La colpa al capitalismo di Francesco Targhetta

di Rossella Pretto

«Vorrei dire: in quella casa senza bellezza, lontani per qualche ora dall’orizzonte basso del lavoro, il desiderio di parlare un po’ di quello che è accaduto, di ascoltare, di rallentare il tempo prima del sonno, per stare ancora assieme, ora, vorrei dire, siete nel punto più alto. E non c’è vertigine più grande di quella di sentire di esserci».

(Giuseppe Munforte, Nella casa di vetro)

È una casa sulla tangenziale milanese, con le auto che sfrecciano o ronzano sbattendo invelenite per entrare nell’alveare che sembra ormai inaccessibile. Qui, la morte dell’autore è completamente agita. È una voce, un’anima prematuramente scomparsa e che ora può solo guardare tentando di ricostruire attraverso le parole (e guarda caso gli interventi lirici sono corposi) una bolla attorno alla casa dove i suoi cari continuano senza di lui. È un io-nessuno che scorre nella sotterranea «come ombra feroce sui metalli [...], affondando verso il mezzanino dentro il popolo lumaca che alza le sue mille teste e le ritrae ritmicamente, respirando, sfiorate dai liquidi bagliori dei neon. Un uomo, un marito, un padre che rimane ancora vicino a quella casa rombante partecipando della vita che dentro si svolge. In un palazzo operaio che si apriva a ventaglio, rosso e bruno, […] dal quale affioravano sbarre ruggini e travi scure, come costole a fior di luce di un corpo esangue e potente.

Quello che ho sempre ammirato in questo libro di Munforte è la capacità di accendere le sue dita dall’interno, come lucciole che sappiano illuminare anche la materia più grezza, accarezzandola. Questo per dire che ci sono diversi modi di declinare la periferia. Quella geografica e quella dell’anima, intendo. E non tutti parlano di strappo e asfissia da convulsione. Ci può essere cura e molta grazia.

Francesco Targhetta trova dieci modi per provare a dire un dolore minimo, il grado quasi zero di quell’aggricciarsi di pelle che va scomparendo, ancora dà segni di sé ma intermittenti. Dieci modi come le sezioni composte di poesie e poemetti, per lo più comparsi su riviste nei tredici anni che separano La colpa al capitalismo (La nave di Teseo 2022) dal precedente libro di versi (I Fiaschi) - se si eccettua il romanzo in versi del 2012 Perciò veniamo bene nelle fotografie e la plaquette del 2014 Le cose sono due.

E dunque iniziamo. E iniziamo dalla poesia eponima che dispone all’accettazione di una realtà sulla scorta dell’io femminile che sussurra e dice che, data la colpa al capitalismo, non rimane comunque innocenza, ché quella va solo a «ciò che non è uomo».

Resta la resistenza, un dissenso che si esplica nell’amore folle per le cose tristi, una confessione impudica che pur tuttavia non esclude la solitudine – «è troppo spessa la sua trasparenza». È un sogno di sottrazione nel dubbio che niente valga, ma che non sceglie la deriva. Quanto manca, poi, è soprattutto l’amore, è ciò che non permette all’essere umano di compiersi. Manca l’incoraggiamento. E allora si fa un tentativo, si cerca un’«ipotesi di Grazia», nella tachicardia che è pacchetto di default della vita, l’ansia per una connessione che non si discute, l’apparire o il plagio nei confronti di chi ha successo, un velo sottile arruffato di impegni che separa da quel dolore minimo e anche dall’Altro - da un altro genitore, per esempio, come nella “morte seconda” dove alla riunione scolastica un padre non riesce a sentire di poter condividere qualcosa, come quando era bambino, e la solitudine dipinta da Hopper lo accompagna fino all’arrivo a casa: «Ed è poi con viso di pietra / che vai a sbattere sul cuscino, / il sonno pesante sul petto, / il mattino già bianco / pronto a salire dai fossi».

La città, la separazione, l’isolamento.

Un po’ quello che ci ha mostrato Olivia Laing in quel bel libro (tra i tanti suoi belli) che è Città sola, dove non a caso parla di Hopper e poi di New York, di quel senso provato di quarantena senza fine nell’insonorizzazione di una vita sociale piena.

Cercata e fuggita in Targhetta. Temuta. Per «la puzza violenta dei vivi». E in “Hikikomori’s haiku”: «Si è chiamato fuori / chiudendosi dentro: / il suo atto di fede / un appartamento».  Eppure…

Eppure è largo lo sguardo del poeta: «Ma non puoi fare a meno di cercarli / ovunque / e di amare quel vuoto strano / dove dovrebbero essere / e non sono». Eccola la comprensione. Per tutti. Ché Targhetta non parla di una classe sociale in particolare, ma di coloro che decidono di «vestire il degrado di un proprio eldorado / e non dover così farsi carico/ del bene collettivo» (“Tiziano tra le bandiere”). Tanti. Tutti quelli che provano un disagio e «un solidale senso di affetto / verso ciò che non piace a nessuno». Ecco allora che «Purché soli è possibile una sera / alle cose riconoscere bellezza».

Raccontare un microcosmo, raccontandone tutti i particolari. Con un amore senza macchia che si apre veloce. Come nel libro di Munforte, così luminoso. Si obietterà dicendo che lì c’era una casa e la poesia di Targhetta ingloba invece tutto un ambiente, una regione, come uno sfondo su cui si proiettano le ombre di quelli che riconosciamo come uomini, ma quasi sul punto di svampare. Non perché la dignità sia altra o altrove, ma perché uomini dalla voce così flebile che ormai si fatica a udirla. E chi non ha voce sparisce. Chi non parla, chi non nomina il suo mondo e sé stesso è condannato all’emarginazione e poi all’inesistenza. Ecco perché questo libro, anche per questo: per permettere ancora al loro verbo, al verbo di quelle creature di alzare un po’ il volume e farsi appena più distinguibile. Lo strumento della poesia contribuisce allora a dare dignità nell’epoca del bercio, dove lo sconfitto rancoroso grida tanto forte da coprire tutto il resto, la terra tutta, in un urlo che allenta qualsiasi vincolo di fratellanza e di ascolto, soprattutto di ascolto. Dire la fragilità con accortezza. Con i guanti con cui si dispongono i vetrini sul panno, quei vetri che, frapposti tra gli occhi e il mondo, aiutano a guardare e accorgersi di un tu che rallenta sempre un poco. Fino a fermarsi, gli occhi spalancati in quelli dell’io che è disposto a restare. È lì, dunque, che, tra le altre cose, si può «vestire il lutto con dolcezza, / provarci / almeno».

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