IL VIAGGIO INQUIETO DI CHIUNQUE

Paolo Lagazzi, Light stone, Passigli, Firenze 2014, pp. 224, € 18,50

 

L’ansiosa ricerca dell’altro e dell’altrove, che costituisce la sostanza del raffinato romanzo di Paolo Lagazzi, è preceduta da una dichiarazione poetico-narratologica e da un preludio. Nel primo l’autore gioca con il protagonista in quel teatrino che è ogni libro, un gioco di specchi in cui non si capisce chi e cosa sia fittizio o reale. Per questo chi scrive pigia il soft-pedale, il pedale della sordina – usiamo il riferimento musicale, visto che il protagonista, Francesco Alberti, è un musicista, seppure non un pianista ma un violinista – proclamando di non voler essere chiamato né Ismaele (vedi Moby Dick), né Nessuno, come il mitico Ulisse: il suo inquieto viaggio è quello di chiunque. Al massimo, lo si potrebbe chiamare “narratore”, ma con la minuscola, a sottintendere che anche il viaggio nella memoria non ha la pretesa di quello del Narratore della Recherche proustiana. Qui la storia è quella di uno dei tanti “principianti di vita”, inetti sveviani. Il preludio invece fa partire il racconto – in terza persona – dal ritorno del primo viaggio a Tokyo per riapprodare nella propria casa, ed è occasione per delineare il personaggio e il suo passato: la forte miopia che appare come la molla di una curiosità che spinge a cercare addirittura l’invisibile; lo studio del greco, del violino; le donne della vita; l’incontro con lo zen. E arriviamo così al primo viaggio nella patria stessa dello zen, il Giappone, e a Tokyo, dove Francesco compirà poi una seconda trasferta: “Sbalzato per la prima volta, come attraverso un tunnel ideato da un Leonardo cibernetico, dentro il mondo nipponico, Francesco ebbe davvero l’impressione di aver attraversato il muro del vuoto, o di esser morto col suo maestro di violino per rinascere nell’altrove” (p. 29). Mirabile la descrizione di questo altrove: “Incalzato da questo senso di spaesamento, gli pareva che le ombre accecate dai laser e i pulviscoli di luminarie condensassero in sé la dionisiaca ebbrezza di Las Vegas, il magnetismo di certi cieli d’agosto striati di fuoco e il gusto ibrido e splendido di un Moderno reinterpretato, come se su ogni cosa si fosse posato, al modo d’un finissimo tessuto d’aria, l’impareggiabile tocco nipponico, quella specie di sfioramento tra polpastrelli o tra anime possibile solo in guanti immacolati, refrattari ai pensieri, ai pesi e alle misure dell’Occidente” (p. 32).

Ebbene, questo “spaesamento” antropologico-culturale assume una dimensione da antropologia filosofica, relativa all’identità umana. In questa terra di nessuno avviene l’incontro con l’altro: cioè, qui, per Francesco, Shoko, donna giovane e bella, centro e ossessione dell’intero romanzo. Se la trova di fronte a tavola in un locale, un “corpo… slanciato e lieve, fatto più di vuoto che di carne, intriso di luce…” (p. 33). Un incontro fugace al quale segue, al ritorno in Italia, l’inizio di un convulso carteggio via email, fra alti e bassi, con l’ansia (e la gelosia) digitale di lui e l’evasività incorporea di lei: nove anni di corrispondenza, fino al secondo incontro a Tokyo, poi ripresa al secondo ritorno. La virtualità della forma di comunicazione non è solo questione di adeguamento ai tempi: la nostra inquietudine umana insegue fantasmi, si alimenta di quelle che le filosofie orientali considererebbero pure illusioni, frutto del principium individuationis – come direbbe Schopenhauer – che pretende di definire l’indefinibile; Shoko, fatta di “vuoto” e “luce”, è già oltre il principium individuationis stesso.

La consapevolezza di questa illusorietà è espressa nel climax conclusivo che, nelle bellissime pagine finali, conduce a un ritorno alle cose “minime” e vere in una prospettiva universale. Francesco si fa nottetempo barbone, condividendo la vita degli ultimi per i quali ora suona per strada: “Prive di risposta, le domande non avevano tregua, ma lui sentiva sempre più, dentro sé, qualcosa come un richiamo della terra, del suolo, del basso, di tutto ciò oltre cui non possiamo scendere” (p. 232). Attraverso l’incorporea e inafferrabile Shoko, e alla virtualità della loro relazione, Francesco torna alla terra. L’interrogare senza risposta si fa grado zero del vivere. E più essenziale si fa la scrittura, rispetto a quella del resto del romanzo, spesso costruita su sviluppo di pensieri e accumulo di sapienti metafore come a voler circuire la realtà e i suoi significati. Ma ora si fa spazio l’esigenza dell’essenzialità. Non a caso Francesco non è uno scrittore, ma un cultore della musica, l’unica forma d’arte che per Schopenhauer e Nietzsche dice l’indicibilità del reale: il Tutto/Nulla. Appunto, la Light Stone, la “pietra leggera”.

Enzo Rega

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