“La contadina” di Giuseppina Biondo

di Alessandro Pertosa

Giuseppina Biondo, La contadina, Puntoacapo 2020, pp. 72

C’è un candore non comune ne La contadina di Giuseppina Biondo. Un candore che spinge lo sguardo sulla vertigine dell’uomo e delle sue domande. Pagina dopo pagina, quella freschezza aurorale dei versi si intreccia alla parola sospesa nel vuoto di un respiro strozzato. Sospesa nel vuoto di un amore che sembra perdersi sul più bello; di una vita che scompare nel fumo di un sogno, pronto a farci restare senza respiro.

La prima sezione del volume si intitola Amore. Che come è noto è il tema originario della poesia di ogni tempo, che dice da sempre due cose: mi manchi e si muore. Mi manchi e non voglio. Si muore e non voglio. Mi manchi è come dire ti amo.

Amore e morte, sin dal Cantico dei cantici, sono le due colonne portanti, i pilastri che sorreggono il frastornante naufragare dell’esistenza. Amore e morte hanno la stessa forza, la stessa sorte. «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore», canta quello strano pastore errante. Forte come la morte è l’amore. Ovvero: dove c’è amore non c’è morte. L’amore resiste alla morte. Resiste finché può. Ma la morte è inesorabile e spazza via il residuo della vita, che non vuole morire, e che tuttavia soccombe.

Giuseppina Biondo, con uno stile frizzante e originale - fuori da schemi precostituiti - mostra il fuoco indicibile e frastornante dell’amore. Mostra la fiamma che ci tiene in vita e ci sconquassa l’esistenza. Certo, non spiega l’amore. Non potrebbe d’altronde. Ma lo mostra in tutte le sue tensioni, in tutta la sua poliedricità. Tensioni fra tra il presente e l’eterno; tra l’«istante» in cui si consuma la passione e il «per sempre» che dura, che vuole durare.

Nel leggere questi versi d’amore, mi tornano in mente due canzoni che amo molto. Canzoni che nella loro radicalità dicono due verità dell’amore inconciliabili, contradditorie, ma entrambe vere. Vere nonostante si neghino a vicenda.

La prima canzone è di Sergio Endrigo e si intitola Io che amo solo te. È una canzone struggente, in cui l’innamorato dice alla sua bella che ha occhi solo per lei e per nessun’altra:

C’è gente che ha avuto mille cose
tutto il bene tutto il male del mondo
io ho avuto solo te
e non ti perderò
e non ti lascerò
per cercare nuove illusioni.

La verità di questi versi sta nel cantare l’amore esclusivo. L’amore che dura una vita, per sempre, senza concedersi deviazioni.
La seconda canzone, altrettanto memorabile, è di Jacques Brel, e si intitola La chanson des vieux amants. Brel canta un’altra verità e ci dice che il suo è un amore splendido, dolce, ma che non dura, perché non può durare:

Mio amore.
Mio dolce, mio meraviglioso amore,
dall’alba chiara finché il giorno muore,
ti amo ancora sai, ti amo.

Brel ama intensamente. Ama in un solo giorno, dall’alba al tramonto. Sa che l’amore non resiste; si concede delle pause e a volte delle deviazioni (So che hai avuto degli amanti, bisogna pur passare il tempo / bisogna pur che il corpo esulti. / Ma c'è voluto del talento per riuscire ad invecchiare /senza diventare adulti); perché l’amore brucia e si consuma.

Qual è dunque la verità dell’amore? È quella cantata da Endrigo? È la consapevole affermazione di un «per sempre» a rendere viva la passione? O invece è più vero l’amore di Brel? L’amore che sfiamma e scintilla, che si perde nel giro di un giorno, ma lascia una traccia indelebile nel cuore; un vivo ricordo, insieme a una nostalgica amarezza?

Endrigo e Brel mostrano questa tensione irresolubile. Quando si scava nel profondo dell’anima; quando si giunge al centro della realtà umana, scopriamo che il contrario di una verità può essere un’altra verità. E di questa sublime tragedia è pienamente consapevole Giuseppina Biondo quando scrive:

Vuoi il mio caos da mettere in ordine?
Prova a controllarlo, mi piace l’idea
di cederne finalmente il peso.

Sono versi in cui l’amante si concede all’altro. E quel «finalmente», quel cedere finalmente il peso, sembra quasi ammiccare a un «per sempre». È come se dicesse: «ebbene prendimi, sono tua; rimetti in ordine la mia vita».

Ma è il tempo di un attimo. Perché la Biondo sa che l’amore non resiste, è un lampo scagliato in un baleno:

Questo amore è solo un amore che non riesco
a distinguere.

Non promettermi amore eterno,
non farmi promettere il per sempre.
promettimi che sarà solo per un po’,
che staremo insieme solo per un po’.

L’amore dunque finisce e muore. E la morte è il tema centrale della seconda sezione, che si intitola Metamorfosi e distrazioni.
In queste pagine, emerge la figura della contadina. Della donna che opera con le mani, che tocca la terra, che plasma la vita. E la contadina è l’alter ego della Biondo. Anche lei - contadina della poesia - plasma le parole e informa un mondo, che prova a resistere e non vuole finire.

«L’idea di essere mortali è insopportabile», scrive. E proprio da questa consapevolezza, la giovane poetessa muove e si ribella, provando a lasciare una traccia, un segno: forse vano. Come ogni gesto, ogni fatto umano.

Ed è la chiusura del cerchio.
Amore e morte, ancora una volta, legati in un unico volume; legati alla stessa sorte: in balia - delle onde tempestose - della poesia.

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