“Il silenzio non è più silenzio”

Per una lettura di A questa vertigine

(Pietro Russo, Italic, 2016)

Forza e necessità di A questa vertigine consistono nel forte e necessario e doloroso abbraccio della vita presente, (che è appunto «questa» e nessun’altra) sottratta al normale suo sfocarsi ai nostri occhi. Pietro Russo tenta come può di non lasciarsi indietro “questo” presente in tutta la sua incommensurabile ampiezza. Accettando la sua vera misura, non negandole gli occhi. Solo a questo prezzo la vertigine è un attimo «indubitabile», possiede l’evidenza del fenomeno presente.

È presente il passato, e lo è il futuro, ed è questo continuo presente a dare sostanza a molti testi della raccolta. Al poeta interessa la vera significazione del reale, quella che non si può possedere, quella di fronte a cui «frana la misura umana» (non si scrivono versi per meno di questo). Il tilt temporale che si incontra nella lettura del libro, lo sfondamento delle cose per un loro maggiore accoglimento, ha centro e fondamento nel volto del Cristo, «bizantino / o fiammingo o d’avanguardia», luogo misterioso dell’Incarnazione, che ha adunato il tempo e ne ha fatto una cosa nuova, modellandone l’ombra. [La stessa prospettiva “sfondata” appartiene all’ultimo folgorante romanzo di Aurelio Picca, Capelli di stoppia, e al Miguel Mañara di Davide Rondoni (entrambi Jaca Book)] L’incontro della mente con questo reale è, nel libro di Pietro, difficile «attrito» di cui la poesia è testimone, con il ritmo sempre spezzato delle parole.

Cos’è questo attaccamento al presente, alla volontà di parlarne con i propri versi, se non un atto di amore alla verità, alla vertigine dei nostri giorni? Pietro Russo è consapevole di quanto la parola possa al contrario impoverire. Impoverire invece che illuminare. Ma Pietro conosce lo stupore, che è forse la traduzione più fedele di questa sua «vertigine». Lo stupore, quel contraccolpo potente che stordisce, come l’angelo di Rilke «vinto dalla vertigine» non sa più quasi cosa dire e perde le parole (ma ancora stende le ali, «immenso nella casa modesta»). Conosce lo stupore dell’altezza, l’intuizione della «maestà della vita», della vicenda umana di questo mondo, della sua storia, del suo destino.

Come ogni amore, questo stupore fa guardare meglio, come per la prima volta: «via Etnea mai stata così». Nel loro eterno presente, le parole della poesia, più che segni di una mortifera “comprensione” (e un illusorio possesso) delle cose, sono traccia di un dialogo inesausto, che via via scopre i nessi, e ad esempio scopre a posteriori un «giorno stabilito» di cui certamente anche la cassiera sconosciuta di un bar era – davvero – a conoscenza. È una resistenza al lento degradarsi della speranza (sfocata e imborghesita dagli anni che passano: il calendario «mangia le facce / e si sfarina», con tutto il buio di Montale), nell’istante di assoluta chiarezza di un ragazzo che si sveglia «dalla parte vuota della piazza» e prega «che venga, e faccia presto / più in fretta la sera».

Ma cosa scopre esattamente, e di cosa il poeta è testimone da questa posizione vertiginosa, da dentro questo dialogo? In che luce appare ai suoi occhi il presente, inteso in senso così abissale? Esso è scoperto buono, pietoso, degno di un ultimo amore. Le passeggiate con Aurea hanno trasfigurato – e definitivamente – la città, i disegni di Maria sono «quadrature» nuove e cariche di senso, capaci di riempire «orizzonti e pianeti / oltre le leggi». Il cuore del figlio, visto davvero nelle parole. In fine, nei versi dell’ultima sezione, leggiamo che tutto questo frammento distrutto di mondo è da affermare, è da credere. Ha chiesto al poeta, e grazie a lui chiederà a noi lettori, un’ultima affermazione. La grammatica si deve piegare a questo: occorre infatti «credere i volti», i palazzi spenti alla sera, i morti dietro casa. «Accogliere i giorni», «la sequenza familiare / di cemento e panni stesi». Ora il silenzio non è più silenzio, è come le «parole». Nel crescendo di nitore e canto dell’ultima sezione, la pietra fredda e liscia «già / dirama in sé una cattedrale».

A tutto questo chiediamo al poeta di essere fedele, nascondendo più in fondo i propri ingombranti fantasmi letterari, tralasciando tutti quei versi che non gli sono donati. A questo compito, a questo lavoro, Pietro Russo è chiamato, per chiamare noi, a questa fedeltà.

 

 

 

pietro cagni

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