“In arte ci vuole la caina”. Conversazione con Cristiano Carotti

di Flaminia Colella

Cristiano Carotti mi accoglie nel suo studio dietro Piazza Sempione. Ci sediamo sul divano grande e comodo che appoggia sulla parete destra della stanza dove lavora. Subito mi indica le teste dei suoi lupi realizzati in lustro, appese alla parete dietro alla mia schiena. Sono piuttosto arrabbiati, mi sento a casa. Mi fido della ferocia.
Mi racconta della tecnica messa a punto nell’Ottocento per arrivare a quella colorazione iridescente, quella del lustro, appunto. Scoperta per caso. Il forno, mentre cuoce i materiali, viene privato dell’ossigeno e i metalli, a centinaia di gradi, acquistano quelle velature. Son dovute alla scissione delle molecole dei colori, tutto avviene attraverso la pianta di ginestra. Solo con la pianta di ginestra. Una stranissima alchimia. Le iridescenze si tirano fuori a cielo aperto, fuori dal forno, gli spettri di colore diventano madreperla. Poi mi dice qualcosa sulle sue bestie. «Erano la mia furia. Se non hai quella, all’inizio, che ti divora e divora tutto quello che hai intorno, difficile che tu possa resistere, e fare qualcosa di buono, soprattutto. Poi ho capito che i lupi erano miei, ero io, lì le cose si sono fatte difficili». Dipingevo senza sosta, come in preda ai raptus, violentemente, continua. Poi gli chiedo della scultura. La scultura è divenuta la mia casa, è stato come trovare la mia dimensione, mi confessa, il luogo e il tempo in cui soddisfo la necessità di riversare energia all’esterno, scarico la rabbia. Tocco qualcosa, qualcosa che partorisco io, con le mani, o col cervello e il cuore non importa, ma qualcosa cui si può girare intorno, si può annusare.
Dopo un po' di domande e risposte utili per accordarci su una giusta frequenza mi racconta che ha vissuto anni nel giro del “bling bling”, ancora ci fa i conti ma la misura è colma, le ha viste un po' tutte, le vacuità intorno al mondo dell’arte, quelle che ti fanno chiedere se veramente vuoi sguazzare nei vari giretti oppure trovare uno spazio profondamente tuo, continuare ad avere sguardo pulito per farlo. «Me ne vado in Umbria in mezzo ai monti appena posso. La gente non sa più che significa esistere senza essere vista. In un paese, lì in alto, c’è Artaserse, un artista enorme, una specie di Ligabue che regala i suoi quadri al barista, quadri che magari tra cinquant’anni varranno un sacco di soldi. Oppure non li varranno mai. A lui non gliene frega niente. È lì tutto quello che conta». Fa molto caldo, chiedo un bicchiere d’acqua, una penna per appuntare alcuni nomi di artisti preferiti che mi racconta con le mani intrecciate, come in preghiera.
In fondo a lui è andata bene. In termini di tirare a campare mentre crea. Dietro ha persone che lo aiutano, collezionisti che lo sostengono, tra cui Maya, la moglie di Damien Hirst. «È grandiosa». Mi confessa. «Una furia anche lei. La prima volta che l’ho vista scendeva da un motoscafo, urlava, voleva comprare la mia gondola ritornata in vita». Poi mi parla del tir-Golia. Una specie di alter-ego, da quel che riesco a capire, un mostro tirato fuori dall’ombra per guardarlo in faccia. Interamente realizzato a mano. Ecco, quella un’altra opera costosissima, mi racconta. Produrla fu una specie di Odissea, così come la gondola, costata un anno intero di avanti indietro da Mestre all’Umbria, sua terra d’origine, per ridarle vita, rimetterla in sesto per bene. «Poi, alla fine della fiera, hanno comprato la Smart in legno con scritto sopra bonus, non il mio Goliath». Alza le spalle e non aggiunge niente come a dire, “che vuoi fare, la iattura che ti rimane addosso è questa. Non è così facile mandarla via, però”.
«Ma insomma», gli chiedo verso la fine, «cosa cerchi davvero?»
«L’assoluto», mi risponde, e io in un misto di stupore e straniamento sorrido, poi torno seria, mi dico che questo ragazzo ormai grande ha la forza, l’umiltà e il coraggio per dire una verità così. In mezzo al mare di gentina che si dà un tono e si crede Dio, ma in realtà non crede a niente. È più umile dire che ti stai giocando l’anima davvero, piuttosto che far finta di non prendere le cose troppo sul serio. “Hanno fatto fuori il cielo. Come possono pensare di essere credibili? Da dove viene tutto se non sai che c’è Lui?”
Mi piace quello che dice. C’è ancora chi si avvinghia alle profondità abissali del Mistero. Nascono ancora esseri umani così. Nonostante il “Dio pianeta”, il “tutto è niente”, il mito dell’autodeterminazione assoluta e tutte le altre locuzioni che usano per ingoiare in uno sbadiglio il mondo, per citare Baudelaire. E per essere artista non puoi non farlo, non sapere che c’è il cielo, mi dice. Poi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo a parlare dei romanzieri russi. Puskin, Gogol. Tolstoj, certo. Dostoevskij. «Ecco quella è la temperatura esatta del cuore, la vita di uno che crede di essere un uomo del sottosuolo, poi ti fa vedere tutto, come non lo hai mai visto, scrive quei miracoli».
Io gli dico della mia passione per Anna Karenina, per me oltre lei non c’è altro, almeno dal punto di vista narratologico, e Cristiano mi guarda come seguendo una partitura che conosce, a cui risponde da anni, che ripete a memoria. «I giganti non mentono. Non ti parlano delle api perché è figo e friendly. Vedi», mi dice indicando gli alveari che me lo hanno fatto conoscere, esposti in mostra alla galleria White Noise di Carlo Maria Lolli Ghetti, in Via della Seggiola a Roma, «quelle lì non sono carine perché ronzano e hanno le strisce gialle e nere. Quelle sono Ra, sono le lacrime di quel dio. Sono le api che sfamano il Santo mezzo crepato nel deserto. Durante la pandemia avevano trovato casa sotto le ruote della mia auto, allora ho pensato fossero un segno. Non un caso. Il caso poi mica esiste». Bene, uno scultore giovane che mi parla delle api che salvano il Santo nel deserto, della disperazione dei russi, del pugnale che ti scava la carne, arrivato da chissà dove. Mi sembra ottimo. «Se un sogno si attacca come una colla all’anima, tutto diviene vero ma tu no». Dice così, alla fine, mentre lo saluto quasi sulla soglia con la promessa di sentirci presto per due o tre idee sorte in quelle due ore afose. Cosa significa? Gli chiedo. «Sono gli After-hours. Il punto è diventare te. Prima diventi te, poi diventa tutto vero. Allora, solo allora, puoi metterti veramente in cammino».

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