunque, non è una sequenza di armonie o di cadenze buttate lì per incantare l’orecchio, ma il vero duende è fatto di voci lacerate che fanno male, anzi che feriscono: “Tu sei la mia anima e mi tocca/vivere senza, come una tomba/che cammina, un vizio vuoto/Nessuna creatura comprenderà mai/i tuoi cento travestimenti, il respiro,/la strage dell’amore e del dolore/a ore, in quale celeste cantano/la tua voce di violino in fiamme?”.

È il contrappasso che tocca espiare al poeta: “Domani avrai i miei tarli nel ventre/capirai le nuvole ingobbite degli spazi/pioggia giocherai tra i fulmini umani/cavalcando senza tempo né nome/[…] non avrai/forma alcuna,ma parlerai in sillabe/di geometrie morbide,ombre sparse/[…]per vivere bisogna andare all’inferno/con un solo biglietto d’andata/e risalire, lenta/mente, a piedi”.

Ma eljondo doloroso si traveste di mille volti per rinascere a vita nuova: “Ti ho visto camminare in via Saragozza/prendere il largo con passo svelto/e scomparire nei capelli ricci della notte/che danzavano e ridevano come foglie/[…]tu alemanna, spagnola, belga,italiana/tu slovena, danese, francese, indiana/Anka, Thasala, Noemi, Suemi, Maria/Macarena, Ramona, Rachele, Zamora, Chiara/eri povera e bellissima come una foresta estiva/lussuriosa e schiva come l’oceano in tempesta/tu madre, fidanzata, figlia,[…]tu bionda, nera, rossa, castana, gitana, tinta/tu bianca, tu orientale, lappone come la neve/e io non potevo che amarti tra gli angoli/dell’incomprensibile”.

Una folla di creature immaginifiche emerge dalla lente visionaria dell’autore a ricordarci che la poesia è una e molteplice, volatile e millenaria, malinconica e viva, nuda come l’amore, come: “un canto che beve dalle sorgenti/del canto, nella notte passionaria/dell’Andalusia estinta, dove ti cerco/buiosangue nell’arena immobile./Tutto il tempo, tutta la vita, racchiusa in un bacio, tutto da allora fino a qui/dove le parole muoiono sulle labbra/e il respiro si unisce alla storia”.

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