Josef Weiss, un ricordo

di Elisabetta Motta

 

Se n’è andato all’età di 76 anni mentre era al tavolo da lavoro nel suo atelier, nel cuore di Mendrisio, l’editore Josef Weiss. Questo era per lui un luogo di vita e di lavoro dove trascorreva le sue giornate dedicandosi alla rilegatura e al restauro di libri d’arte, alla stampa, alla grafica e all’editoria, realizzando con la collaborazione della moglie, pittrice, i suoi “piccoli gioielli”, amati e ricercati da bibliofili e collezionisti.
Weiss era un uomo mite e gentile, misurato nei gesti e nelle parole. Amava il silenzio ma gli piaceva anche chiacchierare e intrattenere chi gli faceva visita con riflessioni filosofiche, regalando piccole perle di saggezza sulla vita e sull’arte. Il suo laboratorio era un «“monastero laico” – come diceva l’amico editore Alberto Casiraghy – che conservava il fascino di botteghe d’arte di un tempo, dove ci si incontrava per condividere l’arte, una passione, un’idea, valori e sentimenti».
Sguardo limpido e cuore. Weiss aveva queste doti e le esercitava nella vita e nel suo lavoro che svolgeva con grande passione. Era felice come un bambino intento al suo “gioco” quando pergamene e libri sottoposti ad un certosino lavoro di restauro tornavano “a nuova vita” prima di essere restituiti al legittimo proprietario o trovavano nell’atelier una nuova “casa”. Allora davvero nei suoi occhi celesti si vedeva brillare quella meraviglia che nasce dall’incanto per la conoscenza e per le cose belle date in dono.
Di recente aveva postato sulla sua pagina Facebook parole stampate nel 2018 che ci indicano lo spirito con cui si dedicava al suo lavoro: «Sempre più cosciente delle mie mani come attrezzi dell’anima, lavoro per il mio prossimo, per la sua e mia gioia».
Con orgoglio accarezzava e mostrava i libri presenti nel suo atelier: volumi preziosi e rari, trattati di filosofia, storia, teologia, botanica, codici antichi, pergamene, breviari ma anche gli attrezzi da lavoro, i piombi riposti con cura nei cassetti, i caratteri in legno e la macchina da stampa (modello Boston inventato da William Golding nel 1858) con cui stampava le sue edizioni.
«I libri sono amici che non ti chiedono mai nulla e ti danno tanto», amava ripetere. Il libro era per lui «un oggetto di cui innamorarsi, silenzioso e fedele». Un innamoramento iniziato in età giovanile e continuato poi per tutta la vita.
Nato a Romanshorn, vicino al lago di Costanza, Josef Weiss ha frequentato la Scuola d’Arte a San Gallo ed è proprio lì che, all’età di quindici anni, mentre era in visita alla Biblioteca annessa al convento benedettino, è nato l’amore per il libro antico. «Sono rimasto folgorato alla vista di quei volumi», ha raccontato. Da qui la scelta di dedicarsi a questa attività, spostandosi per l’Europa: Berna, Salisburgo, Augusto, Brighton, La Certosa di Pavia per poi approdare in Ticino nel ’68. Qui dapprima a Vacallo ha aperto un’attività di legatoria e restauro dei libri, poi, a Bruzella, ha iniziato un’attività di editore con il marchio Ascona Press e infine si è trasferito a Mendrisio dove ha dato vita al suo atelier di stampa e rilegatura di libri d’arte.
Dal suo laboratorio sono usciti autentici gioielli come La passione di Cristo di Mario Luzi, opera dipinta su pergamena destinata al pontefice Giovanni Paolo II, Utopia di Tommaso Moro, donata in occasione delle olimpiadi di Barcellona, ai reali di Spagna da Silvio Berlusconi. Alla collana Divan, nata dal desiderio di creare da un dialogo fra Occidente e Oriente, hanno dato il loro contributo il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù e artisti come Mario Botta, Gigi Guadagnucci. Nel 2000 ha realizzato una prestigiosa edizione bilingue del premio Nobel Séamus Heaney. Tra gli artisti che hanno collaborato ricordiamo anche Enrico Della Torre, Giulia Napoleone, Massimo Cavalli, Loredana Muller, Bruno Biffi, Paola Fonticoli. Tra i poeti in catalogo: Alberto Nessi, Fabio Pusterla, Erri De Luca, Davide Rondoni, Franco Loi, Antonio Rossi e molti altri ancora. Trattati di filosofia, storia, botanica e quant’altro usciti dal suo atelier con rilegature esclusive gli hanno valso l’esposizione in importanti musei tra i quali il MOMA di New York, la Biblioteca Centrale Nazionale di Firenze, la Deutsche Nationalbibliothek di Francoforte e Lipsia, la Biblioteca Nazionale Svizzera e la Biblioteca Cantonale di Lugano.
Anche il mondo del cinema gli ha dedicato attenzione, realizzando nel 2012 un documentario dal titolo Il libro deve morire per rinascere a nuova vita, di Lukas Tiberio Klopfenstein e nel 2016 un corto firmato da Silvio Soldini Il Fiume ha sempre ragione che ha fatto conoscere al grande pubblico la sua attività e quella dell’amico Alberto Casiraghy. Un film che restituisce un ritratto poetico e realistico di due artisti-artigiani che hanno saputo andare controcorrente, portando avanti tecniche antiche in un mondo ormai completamente digitalizzato, rimanendo fedeli a se stessi e mantenendo la loro originalità.
Se, come ha dichiarato Weiss in una intervista della RSI “Segni che compongono libri”, il desiderio suo e di tutti è “lasciare un segno”, non c’è dubbio che nel suo caso questo desiderio si è realizzato nel segno della bellezza, della condivisione e di un desiderio rinnovabile. E di questo non possiamo che rendere grazie.

 

 

Josef Weiss con Davide Rondoni

Foto di Elisabetta Motta

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