Il piccolo taccuino occasionale di Davide Zizza

di Antonietta Gnerre

Davide Zizza, Piccolo taccuino occasionale, Ensemble 2020

Le parole bussano quando hanno qualcosa da dire al suo interlocutore. Bussano ancora più forte quando hanno qualcosa da raccontare al mondo. Nelle poesie di Davide Zizza, le parole bussano con l'urgenza di comunicare cose e dolori, speranze e sofferenze. “Mentre le ore avanzano a piede lento/ subisco lo scatto matto dell’insonnia/ per avanzare una contropartita di parole”.
In quest’ultimo libro, tenuto su da un pensiero forte e costante come in un monologo, l’autore ci insegna a raccogliere i brandelli che abbandoniamo negli anni. Ci insegna a catalogare, con ordine, le attese. Perché ogni possibile destinazione è un nuovo inizio: un ponte, un approdo, una fermata, una partenza. La convergenza di una promessa antica che solo in apparenza sembra un punto di arrivo. C’è circolarità in queste opere, l’orizzonte e il destino fra le grandezze di una natura che sorregge la storia (il già e il non ancora). Le parole concorrono a costruire il pensiero in continuo divenire, una ricerca per frammenti che diventa un’esperienza attenta. Una memoria che fissa gli eventi del tempo, l’ordine e gli errori. “Così camminiamo – con/ la bufera sotto un torpore/ impercettibile all’ascolto./ Scende la frontiera buia,/ la pioggia bagna i balconi,/ giunge all’uscio – e noi/ restiamo fermi a una dogana”.
Zizza è un poeta che assicura ai luoghi, attraverso gli occhi degli antenati, nuove occasioni di esplorazione (“da chi vive più di noi in noi”). Questi tentativi di scavo non sono visioni, sono tentativi mirabilmente forti. Intuizioni di ciò che è stato calpestato dai tempi dei tempi. Una sorta di connessione di micro e macrostorie che s’intersecano per scorticare il midollo esistenziale, riflettendo sull’importanza della poesia (con una metrica dove prevale l’endecasillabo). In questo cammino poetico di commossa energia, noi vediamo proclamare un pensiero che sfida le inerzie per cui l’uomo è chiamato a testimoniare perché: “Le parole narrano da sempre/ un antico errore: si sfaldano,/ aprono un varco, una fossa nel recinto”.
Su questi registri si muove la poesia di Davide, con la forza di un alimento che mette a fuoco ciò che siamo in cammino, ciò che si vede durante l’attesa del tempo (portando con sé gli autori che ha amato di più come Sereni e Fortini). Tutto il libro è permeato di domande che cercano risposte esaustive tra i grovigli degli anni che scorrono. Una raccolta che ci fa comprendere che siamo tutti ospiti provvisori malgrado tutto. Malgrado gli orrori ai quali bisogna assistere.

Fedeltà

Dirò anch’io la mia fedeltà alla poesia?
Ho appreso l’arte del grafomane
nonostante fossero versi inascoltabili.
Eppure l’incisione del bianco è stata
la mia miglior ferita; con lei hanno
preso forma le pieghe della mia mente.
Non sono certo scampato alla morte
quotidiana, e ai tagli profondi del presente –
tuttavia ho potuto dare segnali di fumo
che qualcuno ha intravisto da lontano
agitando la mano come per un saluto.

Davide Zizza nasce a Crotone nel 1976. È dottore in lingue e letterature straniere con una tesi in filologia romanza. È redattore per il Litblog Poetarum Silva dove tiene la rubrica Bustine di zucchero. Nel 2000 diffonde la sua plaquette stampata privatamente, Mediterraneo. Nel 2012 per l’editore Rupe Mutevole pubblica la raccolta Dipinti & Introspettive e nel 2016 la raccolta di poesie Ruah, con la prefazione di Enrico Testa (Edizioni Ensemble). Il suo breve saggio La lettura e la scrittura come etiche dell’ascolto è inserito nel volume collettaneo Ascolto per scrivere (Fara Editore, 2014). Alcuni suoi contributi critici su Salvatore Quasimodo, Jules Laforgue e Robert Lowell sono apparsi in Grecia sulla rivista di poesia e letteratura Koukoutsi. Suoi articoli e poesie sono presenti in rete su vari blog e riviste. La sua ultima raccolta pubblicata è Piccolo taccuino occasionale (Edizioni Ensemble, 2020).

0 Condivisioni

Lascia un commento