Kerouac, smisuratamente. Di P. Cagni

Jack Kerouac, Visions of Gerard.

I

Gerard vive e muore. Visions of Gerard. Pagine lontane dalla velocità alcolica dei capolavori. In questo libretto Kerouac ci ha offerto, con lieve e pensierosa tenerezza, forse, la questione centrale di tutta la sua opera. In Visioni di Cody e poi in Visioni di Gerard, Kerouac ha cambiato ritmo: meditativo e dolente (ma le parole restano incrinate, mosse, i segni spezzati) per raccontare le “visioni”, gli eventi attraversati dagli occhi. Kerouac ritrae per sempre suo fratello, che ha smisuratamente abbracciato l’accadere della sua esistenza. Al centro di queste visioni c’è sempre Gerard. Insostenibile la dolcezza, goffa a volte, disarmante. Siamo condotti da Jack Kerouac-Ti Jean Duluoz alla contemplazione di una esistenza misteriosa. Anche noi di fronte a una vita piccola, di un bimbo di nove anni che ha portato nella sua persona l’umanità intera e la sua sofferenza. Gerard che guarda le povere creature di Dio e le vede soffrire, dimenarsi senza speranza nel mondo, in violenza e cecità. E che le benedice. Kerouac guarda il fratello da lontano. Gerard che sta tutto nella sua piccola realtà di bimbo – la casa, la scuola, i compagnetti della classe – e dentro quella piccola vita mostra di non appartenere al mondo. Vi è posto dentro, per consolarlo e redimerlo. Gerard è una presenza misteriosa, che intride di sé gli occhi del più piccolo Jack-Ti Jean. Leggiamo

 

«– For the first four years of my life, while he lived, I was not Ti Jean Duluoz, I was Gerard, the world was his face, the flower of his face, the pale stooped disposition, the heartbreakingness and the holiness […]–»[1]

 

Il mondo intero diviene «lo schiudersi della sua santità, del suo volto»: Gerard chiama a sé tutto il reale per farlo partecipe della sua felicità. Dal letto a cui in fine sarà inchiodato dalla malattia chiamerà gli uccellini fuori dalla finestra, pregandoli di fermarsi, perché non avrebbe fatto loro alcun male. Nella sequenza iniziale del romanzo Gerard raccoglie un topolino caduto in una trappola, per abbracciarne tutto il dolore.

 

«– He could feel the iron snap grinding his little immagine birdy bones and squeezing and cracking and pressing harder unto worse-than-death the bleak-in-life –»

 

E quel giorno, al ritorno da scuola, queste sono le sue parole alla gatta che ha mangiato il topolino, e sono quelle di Cristo al tempio:

 

«Mèchante! Bad girl! Dont you under stand what you’ve done? When will you under stand? We dont disturb little animals and little things! […] ––– wake up, foolish girl! realize what you’ve done! ––– be ashamed! […] I was amazed and scared in the corner, as one might have felt seeing Christ in the temple bashing the moneychanger tables everywhichaway and scourging them with his seldom whip.»

 

 

 

II

Il giorno successivo questa è la sua preghiera: «Together we pray for the Mouse. “Dear Lord, take care of the little mouse” ––– “Take care of the cat,” we add to pray, since that’s where the Lord’ll have to do his work». Parole e preghiere di bambino, pure e luminose, che valgono a inserire il mondo in una misura prima sconosciuta, e possono salvare persino il fondo più malvagio e oscuro di questo mondo. Vertice commovente del libro è la trascrizione dell’Ave Maria nel modo in cui veniva ripetuto dai bambini e da Gerard nella chiesetta del paese, con pause sbagliate, virgole mancate, ma ancora più vera: dicevano «prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte», cioè peccatori ora e sempre. A questo bimbetto, infine, è concessa la visione in sogno del paradiso, della felicità, della bontà  ultima, e il compito di raccontarla. Dirà alle suorine della scuola

 

«“Yes, my good sister ––– dont be afraid my good sister, we’re all in Heaven ––– but we dont know it!” –––“Oh!”, he laughs, “we dont know it!”»

 

III

«Gennaio tetro, Febbraio nemico con le sue dita di ferro e nel petto di agnello». Gerard è sempre più debole, si ammala. Alter Christus, triste lancinante nella distanza. È un segno chiaro, vive di una vita non sua, sospinta da un’alterità a lui intima eppure inafferrabile, in lui nascosta e luminosa. Non si arrende al male, misteriosamente lo prende su di sé. Alter Christus a cui non è risparmiato il «dolore che lo accoltella», il mistero dell’abbandono, di uccellini che si poseranno solo in fine nelle sue mani. Gerard sofferente è, nei suoi nove anni, uomo dei dolori, familiare con il patire, nella sua personalissima storia di assimilazione al Cristo («a little Christly drama»).

Mentre gli uomini di Lowell si perdono nell’ubriachezza, il padre di Gerard e di Jack lotta con Dio di fronte alla malattia del figlio «– Go on, God, dont call yourself God in my face […] we’ll never win –», e si perde anche lui per una notte, esattamente come faranno Jack e i suoi amici nei grandi romanzi successivi (e tutte quelle notti perdute, forse, sono una grande eco di questa originaria perduta notte paterna, la notte in cui Gerard si aggrava).

La seconda metà del libro è la narrazione insostenibile del distacco di Gerard, del suo sprofondare verso l’incontro, finale e dolce, atteso. Jack è l’unico a capire esattamente cosa sta accadendo. Non versa una lacrima, nel lutto inutile dei parenti. Ricorda di aver giocato: «they see me in the parlor imitating Gerard with imaginary talks back and forth concerning lambs, kitties, clouds.», già facendo proprio, provando ad assumere su di sé, lo sguardo del fratello. L’intera carriera di Jack Kerouac è nel nome di Gerard: «in honor of his death ––– for by his pain, the birds were saved, and the cats and mice, and the poor relatives crying, and my mother loosing all her teeth». Fino alla preghiera finale, che ci porta già oltre questo libro: il ritmo aumenta, si avvita su se stesso, Jack comincia a barcollare, fino a perdere Gerard

 

«What you learn the first time you get drunk at sixteen, rugging at old urinaters in Moody Street saloons and yelling “Dont you realize you are God?” […] help me understand that I am God ––– that it’s all God –––»

 

Visions of Gerard è l’intuizione prima di Kerouac: il destino si fa chiaro nella piccola vita, nell’esperienza umana data a ciascuno da vivere. Intride l’esperienza, diventa racconto e preghiera.

 

«––– Now, 30 years later, my heart, healed, is stillwarm, saved ––– Without Gerard what would have happened to Ti Jean?»

 

«In the name of the father, the son, and the Holy Ghost, amen.»

 

Pietro Cagni

[1] Leggiamo dal testo inglese (Jack Kerouac, Visions of Gerard, Penguin, New York, 1991). Altrove le traduzioni sono nostre.

Lascia un commento