Il Libro dei Liquidi di Irene Santori

di Pietro Cagni

  1. Un segno materno. Il Libro dei Liquidi dà forma a una “continua gravidanza”, non so come altro dire quella maternità che non avviene solo nel grembo o per nascita di parto, ma che stringe ogni creatura in un tipo d’alleanza, in un gesto che porta dentro di sé, che è due, che sostiene e dà vita, continua vita impossibile. Una continua maternità abbracciante del mondo. Per questo la raccolta di è colma di voci, posti, incontri, conversazioni, perché la vita è maternamente data, spesa. E come prende forma questa femminilità continua, alla lettera eccessiva, senza orbite come gli occhi nell’autoritratto dell’ultimo Rembrandt? Quale misura può delimitare ciò che rompe gli argini e continuamente sconfina? Leggiamo. Le labbra si allargano, anche la pagina si fa ospitale e raduna versi, prose, traduzioni, nomi, ripetizioni, titoli, opere, storie, dediche, note, citazioni. Si spacca il canzoniere: questa raccolta incandescente, questo strano e mosso prosimetro bilingue non è un florilegio, una decorosa collezione. Qui prende forma l’accoglimento del mondo innumerevole, delle parole degli altri perché gli altri sono alterità sempre sconosciute e dolenti, in cui avviene misteriosamente un unico avvenimento. In ogni pagina affiorano parole che non sono di Irene Santori, che sono divenute sue, presenti e perdute in luoghi ora inaccessibili o in un tempo remoto: voci appuntate tra le case malmesse delle prostitute e dei travestiti, Napoli, la Francia, i quartieri sventrati delle città siciliane, Parma, Israele, la Palestina. Eppure, come nell’incontro con una donna sconosciuta, che Santori accompagna (o da lei si lascia accompagnare?) nell’acqua del Mar Morto, ogni apparizione è gravida, porta con sé un’ombra familiare, intima. Anche quando ha per nome Assenza.
    Il Libro dei Liquidi non si spiega senza questa delicata, precisa e insistente esperienza di gestazione della vita. Una continua, femminile assunzione del peso: prendere in carico, tenere dentro di sé, far nascere il mondo, chiedere di essere continuamente generati. Il titolo, rubato al figlio di cinque anni, e i segni che per tutta la raccolta si fanno spazio nel bianco della pagina, avvertono la condizione materna e filiale da cui scaturisce la poesia di Irene Santori, che sembra dire: ogni giorno si squaderna in me la vita continuamente offerta e ricevuta, in quest’opera si raccoglie come un unico respiro l’aria che soffio e quella che mi soffia sul volto. Questo libro raccoglie le cose offerte e ricevute e le dispone in un racconto, dà direzione amorosa alla storia.
  1. Stremati e insanguinati tornarono alla grotta e vi
    incisero cervi, bufali e mammut, ma soprattutto
    l’occhio del cinghiale che guarda la freccia nel suo
    fianco.
    Stremati e insanguinati tornarono alla grotta e vi
    incisero cervi, bufali e mammut, ma soprattutto
    l’occhio del cinghiale che guarda la freccia nel suo fianco.
     
