L’ “Inferno minore” di Claudia Ruggeri

Recensione di Anita Piscazzi

 

L’inquietudine e il male di vivere, fili sottili sui quali l’esistenza cerca di stare in equilibrio, si intrecciano con l’oscuro dell’anima maledetta e orfica di certa lirica salentina che ha tenuto banco negli anni’90 per quasi trent’anni e che fa da malta ai campi rossi e all’arsura di terre abitate da quattro cristi e da quattro diavoli distorti dalle loro fatìe[1] seminate di angoscia e di solitudine.  Così, Claudia Ruggeri, cigno nero di quegli anni col suo “Inferno minore”, ultimo canto graffiante, lamento di uccello colpito, come una Beatrice di periferia fa da contraltare alla maggiore “Commedia” dantesca affondando il biancore del suo fantasma poetico nel pozzo incantato del suo Congedo, testamento dell’inesorabile malessere di Claudia:

Così dal colmo, ormai, nuoce

il dimandar parenze, come

il Distrarsi. Lasciatemi

a questa strana circostanza. Qui

so, con il mio amore, e con chiunque

vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo

è solo il Carnevale. Ahi l’impostura

seguente che riduce che quagiuso nemena.

Quello stesso “abbasso” che mena nello scirocco dove la forza visionaria si attacca ai brandelli della vis automicidiaria e sacrale della poesia per continuare a sentire l’odore della vita. La silloge è divisa in tre parti, il Matto (prosette), l’Interludio  e la sezione Inferno Minore, edita per i tipi peQuod di Ancona dedicata a Franco Fortini al quale, la poetessa salentina, si legò in un sodalizio artistico intenso e con una introduzione di Mario Desiati. La raccolta è una trasfusione di immagini viscerali , che arriva in faccia come una rasoiata a far sanguinare la malanima della sua Ballata:

 

Quanto vorrei avere una lametta

per disegnare

sul tuo stomaco supino

una circonferenza.

Poi alzerei il coperchio

e svellerei

l’estremità inferiore

del tumido intestino.

Piano piano il gomitolo

srotolerei in chilometri

quindi arrivata a Roma

vi salirei in groppa

con la lametta in mano.

Sono figure tormentate e inquiete, angeli terribili, dame, cavalieri e santi divorati e macerati dal loro stesso curvo destino. Come i ricercari di un antico trovatore, la voce di Claudia segue a ritmo i paesaggi barocchi, ruvidi e sbilenchi, che si impongono prepotenti a rovistare le frattaglie dell’anima, ad appiccicarsi  quasi a malachianta [2]sui diversi volti segnati da un’identica maledizione e dal Lamento della sposa barocca:

 

T’avrei lavato i piedi

oppure mi sarei fatta altissima

come i soffitti scavalcati di cieli

come voce in voce si sconquassa

tornando folle ed organando a schiere

come si leva assalto e candore demente

alla colonna che porta la corolla e la maledizione

di Gabriele, che porta un canto ed un profilo

che cade.

Così Claudia Ruggeri, con Antonio Verri, Salvatore Toma sfilano in luminosa trasparenza incapsulata in corpi di parole ritrovandosi in quell’immaginifico “Mocambo”di Sternatia, paesino grecanico della Grecìa salentina infestato dai miti, dalle leggende, dalle streghe e dalle menadi che ballano a ritmo sabbatico ebbre di vino novello a cospetto di quel dio che osa il passaggio all’oltre che non conosce la vecchiaia. Claudia, protagonista incontrastata di un palcoscenico vitale  lacerato fin dentro, nell’oscuro, dove il verso appare sentito fin nei più reconditi meandri di un dolore così immenso e trapelante che la realtà ragione più non trova e sconfina in un filo di fusione con il buio dell’essere fino a far emergere il furore della morte volontaria:

 

Del traghettatore: e volli

il “folle volo” cieca sicura tuta

volli la fine dell’era delle streghe volli

il chiarore di chi ha gettato gli arnesi

di memoria di chi sfilò il suo manto

poggiò per sempre il libro.

La sensibilità della poetessa salentina non era imperniata di malinconia folle o psicotica, Claudia era, piuttosto, un’anima aperta e inerme di fronte alla mestizia profonda, caratterizzata da una costante e inesauribile consapevolezza della vita come incessante commiato. I suoi occhi, come quelli di Amelia Rosselli, di Saffo, di Nadia Campana, di Anne Sexton, di Antonia Pozzi, lucidi e razionalmente acuti nello scorgere le brutture della vita, le ipocrisie e le miserie umane. I versi, che orribilmente stringono al legaccio del trapasso queste poetesse suicide, si fecero carne e voce di un buio colmo di sentimenti atroci e disarmanti, espressione di un’esistenza di inconciliabile estraneità, di perdita, di vuoto incommensurabile, di incomunicabilità. Lacerate da sempre tra un mondo vissuto dal di dentro, sconfinatamente profondo, e un mondo ingiusto, sordo e castrante nella superficie delle cose e delle persone. Dichiarando quanto amore viscerale esse avevano per la vita, che quasi in maniera naturale divenne per loro fonte di creazione e dunque di poesia. Questa immensità che permette di sopportare e sublimare il supplizio e la sofferenza anelando alla vita, è, allo stesso tempo, forte desiderio e ricerca della morte.

 

 

[1] Fatica in dialetto salentino

[2]  Malapianta in dialetto salentino.

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