Il segno inferto da Simone

di Davide Rondoni

Simone Di Biasio, Panasonica, ed. Il Ponte del Sale, 2020

Simone Di Biasio incide con il suo libro il petto della poesia attuale italiana. Il suo Panasonica esula felicemente le pur chiari intenzioni dell'autore. Ascoltiamo la sua nota:
«Panasonica è una fonovisione, sguardo linguistico intergenerazionale. Originariamente riferibile alla quasi omografa marca di televisori, è venuta a indicare un superamento di linguaggio: uno sguardo sul futuro si candida a essere una archeologia del domani. La lingua è sempre linguaggio e il linguaggio non è solo lingua: è corpo sangue terra industria impianto di depurazione. Panasonica è una lingua nuova, impastata tra il dialetto, l’italiano pratico e un inglese sonoro, partorita tra tre generazioni. Panasonici siamo pure noi, le nostre case, all’interno di una trasformazione evolutiva repentina come mai era accaduto prima di questi ultimi trent’anni. Questo libro è un albergo a induzione familiare».

E dunque la "fonovisione" in cui ci chiama il poeta, tra ricordi, personaggi familiari, lacerti di storie, sembra una traduzione del termine poesia, ma diciamolo di una poesia che invece di cercare un suo modello in una sorta di lingua media, accettabile dalla letteratura più corrente, cerca sé stessa in una sorta di materiali antecedenti vitali più che letterari, in una – diciamo questa parola che a mio avviso splende alta e drammatica nell'intera opera – maternità. E intendo maternità biografica e utero linguistico. Maternità messa alla prova come accade sempre nel formarsi di una casa altra, di una lingua altra, ma che in questa tensione mostra la sua necessità e in un certo senso il suo dominio.
 

Ovunque è materno.
Materno il corpo, il magnete che attrae il nord
materno l’abbandono, il laccio lattante
che conduce il raggio alla sua luna
la quale tira tira con forza riprende
la luce che offerse ai figli,
luce sfibrata, intermittente, che sta increpata.

 

Come se la raccolta che pur sembra, come nota Fiori in introduzione registrando anche debiti a Pascoli come a Stelvio Di Spigno (mentre meno convincente mi pare il suo richiamo a Arminio), dettata da un "io sorprendentemente rivolto al passato", fosse invece, a mio sentire, un fortissimo corpo a corpo con il presente e, semmai, con il futuro. I quali occhieggiano non solo nella presenza di inserti del linguaggio globale di ieri – nella esperienza di migranti tornati al paese – come di oggi, ma sono, questo presente e futuro la vera sfida che il poeta sente e coi quali appunto si misura. E lo fa traendo risorsa non tanto da un passato rassicurante o idillico, quanto da una presentissima maternità. Non vale solo riprendere qui le pagine alle madri che da Pasolini a Luzi han riservato alla drammatica e lucente matrice materna del loro poetare, ma anche notare come in Di Biasio la figura materna che assume diversi volti o dimensioni (nonna, madre, paese, donna amata) è quella dell'invito. Intendo che siamo buttati, tra balconi e pixel, tra visioni del dopo pranzo a ricordi amorosi, in una tensione fortissima dove quell'invito materno diviene imperio, non consolazione:
 
ma la quieta distanza d’essere nel mondo
al modo verde dell’attaccatura al ventre
di una terra che sente il passo e si volta
a dire: “Entra nella radice buia e alzati”.

 
Da dove la forza di alzarsi, dentro le bufere del mutamento, e con quale lingua? Con quella presa a prestito dalle antologiette di poesia coeve? Con quella delle facoltà di comunicazione che Di Biasio ben conosce? O con queste, pure queste, ma per così dire trascinate e fomentate, triturate anche e anche reimpastate dentro a quel maternale precipizio o imperio. Come se da lì, in quel che certi filosofi chiamano essere come "essere avuto" potessero quelle parole trovare vera significanza e senso, ripetiamo, nel turbine dei mutamenti del vivente e della storia.
Per questo il libro, che presenta i debiti ai poeti cari a Di Biasio, a Rodolfo De Blasio, a certe malinconie di De Libero, e io aggiungerei a certi conversari di Lello Baldini e di Loi, non so quanto coscientemente assorbiti.
L'incisione che all'inizio dicevo e vedo inferta, quasi, alla poesia attuale più corrente, grazie anche alla intelligenza dell'editore Ponte del Sale sempre prodigo di belle cose, sta in questo sigillo o appunto ferita: priva dell'esperienza dell'essere avuto, per quanto tragicamente possa essere patito o vissuto, come nella orfanità pascoliana o prima rimbaudiana, ogni voce di poesia si trasforma come capita spesso in noiosa cronaca psicologica individuale. Non accede, come qui invece avviene, a quello "scandalo" che ne genera la vera forza e superamento, secondo la natura stessa del suo linguaggio, del limite individuale. Solo il generato parla poeticamente.

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Un pensiero riguardo “Il segno inferto da Simone

  1. È lingua della corporeità, quella di Simone Di Biasio, anche con sangue, bava e sputo ma immune da gigionesche sbavature.
    Lingua che si fa corpo e dunque necessariamente materna.
    Non è interpolazione matematica che sbuca nelle scorciatoie di comodi sentieri battuti dai boy scouts domenicali della poesia.
    È diacronica, si dà nel tempo e pertanto generatrice.
    ” Questo libro – come scrive Di Biasio – è un albergo ad induzione familiare ” quasi una bobina attorno a cui si deve avvolgere sia il rocchetto di rame di marconiana memoria che l’arco fotovoltaico della voce eterea della parola digitale.
    ” Solo il generato parla poeticamente ” conclude Davide Rondoni e forse questa è la più
    ” pesante ” eredità della parola, il suo peso e la sua leggerezza.

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