il peso delle parole

RECENSIONE A “LA CADENZA SOSPESA”, VALENTINA COLONNA (ARAGNO EDITORE, 2015)

 

In questo libro “La cadenza sospesa” che è ritmo, respiro e sangue Valentina Colonna resta nei testi, si frammenta in ogni sua parte e ci guida in quel labirinto che è la solitudine dei poeti. I luoghi sono quelli dell’attesa, sono gli spazi, le strade e i monumenti di Torino e le vie, le case, le piante e gli odori del Salento, patria parallela.

Il titolo riprende l’ambito musicale in compresenza con quello letterario, una simbiosi, un incastro perfetto, dove la cadenza sospesa è considerata come una pausa di punteggiatura breve, un leggero soffermarsi alla fine di un discorso. E questa simmetria non si smentisce nei testi di Valentina, in cui la punteggiatura assume un ruolo fondamentale nella calibrazione del respiro, ha tutto un suo spazio nella pagina, quasi una necessità di fermare l’attimo ed è allora che “oggi sospeso il tempo si ferma”, e ancora “anche oggi questo volo finisce/ dove il confine separa la zolla.” Il luogo del tempo non è solo il filo conduttore che intreccia i versi di tutto il libro, ma è anche qualcosa che smuove Valentina Colonna tra salti presenti e passati in uno stesso testo, come “Ho dovuto cambiare parole,/ tempi al passato”, “Rapido come poi è scivolato/ verso l’imperfetto che a me suona ancora/ solo presente”.

In questo libro la parola è pesata, scelta con una cura di anni che cresce e si sviluppa nella necessità del silenzio. Il silenzio si impone con il verso, le doppie pause e la distanza tra le strofe, ma non è una questione solo di tipo strutturale. Il silenzio è anche parola, che ha un suo spazio nella pagina e torna come un mantra nel corso della lettura del libro. “Pensavo gli amori avrebbero/ saziato i silenzi” e ancora “queste parole mi costano/ ogni silenzio/ tra lo spazio e il vuoto”, perché il silenzio non è accettazione passiva del vuoto, dell’assenza di rumore, bensì densità, una densità condivisa che si sente nella pancia, come una palla che spesso però appartiene anche a qualcun altro, questo “lui”, questo “tu” a cui Valentina rivolge il canto: “Questa sera ho nostalgia/ dei tuoi silenzi, degli spazi/ vuoti quando guardando aspettavi/ che parlassi per prima.” La solitudine è quel dono del tempo che permette di scavarci dentro, trovare i nostri buchi, attraversarli e sapere cosa c’è nel buio più profondo di noi: ci si conosce e poi si torna alla luce.

I versi di Valentina Colonna sono appunti di un viaggio interiore, sono segni del suo passaggio in regioni lasciate ai margini della vita pratica e quotidiana, territori che richiedono una discesa verticale e una salita ancora più difficile. Ma la poesia è catarsi prima di tutto, e se ci si libera poi si risale a galla. In questi versi ci sono tre sensi scelti come canali privilegiati di analisi delle cose e di comunicazione: la vista, il tatto e l’olfatto. Il territorio, che sia esso cittadino o rurale, è humus costante e i sensi ci guidano tra ricordi e presenti sempre in movimento, allora sul treno “L’odore è di cannella e l’aria/ morta della pioggia asciutta/ sui vetri/ mi ha appena risucchiato”.

Valentina Colonna ha anche lo slancio, a volte trattenuto, verso una poetica della negazione, dove il riconoscersi è sapere prima di tutto cosa non si è, cosa non si vuole, piuttosto che il contrario. Sono chiave di lettura per tutti questi versi di negazione: “Il tempo non va/ che dove non sono”, “Nell’accelerare di passi/ l’euforia è l’angoscia/ più nuda davanti/ a chi oggi non c’è”, “Io non sono che nulla/nell’inattuale molto/che la mente scansa”. Ogni tanto è importante fermarsi ad ascoltarsi, anche solo respirare, sentire la gabbia toracica espandersi e il libro di Valentina Colonna è un ottimo mezzo per poterlo fare, per la cura della forma, per la scelta delle parole e il suono che esce dal verso.

 

Clery Celeste

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