Il mondo di Alice Oswald

a cura di Francesca Biagi

Alice Oswald è una poetessa inglese. Nata a Londra nel 1966, dopo gli studi classici a Oxford ha iniziato a lavorare come giardiniera, professione che l’ha accompagnata nel successivo svolgersi della sua carriera di poetessa. Ha abitato a lungo nel Devon, in un villaggio vicino al fiume Dart, protagonista del suo poema omonimo. Oggi vive a Bristol con il marito e i tre figli.

È autrice molto acclamata in patria, definita dalla scrittrice Jeanette Winterson “la legittima erede di Ted Hughes”. Nel 2019 è stata eletta Professor of Poetry all’Università di Oxford, prima donna eletta a questa prestigiosa cattedra. Per le sue opere poetiche ha vinto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Forward Poetry Prize (migliore opera d’esordio) nel 1996 per la sua prima raccolta di versi The Thing in the Gap-Stone Stile e il T.S. Eliot Prize nel 2002 per il poema Dart, evocazione polifonica, in versi e prosa, del fiume Dart. Nel 2009 con la raccolta Weeds and Wild Flowers ha vinto l’edizione inaugurale del Ted Hughes Award, e per la raccolta del 2016, Falling Awake, il Griffin Poetry Prize e il Costa Award for Poetry. Le altre sue opere sono: la raccolta di poesie Woods etc. (2005), il poema A Sleepwalk on the Severn (2009), opera che ha di nuovo come protagonista un fiume, e i poemi che si richiamano alla tradizione classica: Memorial (2011), una sorta di rielaborazione dell’Iliade, e Nobody (2019), ispirato alle storie dell’Odissea. Di Memorial è uscita nel 2020, per l’editore Archinto, un’edizione in italiano, Memorial. Uno scavo dell’Iliade, nella traduzione di Rossella Pretto e Marco Sonzogni.

La natura permea tutta l’opera Alice Oswald. Il lavoro di giardiniera, a contatto con le piante e i ritmi naturali della terra, si riversa splendidamente nella sua poesia. Ma natura, qui, non significa pura contemplazione di un mondo separato e altro da noi. L’osservazione che Oswald fa, per esempio, del mondo vegetale è talmente attenta e precisa da condurre a un totale ribaltamento della prospettiva solita: natura e umano arrivano davvero a fondersi, diventando una sorta di unica entità, una specie di paesaggio interiore, con la sua flora e la sua fauna, quasi metafisico, quasi spirituale. Il fiore, la pianta, la bestia si fanno umani e l’umano diventa natura, e la poesia coglie esattamente questo attimo di fusione in un’unica immagine. L’autrice, che viene spesso definita, con un’etichetta che però non ama particolarmente, “poeta della natura”, in un’intervista alla rivista “The White Review” descrive molto bene questo processo creativo che parte dall’osservazione: “C’è una passeggiata lungo l’estuario che faccio quasi ogni giorno, in orari diversi, in base al flusso della marea (certe volte devo farla di notte), e che mi permette di comprendere la vita intrinseca delle piante. Riesco a vedere ogni singolo movimento che fa una foglia, nel corso di una settimana, per dispiegarsi. (…) Questa cosa mi ricorda che la prospettiva umana è parziale. Ed è in questo senso che la poesia della natura è solo un altro tipo di poesia metafisica ed è esattamente quello che mi piace”.

Così nasce la flora umanizzata che troviamo in tutte le poesie della raccolta Weeds and Wild Flowers (Faber & Faber, 2009): il narciso, l’iris, la salicaria sono quelle entità per metà fiore e per metà umane che abitano il nostro paesaggio interiore, perché l’autrice, come ci dice nella breve prefazione alla raccolta, parte dall’idea che i fiori siano “il nostro sé riconoscibile in un altro luogo” e di questo le poesie si prendono gioco, con lieve ironia, “usando i nomi dei fiori per evocare la flora della psiche”.

Tradurre l’opera di Alice Oswald è un’esperienza appassionante e credo lo sia, perché ogni volta gli ostacoli da superare coincidono, in qualche modo, con la sostanza stessa della sua poesia. In Wedding, per esempio, mi sembra che l’essenza del componimento derivi da un concatenarsi di immagini, dove una nasce dall’altra, come per magia, e dove ogni immagine a sua volta scaturisce da una parola, e ogni parola, infine, ne suggerisce un’altra. Così, se nell’altra lingua manca l’uguale corrispondenza tra quella parola e quel significato, l’immagine, qui, non va davvero persa, perché subito si trasforma, finendo dentro un’altra visione. Allora swallowtail, che in inglese è il macaone (papilio machaon), un’elegante e variopinta farfalla, ma che contiene già in sé la rondine (swallow), si può trasformare, con solo un attimo di anticipo, appunto, in una rondine. Poi, quando il flusso continua, come in un gioco di scatole cinesi al contrario, e parole e immagini coincidono in entrambe le lingue, sembra davvero un trucco… una colomba che esce dal cappello del prestigiatore.

