La forza persuasiva nella poesia di Maria Grazia Calandrone

di Davide Rondoni

 

Maria Grazia Calandrone, Io sono gli altri, Stampa 2009

 
Maria Grazia Calandrone in questo piccolo ma intenso libro edito ne "La collana" de Stampa, a cura di Maurizio Cucchi, ci offre un segno lucente e essenziale.

In una poesia che, come sempre nel corso della sua opera, si concentra a cercare una gloria della vita materiale, come qui avviene anche negli elementi più eterogenei del lavoro e della operatività umana, Maria Grazia ottiene un rilievo e una intensità, su lezione eliotiana, di forte persuasività. Il libretto è breve ma composito, a testimonianza anche dei diversi registri che l'autrice sa impiegare. Ma la tensione è unica, sia nel lavoro linguistico, sempre volto a dare nettezza di risalto alle cose, alle parole e alle idee con il medesimo credito di consistenza, sia nella tensione amorosa e etica che anima i versi.

Il titolo "Io sono gli altri" indica non tanto una spersonalizzazione o una pacifica affermazione ideologica, bensì il senso di una scoperta profonda. Riecheggiando - da lettrice e critica attenta - un famoso verso di Rimbaud "J'est un autre" che indica una radice metafisica, sacra e psicologica del soggetto non come "proprietà" e volgendolo a una dimesione orizzontale di partecipazione e socialità, la Calandrone non mi pare opponga le due dimensioni, anzi le faccia convivere qui cercando la via a una ennesima profondità di quel verso bruciante del mio amato Rimbaud. Non solo smentendo il nichilismo sartriano che negli "altri" vede l'inferno, ovvero il limite per un io egoticamente padrone della vita e della storia, ma scoprendo in una medesima tensione le varie forme di un amore che non ha confini, né con l'alterità a lei presente nella società, né con quella più intimamente e drammaticamente sentita del legame erotico o amicale. La presenza umana colta nel suo abissale valore è protagonista sia nelle poesie dove con durezza si testimoniano lavori crudi, "nella fabbrica muta/ lavoravano impasti pesanti/ su palchi di lamiera", sia dove la carezza si fa, per assenza, "incandescente". Abissalità e valore che viene svelata proprio laddove, come dice una bellissima poesia, "la cerva apre i suoi occhi di miele nel sottobosco", e allora tutto cambia. Non basta più amare la vita "perché sopportavamo che fosse inutile" e ci si accorge che si può (e non si dovrebbe) vivere "accanto alla nostra vita mancata".

La cerva dagli occhi di miele è un simbolo che può forse avere ascendenze bibliche (la cerva assetata è l'anima) ma non importa. Importa un fatto che accade. E che cambia la prospettiva. Fino a scoprire - nel corso di un acquisto poetico che non può non passare pur tra banchi di mercato e di lavoro dall'incendiario Inno all'amore di Paolo di Tarso - lo scandalo: "niente/ nessuno, in nessun luogo mai / è perduto per sempre". Una consistenza del mondo, una sua materia profonda, dove la mancanza è luogo in cui passa la luce, dove il senso non è perfetto e dunque è possibile una umana gioia. Perchè il provvisorio e il morente hanno una gloria. Sono anch'essi una manifestazione e non più solo un dato - come vorrebbe la cultura dei puri dati compulsati da algoritmi.

Con toni e versi che a tratti mi ricordano Testori e Giovanna Sicari, miglior poetessa del secondo Novecento italiano, Maria Grazia arriva a un'opera scabra e luminosa, intensa di vertigine metaforiche e di pensiero vivo. Un piccolo libretto che ha forza potente. E che indica, a troppa poesia concentrata su se stessa o sull'io autoriale, la profonda sfida dello "stare al mondo".

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