“Il Vangelo in poesia” di Franco Casadei

di Nadia Scappini

Franco Casadei, Nostro fratello Giuda. Il Vangelo in poesia, Giuliano Ladolfi editore, 2021

Sono numerosi i compagni di viaggio chiamati a raccolta da Franco Casadei per dirci di noi, sempre inappagati su questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, per dirci della nostra abituale distrazione, della nostra nostalgia di un altrove dato che in essa, anche nelle migliori condizioni, sempre ci manca qualcosa: da Madre Canopi a don Primo Mazzolari, da Padre Turoldo a Davide Rondoni, da Alberto Bertoni a Roberto Mussapi fino a G.K.Chesterton il quale affermò con convinzione che “in certe epoche particolari è necessaria una specie di preti chiamati poeti per ricordare agli uomini che non sono morti”. Già, una specie di preti perché i poeti veri sperimentano l’assenza, il sacro, l’oltre, perché la poesia è anche preghiera e profezia, perché è uno dei pochi canali di vita spirituale che, dopo la caduta delle ideologie e le drammatiche contrapposizioni religiose degli ultimi decenni, ci rimangono per dialogare. E convengo con Carlo Betocchi, citato da Casadei in apertura al suo Vangelo in versi, che ogni uomo ha bisogno di un Uomo dal passo sicuro e dalla mano tanto salda e generosa da offrirci, per un cammino responsabile e libero verso la salvezza: Ciò che occorre è un uomo,/ non occorre la saggezza,/ ciò che occorre è un uomo/ in spirito e verità;/ non un paese, non le cose,/ ciò che occorre è un uomo,/ un passo sicuro, e tanto salda/ la mano che porge che tutti/ possano afferrarla, e camminare/ liberi, e salvarsi. Ma, ancora, per Casadei, si potrebbe citare quel monoverso, straordinario e a me tanto caro, del poeta romano Fabio Ciriachi “Io so che quando scrivo, credo, prego” o la risposta che un credente dalla penna illustre come Giorgio Torelli diede a un uomo di imponente dottrina, un arcivescovo di Santa Romana Chiesa, su quali fossero stati i suoi maestri nel cristianesimo: “Vado appresso al buon pastore a modo mio, con un fardello legato da vecchi spaghi e la ragione che scorge sempre un punto luminoso”.

Ci avverte nella sua personale prefazione il nostro medico/poeta cesenate che Giuda lo siamo o lo siamo stati, almeno qualche volta, tutti noi. Dunque traditori, dunque colpevoli. Ma per rassicurarci, poco dopo, nel testo “Annunciazione” aggiunge che in un palpito di tempo, grazie al sì” trepidante di una giovane donna, sussurrato in un silenzio gravido, in un abbraccio che sutura/ la nostra carne al cielo (“L’anno zero”) si decise il destino dell’umanità. È in una piccola storia di periferia che, grazie a quel sì, si innesta una Storia inimmaginabile, impossibile da credere e da accogliere se non con un atto di fede. Una fede tramata da umanissimi dubbi, un viaggio di mesi verso una meta ignota, come quello dei Re Magi, ma illuminato da una strana luce che tiene incatenati al cielo, una follia per una mente concreta e pratica come quella dei servi che li vedono partire verso una destinazione incerta con tanti disagi sul cammino. E poi c’è Giuseppe, confuso, ferito, schiacciato da una richiesta che gli arriva in sogno, una richiesta così smisurata e spiazzante di fronte alla quale gli tremano le mani e il petto ma che sente di dover onorare: custodire due vite misteriose/ senza soppesare dubbi e fatiche (“Il custode silenzioso”).

Dio non è oltre le stelle ci ammonisce ancora Franco Casadei, ma nella quotidianità e nella fatica della storia di ciascuno di noi, con un progetto geniale che manifesta a un Pietro stanco e confuso dopo che si è visto riempire due barche di pesci: non temete,/ vi farò pescatori di uomini (“Pescatori di uomini”). Sono gesti semplici, paritari, sono mani tese quelle che Casadei ci mostra in questo suo Vangelo in versi, dove il Cristo uomo/Dio dà un credito totale e misericordia tali da poter invertire rotte consolidate e non appaganti come nel caso di Zaccheo. Una misericordia smisurata che non pesa il quanto, ma il come, una misericordia che non calcola ma abbraccia sempre i figli anche quando sembrano perduti, come accade ne Il figliol prodigo, perché Dio non regge il dolore dei suoi figli, e ama in perdita Lui (“L’undicesima ora”), capace com’è di penetrare l’abisso del dolore e riconsegnare i fragili, gli smarriti, i perduti al futuro, senza pesarne le macerie (“La donna del profumo”).

E si potrebbe continuare con gli esempi, con le immagini felici che attraversano questa narrazione tutta personale di Franco Casadei come La salvezza ha il colore del sangue,/ estratte le spine/ vola felice/ il pettirosso nella luce che si sgrana (Il sepolcro vuoto) o nel definire la fede una traversata brancolante/ in cui si intravede l’invisibile/ senza poterlo mai afferrare.

Ma è tempo di tornare ab ovo, cioè alla ragione di questa coinvolgente scrittura che ha per protagonista Giuda, ma che ci vede tutti coattori. E allora andiamo a considerare il suo monologo che, non a caso, è posto verso la fine del libro, ma precede l’ultima sezione intitolata “E duemila anni dopo?”. Di questa sono tre i testi che mi piace citare: “La fede”, “Il chiodo”, “Il viaggio”. Dove la fede è una percorrenza inquieta; il chiodo inerte, con il suo moncone nero, diventa un appiglio rassicurante in milioni di stanze bianche di ospedali; il viaggio una possibilità di abitare la vita in altro modo/ un camminare con un altro passo sulla strade/ un aprire le finestre al quotidiano…

E, a proposito del crocifisso a cui rimanda “il moncone nero”, mi piace ricordare l’appello accorato di Natalia Ginzburg, comparso su “L’Unità” nei primi tempi in cui si era manifestata la tendenza a rimuovere i segni religiosi dai luoghi pubblici: “È là muto e silenzioso. C’è sempre stato. È il segno del dolore umano, della solitudine della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocefisso fa parte della storia del mondo”.

Che sapete voi di me, del mio tormento? Così ci interroga Giuda nel suo lungo monologo, nato – come voi – con l’anima ferita,/ il male accovacciato alle mie porte… lamentando di essere da duemila anni accostato a Caino. Ed espone le sue ragioni: Gesù, la propria morte la provocava, la incoraggiava; Gesù lo guardava da lontano attraversandolo con il suo sguardo buono e triste, Gesù provava pena per il destino a cui lui non sarebbe sfuggito. Ma, se Pietro aveva pianto pentito per il proprio rinnegamento, lui non avrebbe potuto perché troppo oltre misura il mio peccato/ per chiederGli perdono.

Incalza poi, in un tentativo di difesa/rivendicazione della ineluttabilità del proprio gesto: questa mia follia Lui l’ha innestata/ in un disegno di affrancamento di ogni Adamo. La sua disperazione sarà la sua pena, il suo peccato un tributo da pagare nel tempo stabilito perché il Suo sangue prezioso, anche per l’Iscariota,/ – Gesù – non avrà versato invano.

A noi, fratelli in Cristo e coattori, il Giuda di Franco Casadei sembra assegnare il compito di chiedere, a nome suo, il per-dono.

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