Allo stesso modo, le poesie raccolte in Weeds and Wild Flowers racchiudono in uno dei loro elementi essenziali – quel giocare con il nome dei fiori – un nodo che il traduttore deve sciogliere, per poter continuare lo stesso gioco nell’altra lingua. Qui è spesso il nome comune del fiore, grazie alla sua natura fantasiosa, a suggerire quei tratti caratteristici che la poetessa trasforma, nella poesia, in una personificazione quasi metafisica. Così, se i nomi comuni del fiore nelle due lingue sono diversi, come spesso accade, traducendo si potrà talvolta sacrificare un poco la precisione del nome in italiano, che è comunque per sua natura molto variabile, affinché esso possa accogliere in sé l’immagine che il nome in inglese evoca. E questo “accogliere in sé” credo sia anche il senso dell’ascolto attento di quel mondo vegetale che, per il fatto stesso che esiste, è come noi. Ma in fondo è anche il senso del tradurre, come accogliere in sé la visione dell’altro.

Wedding

From time to time our love is like a sail
and when the sail begins to alternate
from tack to tack, it’s like a swallowtail
and when the swallow flies it’s like a coat;
and if the coat is yours, it has a tear
like a wide mouth and when the mouth begins
to draw the wind, it’s like a trumpeter
and when the trumpet blows, it blows like millions…
and this, my love, when millions come and go
beyond the need of us, is like a trick;
and when the trick begins, it’s like a toe
tip-toeing on a rope, which is like luck;
and when the luck begins, it’s like a wedding,
which is like love, which is like everything.

Sposalizio

Di tanto in tanto il nostro amore è vela
e se la vela inizia l’altalena
di rotta in rotta, è come rondine
e se la rondine vola è giubba;
e se la giubba è tua, ha uno strappo
come grande bocca che se inizia
a trarre il vento, è trombettiere
e se la tromba soffia, è a milioni…
e questo, amore, se milioni van
senza di noi, è come un trucco;
e se il trucco inizia, è la punta
dei piedi sulla corda, che è fortuna;
e se fortuna inizia, è sposalizio,
che è come amore, che è come tutto.

dalla raccolta The Thing in the Gap Stone Stile, Faber and Faber, London, 2007

Fox

I heard a cough
as if a thief was there
outside my sleep
a sharp intake of air

a fox in her fox-fur
stepping across
the grass in her black gloves
barked at my house

just so abrupt and odd
the way she went
hungrily asking
in the heart's thick accent

in such serious sleepless
trespass she came
a woman with a man's voice
but no name

as if to say: it's midnight
and my life
is laid beneath my children
like gold leaf

Volpe

Ho sentito tossire
come se lì ci fosse un ladro
fuori dal mio dormire
una secca inspirazione

una volpe nel suo manto di volpe
passando per
il prato in guanti neri
ha abbaiato alla mia casa

era così brusco e strano
il modo in cui andava
a chiedere affamata
nel denso accento del cuore

in sì seria insonne
intrusione è venuta
donna dalla voce d’uomo
ma niente nome

come a dire: è mezzanotte
e la mia vita
è distesa sotto i miei figli
come foglia d’oro

dalla raccolta Falling Awake, Jonathan Cape, London, 2016

Narcissus

once I was half flower, half self,
that invisible self whose absence inhabits mirrors,
that invisible flower that is always inwardly,
groping up through us, a kind of outswelling weakness,
yes once I was half frail, half glittering,
continually emerging from the store of the self itself,
always staring at rivers, always
nodding and leaning to one side, I came gloating up,
and for a while I was half skin half breath,
for a while I was neither one thing nor another,
a waterflame, a variable man-woman of the verges,
wearing the last self-image I was left with
before my strength went down down into the darkness
for the best of the year and lies crumpled
in a clot of sleep at the root of nothings all

Narciso

un tempo ero metà fiore, metà sé,
quel sé invisibile la cui assenza abita gli specchi,
quel fiore invisibile che è sempre interiore,
che brancolando s’inerpica in noi, un che di gracile che si gonfia a scoppiare,
sì un tempo ero per metà fragile, per metà scintillante,
continuamente a emergere dalla scorta del sé stesso,
sempre a scrutare fiumi, sempre
ad annuire col capo e pendere da un lato, sono affiorata trionfante,
e per un po’ sono stata metà pelle metà respiro,
per un po’ non sono stata né una cosa né l’altra,
una vampata d’acqua, una variabile uomo-donna dei margini,
con addosso l’ultima immagine del sé che mi han lasciato
prima che la mia forza cadesse giù nell’oscurità
per gran parte dell’anno e giace accartocciata
in un grumo di sonno alle radici di nulla tutto

dalla raccolta Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, London, 2009

Fragile Glasswort

What can have happened to Fragile Glasswort?
She looked so controlled and thin in her green cotton skirt.
But she rushed out suddenly and was last seen in the marshes
standing in gumboots, weeping huge, mud-troubled splashes.

