In cerca di parole

Cos’è questo sentimento del tempo nella bellissima e densa plaquette di Antonietta GnerreI ricordi dovuti? Un abbandono, un destino, come scrive Davide Rondoni nella sua prefazione, o la necessità di confrontarsi con le incombenze e l’urgenza della natura e di luoghi radicati nella carne? “Questi campi sgualciti sono le mie radici. / Carne di una strada che mi porta ovunque.”.  La vita si proietta nel futuro, ma si genera dalle radici ben piantate nella terra del passato: “La mia casa è la mia terra”. C’è una perfetta fusione, un’osmosi benedetta tra il corpo e la terra, il corpo e l’albero, la terra e la poesia (“La mia casa è una terra di poeti”). L’autrice è dentro la radice delle cose. Antonietta, sebbene sia una creatura ctonia, saldamente attaccata alla terra (“Il seme va giù nella terra. / Sotto il peso di una dimensione”), una terra dura e compatta come quella d’Irpinia, si espone alle altitudini nella sua verticalità di donna mediterranea che sa bene che la terra ha la capacità di distruggere, inghiottire, sopraffare. La natura per Antonietta, non è solo di tipo agreste e bucolico, è palpitante ed esplosiva. Quella stessa terra è capace di ricucire strappi, di riprodurre: “Il seme copre la paura, / Fino a stirarla tra il gelo. / Batte il sogno della radice. / La pace dell’erba. / Recita nel terreno a primavera.”

I ricordi per l’autrice rappresentano i movimenti del mondo, uno slancio vitale in questo perenne dialogo tra l’interno e l’esterno, tra l’io e il cosmo; e la poesia può trasformare e migliorare la realtà ricercandola e ricreandola. Iricordi sono il tempo presente. E il tempo è nelle cose, è in continua relazione con esse, nel pulsare irrequieto del mondo. Il movimento del tempo che scorre è intrinsecamente presente nei versi della poetessa secondo un ritmo poematicoe una cadenza precisi che ne fanno un libro breve, ma denso e vibrante. Anche nell’acquario dove l’acqua sembra ferma c’è una variabilità, e c’è un fuoco in ogni essere umano che emana energia e che si specchia nello spazio-tempo del mondo diventandone così protagonista, ‘personaggio’, ognuno nel suo silenzio che può apparire rassegnazione, disperazione o assenza della parola e che solo la poesia può restituire, sedimentata o trasformata dal tempo: “Ogni storia che leggo / è contenuta nell’acquario del tempo. / I personaggi ardono in silenzio come veri esseri umani. / Questi assorbono nei loro mutamenti tutto l’ossigeno. / […]  Scavo, ogni giorno, da questa da questa tana magica. / Il ramo più alto della mia immaginazione./ Il ricordo più vecchio della mia vita”.

Tutti i nostri pensieri e azioni, e anche ciò che ci è prossimo,sono condizionati dal tempo. Come sosteneva Heidegger, noi abitiamo il tempo e la poesia è l’origine dell’essere. La poesia è quel passaggio di energia che ci permette di distinguere passato, presente e futuro nello spazio caldo e nei colori di ciò che ci circonda e a cui apparteniamo.Ricordiamo non sono solo le persone e le cose, ma anche il contesto, l’atmosfera, gli odori che ne fanno parte, tasselli delle nostre esistenze che a volte il dolore trasforma in nostalgia, quella traccia che resta nel cervello decide lei quando farsi viva e perché. Un magma emozionale apre i ricordi sulla significatività del mondo. E le emozioni, come i ricordi, sono a colori, hanno forme e mutazioni con cui presentarsi e farsi riconoscere, il verde non a caso è un colore preferito: “Di tutti i colori amo il verde, / l’immaginazione della sua andatura. / La base quando contiene ciò che rimane, / la forma che sfila collane di acqua. /  Dove trovo il verde / il tempo delle cose si ripete. / Si ripete da lontano fino all’inizio dei rami / nel gioco dell’istante. / Dal verde tutto emerge e tutto muta / nel miracolo di un nuovo germoglio”. C’è un mistero da sciogliere che si rinnova e si dona nel ritmo cangiante e colorato della natura.

La natura non sta mai ferma e non può tornare indietro, procede solo in avanti; talvolta si ribella, talvolta ci sorprende e ci ama, e noi non possiamo non amarla perché ci appartiene ed  è necessaria. Il nostro sangue è la linfa degli alberi, essi vivono anche grazie a noi, come noi grazie a loro; l’acqua, così come l’aria e gli alberi hanno e danno vita: “Dallo spogliatoio dei minuti / Sento le mie pupille / Posate sulle sculture degli alberi / Sul marmo dei nomi sconosciuti. // Sono dentro le cose / Nel respiro della luce e del buio. / Sono di sentinella tra i ricordi che danzano / Nell’aria di una pagina.”

La vita è dunque un intervallo, una traiettoria che passa dalla nascita alla morte attraverso le foglie dei ricordi: “Il tempo divide i miei anni in traiettorie. / Già sono in movimento nella nuova stagione. / Tra le tante parti di me che ho seppellito. // Chiamo dal mio stesso corpo la bambina che sono stata. / Per vedere quello che avrei voluto essere. Un’altra donna / uguale e diversa da tutte le donne che sono nate. / Diversa da me. Sono nella vita, eppure nella vita muoio / trattenendo le foglie dei miei ricordi. / Muoio guardando i morti nel sonno, / nel tempo prima dell’alta marea.”Il tempo interiore si identifica con quello esterno dell’universo, rispetto al quale il micro tempo umano è poca e fragile cosa, qualcosa che sbiadisce come foglie sugli alberi in autunno, che lo scandisce e lo misura in base ai suoi elementi e alle sue potenzialità.

La Gnerre è una ”donna in cerca di parole” e di risposte, una donna che crede nella vita e la vive con passione e religioso rispetto di tutti gli esseri viventi, siano persone, alberi, fiori, e che conosce la sofferenza, anche quella presente nei ricordi che sfilano non per straniamento ma per compassione. Laddove il corpo non è solo materia marcescibile ma superficie pulsante, fuoco sacro che arde per vivere: “I ricordi ci guardano, / se ne stanno là, vedi, a pregare. / Ci aspettano nel fuoco delle emozioni con lentezza, / sapendo che questo nostro presente / è più grande, a volte”. Antonietta “non ha mai saputo vivere senza sofferenza” e sente il peso delle generazioni che l’hanno preceduta e l’orma di “milioni di anni dentro la sua mente”. Ma la parola poetica corre a soccorrerla, quella parola che accende il silenzio, ecco perché “una donna in cerca di parole”.  I ricordi possono fare bene o fare male. I ricordi sono dovuti perché necessari a ‘seminare’ altra vita; i ricordi di allora diventano così quelli di ora per trasformarsi in quelli di domani.

 

 

 

 

I ricordi dovuti,  Edizioni Progetto Cultura – Le Gemme, 2015

 

 

 

Antonietta Gnerre vive ad Avellino,è giornalista e poetessa, ha scritto numerosi saggi e articoli, in particolare sulla poesia religiosa del Novecento. Tra le sue pubblicazioni poetiche: Il Silenzio della luna, Anime di foglie, Fiori di vetro, I ricordi dovuti. Organizzatrice di eventi culturali, è presente in numerosi blog letterari  e riviste on line. E’ stata insignita di prestigiosi riconoscimenti. Collabora con la rivista letteraria “Gradiva”, “Poesia”, ed è presidente del Premio Prata.

 

 

 

Monica Martinelli

Lascia un commento