Il segreto di F.

 

Per “Aprile di là” di Francesca Serragnoli

Il suo segreto è l’epica. Così penso leggendo il bel libro di Francesca Serragnoli edito da LietoColle nella collana gialla di PordenoneLegge voluta da GM Villalta e che riassume e rilancia la sua poesia. Sulla qualità poetica della sua voce fui il primo a scommettere con una piccola antologia di cinque poeti, chiamata “i cercatori d’oro”  (erano lei, Fossati, Mencarelli, Leardini, Maldini). Poeti che hanno poi trovato conferme e strade e sono oggi tra i migliori. Allora avevano vent’anni. Molti hanno poi antologizzato, ammucchiato, schedato, mappato, in una sorta di furia tra l’esibitorio e l’affannoso. Intanto la sua e quelle voci crescevano e restano.

Il segreto di Francesca, dunque, è l’epica. Non si tratta di una questione di genere letterario, ma di sguardo. Ovvero un senso epico della esistenza dà origine alla forza da cui vengono questi versi scabri e composti, questa libertà lirica e achmeista di immagini e di associazioni rara in una poesia della sua generazione spesso scritta in lingue poetiche preordinate. Viene da uno sguardo epico la sua libertà di “scassare” il dettato e le metafore, la forza di tenere insieme livelli temporali e spaziali diversi in un panorama/ immagine creantesi sotto i nostri occhi alla lettura. Di generare figure fiamma, e percezioni concerete come cose. Si conferma in lei quanto avviene in Dante e in altri artisti, non a caso da lei citati, come Michelangelo e Dylan Thomas: la visione in poesia non è frutto di abilità visiva, o di capacità combinatorie o fantasiose, ma proviene dal vedere il mondo come una scena, un luogo dove sta accadendo qualcosa, dove è in corso uno strano show, un dramma. Il mondo non è un luogo casuale di frammenti o un piccolo archivio di eventi. Lo sapeva San Paolo, e lo sanno anche le persone semplici, quelle che spesso Francesca ritrae: qui e ora si sta giocando qualcosa. Che cosa? Mi pare che nel percorso della Serragnoli i termini del dramma si stiano chiarendo, spiccando. Acuminando. Da un lato la possibilità della gioia ( dura, scabra ma infinitamente lucente – quanti sorrisi in questo libro che pur è teso e a volte cupo, duro) e dall’altro la sterile nudità dell’impietrarsi del vivente ( quante pareti, pietre, ghiaccio, automazione in queste pagine). Uno scontro epico, che attraversa tutti i livelli, prima di tutto il vissuto dell’io scrivente, ma anche della intera società (la Serragnoli a mio avviso crea – apparentemente dissimulata- una delle migliori poesie civili del nostro momento). Il titolo stesso “Aprile di là”, prendendo una delle parole centrali e drammatiche della poesia Novecentesca, indica una direzione, una tensione ma anche una sorta di certezza. Come di uno che dicesse: di là c’è la persona che cerchi. Di la c’è la primavera. È un “di là” che indica certo un luogo “altro”, ma anche una prossimità, come se da quella stanza lucente venissero nella nostra segni, filamenti…

In questo scontro epico dunque tra aprile e la sterilità (portato in luce nel nostro tempo da un altro poeta “epico” Eliot) emergono, come se fossimo dentro la trama granulare di un momento di poema virgiliano omerico dantesco, le figure di eroi. Come l’amica Marina a cui è dedicato un bellissimo testo che termina con il verso di Leopardi che più volte ho indicato come uno dei più belli della poesia di sempre…E poi eroi dalla vita minima, dai gesti minimi e divenuti, nel focus della poesia, enormi, meravigliosi. E memorabili, che ci restano dentro. Le figure della poesia della Serragnoli sembrano emergere in questo spazio teso, come dentro una guerra. Guerra che abita lo sguardo della poetessa e le sue vene, innanzitutto. Qui sta a mio avviso la principale delle caratteristiche e delle differenze – e dei valori- di una voce ormai affermata e riconosciuta. In questo senso è poesia cristiana, non appena per la pietas che vi si respira, ma perché il mondo è visto come una scena in cui il cristianesimo è possibile. L’arte cristiana non è innanzitutto quella che afferma “cose” o parole cristiane. Anzi a volte accade il contrario: in tali affermazioni la fede si opacizza e spegne. Ma è un’arte che fa sentire il mondo come lo sentivano Cristo e i suoi amici . E che se risuona in tanti lo fa perché coglie se non altro la nostalgia diffusa di essere al mondo in un combattimento, in una vita che può conquistare qualcosa. E non solo -come vorrebbero tanti maestri della cultura attuale- in un vano teatro d’ombre, in un vagone di rassegnati prigionieri, decorato magari di emozionanti poesie.

di Davide Rondoni

Lascia un commento