Inediti di Gaia Ginevra Giorgi

La voce di Gaia Ginevra Giorgi dopo alcuni libretti d’esordio (l’ultimo dei quali è “Manovre Segrete” per Internopoesia) sta cercando di affilarsi, di essere sempre più precisa e meno seduttiva, di uscire dai canoni più assodati della odiernissima poesia. Sono certo che ne verrà del forte e del vero. Naturalmente, sta correndo tutti i rischi del caso - e questo va a suo onore. Le ho chiesto anche una riflessione sul senso del suo lavoro performativo e la offriamo. 

Davide Rondoni

il mio mestiere ha a che fare con il silenzio
- con il dolore elementare raccolto nelle stanze
: ascoltare l'acqua che gonfia la terra, la luce
che la filtra, misurare a lunghi sonni le radure
saper battere in ritirata. scavarmi un buco nello sterno
ritrovare i fili che mi portano
le radici che mi tengono

*

le sere d'estate mia madre
stava seduta di là come il cielo sta sul mare
e nelle cose del sole, rilegava l'orrore
a uno spazio diverso
alle stanze degli ospedali
dove non mi era permesso entrare

*

le tue apparizioni nuvolose
nella fluorescenza dei bicchieri
svaporano al chiarore
violaceo del risveglio

perché mi fiorisci dentro
a ogni sonno, silenzio
e abbandono

(cresco falena devota alla tua luce di pietra)

come posso perdonare questo tuo non essere più
di ossa e respiro - in stato di carne e declino
come posso perdonare i corpi degli altri
- il mio polso che batte
se io di te non ho che lampi di luce,
lo scheletro intoccabile della tua giovinezza

*

ho perso le braccia - la lingua anchilosata
le caviglie inchiodate al materasso

la verticalità appartiene ai palazzi,
l'orizzonte ai morti e alle figlie impazzite
che pregano e aspettano
la capitolazione del giorno

*

darti da bere non basta più

questo mio sbattere e eternamente
tornare all'innesto dei corpi in amore
questo mio ostinato attraversare
venire da te con le labbra spaccate
a cercare perdono - la nostra bandiera scucita

ti celebro solo sui fogli bianchi
e nei sonni più infantili
ma celebro inciampi e spegnimenti
ti cerco nei meccanismi di penetrazione
e raccoglimento ma ti perdo
nelle camere subacquee degli hotel

per scrivere servono mani immacolate e vuote
darti da bere non basta più

*

bella come un'infanzia giocata
con i maschi nei cortili
ti vedo, amica mia
bella nella tua giacca azzurra
vorrei leccarti i polsi, curarti gli affanni
e benedirti il destino
sei più bella ora che ti hanno segnato
la fronte - dice amatemi
al di là del bene e del male

Io, performer tra Spatola e la pagina. La mia poesia totale.

