La Caccia Spirituale di Massimo Morasso

La Caccia Spirituale di Massimo Morasso

La caccia spirituale di Massimo Morasso (Jaca Book, Milano 2012) è una raccolta sul senso, sul significato ultimo di tutte le cose. Il poeta indaga il reale senza indugi, con il coraggio dell’uomo maturo (e non per anagrafe sia intesa la maturità), disponibile alla comprensione, cioè ad essere dentro la realtà, il mondo, a sentirsi parte di esso e allo stesso tempo più del mondo stesso, della stessa natura (diversamente si rischierebbe un panismo il cui esito sarebbe pur sempre un fallimento dell’umano). Un desiderio di emancipazione dal limite, uno slancio filosofico (cioè sapiente) dei versi ci orienta alla lettura di una raccolta che si impone con piena dignità come un’opera di largo respiro e di orizzonte ampio. La poesia è sempre una questione di orizzonte, di echi, infiniti rimandi. Con Morasso siamo difronte ad un poeta che investe tutto sulla possibilità di un significato, e questo rinfranca il lettore, rigenera il rapporto con il reale, aumenta la percezione di sé, del proprio inestimabile valore. È evidente che La caccia spirituale è il risultato di un infaticabile lavoro non soltanto letterario ma, evidentemente, esistenziale, come è ovvio che sia il lavoro di ricerca di un poeta ( al di fuori di ogni sperimentalismo fine a se stesso o nichilismo che rattrappisce il lettore destinandolo ad un inevitabile rifiuto per la parola in forma di verso, come è già accaduto alcune generazioni fa con i Novissimi, ad esempio). Questo di Morasso è un libro sull’arché, sul principio generante tutte le cose, sull’intesa commossa (com-patita) con il reale perseguita fino allo sfinimento e che diventa in poesia sincerità della parola, limpidezza del verso, dettato teso nella sua sicura compostezza. È sua preoccupazione “parlare delle cose, / le più semplici”, soffrire le parole per “darle un riparo all’altezza delle lacrime”, rimanere vigile per individuare  quella “venatura / del globo che risuona / nell’opera di Dio”. Morasso è un poeta dei segni, delle minime cose che chiedono a noi uno sguardo; per esistere chiedono a noi di essere guardate, di prendercene cura (“Ora comprendo questo / avere cura del poco / di qualche oggetto in cui sostare / come davanti a specchi del nostro sentimento”). La caccia spirituale è un’opera importante perché interroga il lettore sulle questioni fondamentali dell’esistenza, accende domande antichissime e, perciò, sempre vere. È questo lo spessore a cui molta letteratura oggi dovrebbe aspirare. Non può esserci poesia, e arte in generale, senza questa tensione al vero, senza una simpatia per il proprio destino e il destino del mondo.

Francesco Iannone

 

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