Il segreto di Ivonne

di Davide Rondoni

Considero Ivonne Mussoni una delle migliori poetesse apparse in Italia negli ultimi anni. Lo mostra finalmente questo piccolo intenso libro, pubblicato da Perrone, dove già il titolo ci chiama a fare i conti con qualcosa di misterioso: “La corrente delle cose ultime”. La voce della Mussoni ha due caratteristiche principali: una lingua fresca e lucente e il coraggio di misurarsi con questioni immense. “Abbiamo il tempo delle cose grandi” dice a una persona amata, vergognandosi di quello sguardo che la osserva e chiama  “pazienza” il metro di misura dell’amore.

L’ultimo testo, dal titolo “L’imperatrice” dice: “Amore mio preistorico…” e contiene versi tra i più belli d’amore mi sia capitato leggere pur tra migliaia e migliaia di poesie che molti lui scrivono per lei o viceversa.

Ivonne Mussoni è lontano da qualsiasi inutile elevazione di tono, mantiene come detto una sorta di freschezza – concordava su questo anche l’altro esperto poeta che con me l’ascoltava leggere in mezzo al caos del Salone del libro di Torino.

Mantiene insomma quella proprietà della buona poesia che è quella di non far sentire mai al lettore il “tavolo del poeta,” ovvero la maestria o la fatica della scrittura. No, le poesie della Mussoni arrivano come creature nell’acqua, si vede che hanno millenni di fondali e luci negli occhi, ma sono eleganti come la medusa dipinta in copertina, non a caso, dalla madre Sabrina, donna di talento artistico che nel libro e del libro è ben più che occasionale argomento o dedicataria.

L’acqua è uno degli elementi ricorrenti nel libro, tra letti che diventano navi e sguardi che sono pioggia. E l’acqua torna in tanti altri momenti, come in una delle poesie più belle e enigmatiche del libro: “L’eredità”.  Ma si vede un’altra dinamica profonda in questo libro che è un libro di vera iniziazione, cosa ben più importante di un esordio. Ed è in molti gesti, metafore, situazioni, la dinamica dell’apertura. Un aprirsi continuo, di pareti, di finestre, di abbracci, di stanza, di gesti ampi, luci sui muri. Aperture discrete o ridenti come baci, aperture che non sono l’opposto dei segreti, nè forzature delle custodie di abbracci o delle notti intime. No, ne sono il controritmo necessario, la punteggiatura profonda. La prospettiva. L’aperto è la dimensione a cui la corrente è rivolta, misteriosamente. Le cose ultime non sono detriti, ma la genesi dell’onda, del movimento dell’acqua che cerca l’aperto. Qualcosa che si chiamava ontologia, e che fonda ogni possibilità di dire che non sia vanvera sentimentale, o abilità puramente linguistica. Intendo dire che “La corrente delle cose ultime” è un libro che pur appartenendo a pieno titolo alla  koiné attuale della poesia “odiernissima” – tra diario postsereniano, confessione di rapporti a due, di relazioni filiali e non molto altro- tocca e tenta dimensioni ulteriori, dissimulando a tratti, oppure lasciando il lettore sorpreso e lievemente impietrito come dinanzi a un antico emblema. Così che al lettore attento resta il sospetto, o ben di più, d’aver intravisto qualcosa di molto importante, qualcosa che nemmeno si può esaurire nella spiegazione di una nota critica, come uno spavento o forse, io ci scommetto, una grazia se pur vista di spalle, come a un tratto lo splendore del mare sui vetri…

 

Ivonne Mussoni, La corrente delle cose ultime, Perrone editore

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