Non ho iniziato a scrivere versi tutto d'un tratto. Da bambina mi piaceva riempire quaderni e quaderni di appunti, dalla forma del diario (di carattere memorialista - a nove anni scrivevo come se fossi già morta da un pezzo) sono presto passata alla tessitura di racconti in prima persona, poi alla suggestione della prosa poetica, e così, solo infine, al verso. È stato un avanzare molto naturale per me, e intimo, dettato da una necessità profonda e radicata, del tutto slegato da un dibattito esterno. Al primo anno di università, un mio compagno di corso, dopo aver letto alcune mie prose d'arte, mi iscrisse ad un microfono aperto che si teneva in un locale di Via Po il mercoledì sera. Litigammo. Quella sera per la prima volta lessi a voce alta dei miei scritti: lessi male e lessi in fretta come a buttare via le parole così da eclissarmi il prima possibile. Fu orribile ma quel compagno di università è oggi uno dei miei più cari amici, non a caso. Quell'occasione fu rivelatoria per diversi aspetti. Il più importante, in questa sede, è che non lessi rispettando la punteggiatura del testo. Lo scomposi, lo lessi come se fosse in versi e lo feci così, a colpo d'occhio. Il fatto interessante è che solo in quel momento (di lettura ad alta voce) realizzai che le parole che avevo scelto "suonavano", se dette in un certo modo. Iniziai a scrivere in versi. Ci tengo a ribadire che i miei versi sono pensati per la carta - non compongo per l'oralità - ma hanno il dovere di risuonarmi in testa. Quando scrivo sento il suono e in seno al suono delle parole è nata la necessità, assolutamente spontanea, di "dire con la voce". Quando ho iniziato con le performance non sapevo nemmeno esistesse una scena performativa intorno a me, ma mi era fiorita dentro questa possibilità e avevo deciso di indagarla. I miei studi teatrali hanno rinforzato il mio stare in scena, il mio strumento corpo/voce - lo strumento più performativo in assoluto. Contemporaneamente al lavoro sul corpo/voce ho iniziato a lavorare sulla registrazione di paesaggi sonori, con una predilezione per il field recording, sia aereo che subacqueo. Insieme con Sisyphus (nome d'arte del rumorista al quale mi affido per l'orchestrazione ambientale) ne abbiamo osservato le relazioni con i generatori di rumori analogici e con i moderni sintetizzatori. La mia indagine sonora, quindi, ruota più intorno al rumore e al suono, piuttosto che al ritmo, influenzata più dall'industrial, dall'ambient e dal noise piuttosto che dal rap, con l'intento di immergere l'ascoltatore in una sorta di stanza mentale dentro la quale lasciare che si sviluppi la poesia, creando un'intimità elementare e una connessione tra tutte le persone che stanno assistendo alla performance. La forte componente performativa dei miei spettacoli significa però, anche e soprattutto, che nessuno spettacolo assomiglia a se stesso. Mantenendo uno scheletro intatto, una struttura stabile, modelliamo la performance intorno a fattori contingenti come lo spazio, l'acustica e il pubblico. In questo senso a volte è capitato che ci soffermassimo sul beat e quindi sulle poesie che meglio lo consentono.
Non mi sento affatto poliedrica per questo, piuttosto assolutamente settoriale. Mi occupo di poesia e ne studio gli ambiti dentro i quali si può sviluppare e i mezzi che possono veicolarla. Dall'azione del gruppo '63, e dalle teorie di Adriano Spatola (in particolare dalla lettura di "Verso una poesia totale") ho fatto mia la lezione della poesia totale - assorbendola come quello sforzo, quasi necessario, di utilizzare tutti i supporti e le modalità che abbiamo a disposizione per fare poesia. Per cui la voce, il corpo, il suono, e da un anno a questa parte anche il video. Il mio progetto di videopoetry tratto da "Manovre segrete" nasce dopo una riflessione intorno al supporto più potente che esista per la mia generazione: il video breve. Per la realizzazione di questo progetto ho lavorato con un regista con il quale condivido gusto cinematografico e riferimenti letterari. Insieme, in un anno di lavoro, abbiamo costruito tre cortometraggi, uno per ogni sezione di "Manovre segrete" e quest'anno parteciperemo al bando per il ZEBRA Poetry Film Festival di Berlino, e al Langue - Festival della poesia di San Lorenzo. Queste video-poesie (fruibili sul mio canale youtube) hanno inaspettatamente raggiunto anche diversi Paesi del Sud America e l'UNAM (l'Università Nazionale Autonoma del Messico) le ha tradotte in spagnolo. Questo non sarebbe stato possibile diversamente. Lungi dal volere strappare la poesia alla carta, m'interrogo sulla società di oggi e sui supporti su cui si può ancora fare poesia, i limiti entro i quali si può ancora dire poesia

[...] La poesia totale sembra offrire al lettore, non un prodotto definitivo, da accettare nella sua chiusa perfezione, ma gli strumenti stessi della creazione poetica, nella sua rimaneggiabilità. Sia per il poeta concreto che per quello visivo vale il riferimento alla civiltà tecnologica. Le vecchie strutture sintattiche non sono più adeguate al pensiero e alla comunicazione del nostro tempo; sembra necessario, quindi, un gesto totale. Il gesto totalizzante della nuova poesia è sempre un tentativo di coinvolgere il lettore a tutti i livelli, per farne un corresponsabile, un complice. [...]

Gaia Ginevra Giorgi

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