IL MARE DI FEDERICO

Libro intenso, pieno di autentica poesia, questo che Pietro Federico dopo lunga gestazione ha potuto dare alle stampe grazie alla collaborazione di Nino Aragno editore con il premio Subiaco. È voce modulata con attenzione, come nota anche Umberto Piersanti nella postfazione, dove invita a notare la forza di tessitura, a volte con troppa scoperta, dei versi di Federico. Ma, credo io, modulata in un inseguimento tutto interiore, ovvero è come se il poeta stesse cercando, continuamente, nelle varie condizioni e occasioni, una voce per dirsi finalmente. Libro ricco di letture interiorizzate sia dalla poesia italiana ed europea che da quella oltreoceano, frequentata e tradotta in questi anni, ma libro assolutamente teso a “giustificare” ovvero a trovare la giustizia del proprio essere nel mondo. In tal senso, il poeta è quasi sempre in scena – anche nei testi più asseverativi, quasi da discorsi pre-filosofici, o in quello più descrittivi. Quasi alla stregua di un romanzo di formazione, Il libro vuole innanzitutto leggere la sua posizione nel mondo, come va definendosi anche in virtù dei grandi cambiamenti che la vita gli ha portato: la casa oltreoceano, la nascita di una figlia, a cui dedica poesie molto belle, il ritorno in Italia. E anche laddove risulta un che di insistito, o di declamatorio, o qualcosa di ampollosa sicilianità del dettato, la autenticità della voce non viene meno, e sa trovare di nuovo, immediatamente, accenti persuasivi. Come in questi versi: “Da tanto hai lacrime negli occhi/ da non essere che luce”. Oppure: “E Dio sarà ancora il padre/ della nostra malinconia”

Il titolo oltre a indicare una presenza ricorrente ( poteva essere altrimenti in chi ha radici siciliane e ha varcato l’oceano?) e una presenza metaforica che accompagna e lega tutto il libro, indica lo stato di “giustificazione” o meglio di libertà che l’uomo che ha scritto il libro ritiene di aver raggiunto, non senza prove (come quella di amare dolori oscuri e inenarrabili) e non senza ombre. Un senso di “mare aperto” che per fortuna indica qualcosa di diverso dalla poesia troppo spesso da asfittico tinello ( o peggio da libreria) che si respira in molta poesia della sua generazione. Libro controcorrente, in tal senso.

Per questo la prova di Federico va salutata con allegria dai compagni di viaggio, non solo per la maturazione di esperienze poetiche importanti che in questa voce trovano nuovi accenti e futuro, ma anche per una certa salutare sfrontatezza dell’essere se stessi, in una poesia che non chiude il fiato, ma lo riapre, legando passato e presente.

 

Pietro Federico, Mare aperto

Davide Rondoni

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