    Nella Premessa ci viene detto che il Libro dei Liquidi è un altro: l’opera del piccolo figlio Nicola, di cinque anni. I suoi segni scandiscono il libro con una cadenza da decifrare: a tutta pagina, con un tratto inspiegabile ma sicuro di traiettorie misteriose, si impongono felicemente alla vista e sconvolgono le grammatiche quando dicono acqua, scrivono olio in verticale, acqua salata mare con direzioni e grazie inedite e riducono il suono del fuoco. I disegni del piccolo Nicola stupiscono nella doppia facciata del libro, e con parole sbagliate ordinano le sezioni della raccolta: recuperano una memoria visuale antichissima, sono forse l’ultimo compimento delle scalfitture nelle pareti di pietra, delle caverne di Altamira. Queste incisioni preistoriche sono ri-presentate quattro volte nella raccolta, tante volte quante appaiono i disegni del bambino. Il brano in prosa che riporta, in un breve giro di frasi, la scena di caccia è il primo testo del libro. La materia verbale è quattro volte la stessa, ma lungo la raccolta si assottiglia inarrestabilmente: se all’inizio il testo è addirittura raddoppiato via via appare più esile, secondo un ritmo discontinuo. L’erosione del brano non culmina nella sua completa sparizione: come si fa chiaro a poco a poco, gradualmente l’autrice stringe il campo sul frammento a cui vuole farci guardare: ma soprattutto l’occhio del cinghiale che guarda la freccia nel suo fianco. Se l’animale, che è inciso a sua volta nella parete oscura della grotta, guarda il segno che lo trafigge, è perché lì avviene – silenziosamente, senza gemiti, il cinghiale non muore né sanguina ma contempla, guarda – il mistero della possibile fecondità. I disegni attuali del piccolo Nicola e i disegni remoti costituiscono l’orditura duplice, verbale e visiva, del libro di Irene Santori, a contemplare quello che nasce dal vibrare e sussultare della carne. Ancora prima della nostra decodifica del senso delle immagini, e delle numerose storie che vivificano il libro, deve essere il segno stesso, il suo stesso avvenimento, a reclamare il nostro stupore.
    (D’altronde, la stessa, materna cura ha permesso che quei segni raggiungessero la carta e la pietra, dando il tempo e le forze necessarie, sottraendole alle necessità quotidiane, al bisogno di provvedere. Allora questi segni significano anche ciò da cui sono scaturiti, che ha posto in essere le condizioni necessarie alla loro fattura, che siano colatura di colore, una via di mezzo tra un addensamento e una cancellatura, o materia sottratta, graffio dopo graffio, alla parete della grotta.)
  1. Nel Libro dei Liquidi la traduzione inglese precede le poesie: come due che provano a congiungere la forma degli zigomi per riconoscersi, ma scoprono la dissomiglianza, una conclamata resistenza dei loro tratti. In qualche modo, però, dall’apparizione dal bianco della pagina si fa nitida una tenace e inafferrabile familiarità: simile è la misura e la forma dei lineamenti, anche se si dà in sfumature impalpabili (come nei lampi di luce che accendono un volto e ne ricordano un altro, o le fratture della voce quando ride, in cui risuona un’altra voce, anche se ormai indisponibile…). La traduzione a sinistra confonde derivazione e innesco, principio e compimento. Le due lingue, inglese e italiano, incarnano in un’unica tessitura il mistero della generazione che gioisce di ogni differenza, di ogni qualità, e si commuove per la fioritura di margherite dal teschio. Cosa aveva intuito il grande poeta: che la vita si scopre feconda e dice che morte non ha dominio se la frescura della margherita attraversa lo spazio, prima impensabile, aperto dalle ossa. Perché le parole diventino scena del dramma filiale e materno bisogna avere offerto i tessuti e la carne, fino a perderli. Ora che i corpi si sono separati e il sangue diviso (la placenta è posata sulla bilancia, il fatto è compiuto) trema una nuova somiglianza, una rifrazione: le due fisionomie non coincidono più eppure continuano a rispondersi, senza toccarsi. Adesso sono due, cose diverse intime sconosciute. Stanno ai margini dell’abbraccio e della pagina in cui, comunque, possono riconoscersi.
    Irene Santori ha parole per dire la nudità interna erotica dell’amore, il Cantico del sangue che pulsa cinque centimetri sopra il cuore: sei poesie, come un poemetto in frantumi, sono dedicate allo stravolgimento, all’abbandono fatto assieme. Come è stato detto del libro biblico, la serie di Praxis è un’acquosità illimitata, tutta scoli d’acqua, fontana, pozzo: cominciano mordendosi dagli occhi / le cose dell’amore e non sono colpi d’ala / ma di grandine

    allora faccio il paio io, la bagna,
    la parte acquorea della terra,
    il sottovaso
    - non mi interessi tu -
    ah già, ma mi sta bene,
    ché più delle colombaie amo
    la distruzione del tempio