A build-up of salt in the gut. That's why she's so tearful.
That's why her gaze is as stiff and composed as a crystal,
till it frosts and dissolves. I don't know how to protect her.
I always knew from her brittle remarks she was likely to shatter.

But why does she not come back to discuss the whole business?
Certainly she is blessed with a certain hard softness.
Rigid but liquid. So very tense and splintery
you'd think she had a prong frozen into her of some ancient injury.

No true cohesion. That's what I always said.
I imagine she's out there still, sinking into the mud.
I'll go out later with a cup of tea and see if she's any less
fixed in her pressure and poise, internal and surface stress.

Salicornia delicata

Che sarà capitato alla Salicornia delicata?
Nella sua gonna di cotone verde pareva così sottile e misurata.
Ma d’un tratto è corsa fuori e gli ultimi l’han vista nelle paludi
dritta in piedi in stivali di gomma, a piangere enormi spruzzi fangosi.

Un accumulo di sale nelle budella. Per questo ha tante lacrime.
Per questo lo sguardo è composto e fermo come cristallo,
finché gela e si dissolve. Non so come proteggerla.
L’ho sempre saputo dai suoi commenti fragili e tesi che ad andare in pezzi era propensa.

Ma perché non torna a discutere l’intera faccenda?
Di certo ha il dono di una certa dura tenerezza.
Rigida ma liquida. Così tirata e scheggiosa
diresti che ha in lei congelata una spina di qualche antica lesione.

Nessuna vera coesione. L’ho sempre detto io.
Immagino sia ancora là fuori, ad affondare nel fango.
Più tardi andrò fuori con una tazza di tè per vedere se è un po’ meno
fissa nella sua composta tensione, nello sforzo interno ed esteriore.

dalla raccolta Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, London, 2009

Narrow-lipped Helleborine

I'm worried about Helleborine. So hard-worked, so discreet.
So unhappy, so accepting, so reliable and so mute.
In her white nightdress, when she occasionally sleepwalks,
she resembles a closed umbrella, hunching her spokes.

She is to me much less open and spreading than she has been,
though sometimes, in a clipped, narrow-1ipped tone,
she mentions work matters into a machine
and I can hear the dark shaft of her throat going down and down.

She speaks grey, as if under the shadow of some great regret
and yet will not say what and I know I know
there is a swallow's nest on the ledge of her window
that wakes her at four a.m., but she never says so.

Just glances and blinks and shivers and pimples
and sort of wipes the words away between mouthfuls.
She is to me much less talkative than she has been.
She looks tired in daylight. Almost green.

Elleborina dal labbro esile

Mi preoccupa Elleborina. Così logora, così discreta.
Così infelice, così docile, così affidabile e così muta.
Nella veste da notte bianca, quando è sonnambula a tratti,
somiglia a un ombrello chiuso, che inarca i suoi raggi.

Mi pare molto meno aperta e dispiegata di quanto non sia stata,
sebbene a volte, in tono ben scandito, a labbra strette,
menzioni in una macchina faccende di lavoro
e sento il pozzo buio della sua gola che scende giù e giù ancora.

Si esprime in grigio, come all’ombra di una certa grande amarezza
e però non dice cosa e lo so lo so
c’è un nido di rondine sul davanzale della sua finestra
che la sveglia alle quattro del mattino, ma mai lo confessa.

Solo occhiatine e ammicchi e brividi e pustoline
e come un asciugar via parole fra i bocconi.
Mi pare molto meno loquace di quanto non sia stata.
Sembra stanca in pieno giorno. Verde, o poco manca.

dalla raccolta Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, London, 2009

Yellow Iris

It's early morning
and a woman
from a previous
world is wading
up the stream.

Very stately and
sturdy with double-
jointed elbows she's
still in her
grave clothes,
her crinkled three-ply
surcoat made of
cloth of June.

She has one
gold-webbed glove,
one withered hand.

She's resting, considering
her next pose,
behind the blades
of slatted blinds.

Her name is
Iris, the Rainbow,
the messenger, the
water's secretary, the
only word she
speaks is `yellow'.

Lost ghost Queen
of the Unbetween
it's lovely listening
to the burp
of mud as
she sinks her
feet right in.

Iris giallo

È mattino presto
e una donna
da un mondo precedente
cammina nell’acqua
controcorrente.

Molto maestosa e
vigorosa con i gomiti
snodati porta
ancora i suoi
abiti da morto,
la sopravveste increspata
a tre strati
in tela di giugno.

Ha un
guanto a trama d’oro,
vizza una mano.

Riposa, valutando
la prossima posa,
dietro le lamine
di tende a stecche.

Si chiama
Iris, l’Arcobaleno,
la messaggera, la
segretaria dell’acqua, la
sola parola che
dice è ‘giallo’.

Perduta Regina spettro
del Noninterstizio
è bello ascoltare
il rutto
del fango quando
ci affonda ben bene
il suo piede.

dalla raccolta Weeds and Wild Flowers, Faber and Faber, London, 2009

Fonte foto: poesia.blog.rainews.it

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