Il Testimone e l’Idiota di Valesio

Concentratissimo poeta e pensatore, teso e barocco, Paolo Valesio continua nella sua confessione in versi, piena di specchi e controfigure, donandoci alcuni inediti raccolti in uno degli eleganti quaderni dell’associazione culturale “La luna”, diretti da Eugenio De Signoribus. Non tragga in inganno la parola confessione, che va intesa non tanto al modo nostrano come di riversamenti e compiacimenti dell’io quanto in quello americano dei poeti che fanno del rapporto io-mondo il centro del loro dire. E di tale rapporto la piccola silloge “Storie del testimone e dell’idiota” è capitolo importante. L’autore indica in apertura di aver dovuto dare voce a questi due personaggi, presentatisi in modo irrefutabile alla sua vista. I due, muovendosi in uno scenario tra New York e Bologna, sono per così dire due versioni di sentimento del tempo. Il Testimone “per via delle sue notti troppo bianche” vive una specie di tempo assediato da ricordi, occasioni mancate, “muta di furie/ solo per lui visibili”,  e vive una “elegia di vita” e una “melancolia placata”. Lo muove ormai una “curiositas” smaliziata e senza ansie verso il fenomeno vivente, il mondo, le persone, le situazioni. L’Idiota conserva invece una sorta di selvatico stupore, “sorride ai ricordi” e cade di continuo in una specie di illusione che la sua vita “sia ridivenuta nuova” .

Sarebbe banale e semplicistico individuare nei due personaggi due lati di una stessa personalità, quella del poeta. Non che non sia vero almeno in parte, ma si tratta più in profondo della creazione da parte di Valesio di un minimo teatro che ho nominato “barocco” non casualmente. Ricca di rimandi letterari e culturali, infatti, è quella già citata “melancolia” e lo è la concentrazione su un doppio sentimento del tempo. Ungaretti ( basti questo nome) poeta nostro immenso di nuovi barocchi esotici e romani, aveva lavorato su cose e su tastiere simili. E dunque questo minimo teatro pur se edificato con materiali biografici e riferimenti e luoghi personalissimi, diviene, proprio in virtù della creazione dei due personaggi, vere e proprie maschere indossabili da chiunque, un luogo disponibile ad ogni lettore e uno spazio non di privata messainscena. Con un dettato asciutto ma come sempre non privo di brividi, di citazioni, di evanescenze, Valesio ci offre una delle più adeguate, profonde  e libere visioni dell’uomo contemporaneo, cosmopolita, solitario disincantato e pur inquieto. Lo fa con una assoluta sincerità. E se pure in nota l’autore avverte di non avere tenuto presente nessun Idiota della letteratura, tantomeno quello del prodigioso romanzo di Dostoevskij, non può non sovvenirci che l’Idiota è anche  il Fool che in Shakespeare come in tanto teatro e in varie opere ha il compito di essere un diverso – più profondo – testimone. Proprio perché la letteratura è sì testimonianza (individuale, sociale etc) ma è anche altro: l’aprirsi di spazi, di stupori, di altri tempi che sfuggono alla pur sincera e necessaria vista del testimone. In tal modo, la piccola silloge diviene anche un discorso sulle necessità della poesia, come è inevitabile in un poeta consapevole e riflessivo come Valesio.  Di certo questa piccola manciata di poesie fa già intravvedere un contributo importante e speciale alla poesia odierna, che sente – proprio in un’epoca gravida di cambiamenti a ogni livello- l’esigenza di testimoni e di idioti.

Davide Rondoni

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