  1. Sin dall’epigrafe si sente il turbinio delle voci: per prima cosa ci schiantiamo su un Aristotele moltiplicato, tradotto inglese e italiano, cioè sempre straniero. Il libro si apre con un frammento dalla Poetica (e quindi sono parole riferite, annotate, appartengono a un colloquio perduto in cui le voci sono ormai indistinguibili), per di più costituito da due segmenti speculari, a inquadrare due volte, anzi quattro, la stessa figura: pietà per l’innocente, terrore per chi ci somiglia. Pietà, terrore, pity, terror. Di fronte a quale fatto si sperimenta questa stretta inaudita, qual è l’avvenimento, chi è l’innocente che ci somiglia e ci commuove? Allora non è una pietas psicologica, della mente, del ragionamento, ma il prodigio dell’umidità: tremano i polsi, si allargano le orbite per contenere. Una nascita. Bisogna leggere Il Libro dei Liquidi per vedere questa dinamica accadere misteriosamente, scandalosamente.
  1. Non so spiegare come intride persino una corsa nel fango, in un pomeriggio di caccia da bambina di dieci anni. il tallone nella pianta dello stivale, ma nudo però, perché la calza s’era tutta srotolata fino all’avampiede, lo sparo improvviso che mi spostò le tempie, gli animali celesti centrati per sbaglio, una divinazione improvvisa. Ma che pena questa mia parafrasi, questo riassunto. Allora
     

    Mi drizzai e corsi, come uno spaventapasseri, io impagliata, infangata, infuocata, smidollata, cosa non colai e deglutii. Dalle rotule il fango sgocciolò lungo le caviglie e da lì nella conca del tallone, sciabordante ad ogni falcata e col calzino aggrovigliato che mi segava il piede in due. E trasudavo, salivavo e piangevo, piangevo e inghiottivo tutto quanto cedeva la mia fessa diga, venuta giù al primo colpo. Raggiunsi il corpo e lo raccolsi. Mi misi a frugare come una furia, tastai uno sterno e una calda convessità fibrosa, viscerale, sotto, sopra, l’ala, il cranio.

    Dove l’avevamo colpito? Dove? Fin dove si era spinta la sonda, quanto dentro il salvabile, quanto dentro il commestibile?

    ‘È bellissimo’ mi disse Rinaldo da dietro. Lo prese nelle sue mani e gli afferrò la testa cadente. Notai il becco lunghissimo. Vidi il becco lunghissimo girare su se stesso. Vidi il collo lunghissimo girare su se stesso tra le dita di mio zio, che lo torceva in una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette mandate.

     

    Il ricordo, di abbacinante bellezza, poi continua. Il corpo caldo e innocente d’animale si spegnerà tra le mani della bambina, e quello sparo verticale ne prefigurerà un altro, qualche anno dopo. Tutta la raccolta si rivela come un’unica sequenza di scene di caccia, predazione e terrore, l’incessante ripetizione ed estensione della scena di Altamira. Così, mentre io partorivo mia figlia, un colpo di fucile libera il povero ragazzo dagli ostaggi della testa, lo attraversa e spalanca e forse gli dà pace, infine, beatitudine. A quale prezzo questa collisione di vita e morte. Due avvenimenti sacri e luminosi, immagine della finestra bifora che dà il nome alla poesia. Leggere Il libro dei liquidi fa desiderare di stare dove sta la voce di Irene Santori. Portare anche noi nell’acqua, accompagnare, tenere per mano l’assenza, fare vivere, essere lieti e sconosciuti, lasciare andare, rincuorare, confortare.

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