L’ omaggio di Augusto. Per A.M.Ripellino

Angelo Maria Ripellino: contro ogni previsione

di Augusto M. Ficele

Non è questione di emozioni. Si impazzisce e basta, urtando la testa e trovando il buio. Quindi vi consiglio di non leggerlo, avere a che fare con qualcosa che ti mette in ginocchio senza bisogno di pregare, comporta solo un’ammissione: è uno dei grandi, se non il più grande.

Ho una serie di immagini che s’inerpicano sopra una vetta ideale, le une cadono sulle altre, come cumuli di feste chiassose e sovrane. Ho in mente qualcuno in grado di scrivere con il fumo, che sappia friggere l’aria senza ruotare la manopola del gas, uno che passa l’intera giornata a tagliare la strada ai giovani, uno che non ha un numero alla porta e che sotto lo zerbino non ci nasconde le chiavi ma un timido elefante. Ho in mente un circo in fiamme dove la massima preoccupazione è non ballare a sufficienza: parrucche, maschere e ceroni schiumano fosforescenti,  menestrelli acrobate venditori di frottole disperati agitano il ventre, balzano come rane, spengono la sigaretta sotto i piedi.

A nulla valgono i pompieri, la notte è una cerniera spietata.

Qui vi parlo di una nuvola che diserta la chiamata al cielo, di stracci e cenci in rivolta contro le camicie stirate, di pugni a stomaco vuoto, di treni fuori binario che stridono laceranti e investono burocrati, di mani che tremano al tirassegno, di voli ad occhi aperti senza contare le piume, di uno spettacolo a cui in prima fila è seduta la morte.

Le poesie di Ripellino ci mettono di fronte allo specchio, d’improvviso il cuore diventa una girandola impazzita e oscuri saltimbanchi iniziano a crivellare gli organi vitali. Ogni verso è una musica precisa che corre su tutta la vertebra, ogni verso è una sommossa senza la necessità di sopprimerla, ogni stortura rocambolesca è perfettamente imbastita sul corpo, tanto da dare un risvolto alle nostre colpe e accenderle di una luce nuova.

Seppur corroso da una malattia estenuante, braccato da una società che lo mette sempre più a disagio con i suoi squallidi giorni, scrive ama svolazza: le armi segrete per la libertà di un uomo le adopera tutte, contro ogni previsione.

Delle sue amate arance siciliane, non ne spreca una contro la studiata indifferenza e la straripante invidia di molti letterati e accademici, consapevoli della sua funambolica potenza espressiva. Del Novecento lui è dentro e fuori, a lato e di traverso, a testa in giù e con la lingua di fuori, amante del nero perché con i giochi di prestigio ha fatto perdere le sue tracce, e noi siamo qui a ritrovarle, magari

“in cima a un perduto scaffale della Biblioteca del Cosmo”.

 

 

Poesia tratta da ”  Sinfonietta ” edito da Einaudi, 1972.

 

<< Figlio d’Uomo, non essere ribelle,

tu che vivi nel folto della sciagura,

tu che il fuoco divora come un sarmento >>.

No, mio Signore io sarò fino in fondo

un rèprobo, un nibbio, un invoglio di corda neraccia,

per spaventare i tromboni, gli imbonitori,

gli archididàscali, i medici da guarir tigna,

i gabellieri, i maestri di varia lectio,

le serpicine, i ciuffetti di smancerosa gramigna.

Rustico fiore di pruno, andrò in Truffia e Buffia,

e da Bamberga a Borgo delle Balle,

sarò spiga di mais nella piana di Cuzco,

spuma di birra a Budweis.

Invece di darmi a speculazioni edilizie,

chiamo vanelli, ventríloquo, in una palude.

Non aspetto proventi da tràffici in Zambia,

tutt’al più prendo in prestito da Hoffman

un vaso d’oro, un piccolo vaso d’oro.

Solitario, in stiffelius, nella notte etiopessa,

accendo doppieri di verde che più non usano,

perché attorno a me si diffonda una spessa

chiarita, un mare oceano di luce.

 

 

Poesia tratta da ” Autunnale Barocco “, edito da Guanda, 1977.

 

 

Come rassegnarsi al termine della morte,

 

si hanno ancora tante e tante

cose da dire, da gridare forte,

quando ti senti ancora un clown parlante,

un augusto ornato di pagliette,

alle cui spalle incalza un cane nero,

uno spogliamorti, un guastafeste.

Devi darti da fare, caballero,

perché ancora risuoni un’alborada

in questo capriccio spagnolo

e nella tenzone più desolata

non smettere il tuo buffo assolo.

Senza troppi riguardi

ti faranno cadere,

ma tu spolvera la tua bombetta, non cedere.

Imperversa, imperversa, prima che sia troppo tardi

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