Il ladro d’elemosine e il poeta mistico. di Sarah Tardino

Solo un uomo di Dio

Piccolo ritratto di Bernardo De Angelis

 

di Sarah Tardino

 

A Bologna in via Tagliapietre sorge il santuario del Corpus Domini entro il quale dal Cinquecento una piccola comunità di clarisse custodisce in clausura il corpo incorrotto di Santa Caterina De’ Vigri, fondatrice dell’ordine, Santa veneratissima in città e assai miracolosa.

L’altra ala del santuario è occupata da un giovane ordine missionario quello degli Identes che con le suore condivide la chiesa e il culto della Santa.

C’era un senzatetto, un uomo burbero, scontroso, intrattabile e molto trasandato, che era solito frequentare la chiesa; i missionari gli avevano offerto, come facevano con tutti i disperati che bussavano alla loro porta, un pasto caldo, vestiti in buone condizioni, ma egli era orgoglioso, rifiutava.

Voleva guadagnarsi il suo e aveva escogitato un sistema ingegnoso; munito di un fil di ferro ripiegato ad uncino e cosparso di colla ad una estremità passava le sue giornate a pescare con quello strumento monetine dalla piccola fessura delle cassette delle elemosine. Aveva una pazienza certosina,  riusciva a prendere sole le monete più leggere, di scarso valore, ed era contento.

Un giorno il Priore lo vide mentre attendeva al suo mestiere di ladro di elemosine, qualcuno aveva citofonato in convento, era ora di pranzo, dicendo: “C’è un barbone che ruba in chiesa”.  Gli sguardi dei due uomini s’incontrarono, nessuno parlò, poi l’uomo che reggeva un pesante fagotto con i suoi averi, stracci e altre cose a lui preziose raccattate fra i rifiuti disse al prete: “ per favore mi tieni la borsa?” .

Il priore del Corpus Domini era un uomo alto, magro, con una lunga barba, di un’età indefinita, sembrava uno santo della tradizione orientale, rispose: “certo” e prese il fagotto dell’uomo che così con più agio ed entrambe le mani libere poté continuare la sua pesca miracolosa di un centesimo alla volta.

Non conosco il nome di quell’uomo, il Priore si chiamava Bernardo De Angelis. Molti dicevano di Lui che era un grande intellettuale, ma Lui voleva essere solo un uomo di Dio e così viveva.

Ciò che di eclatante appare della chiesa sono i cardinali corrotti, le congiure, le nefandezze, quello che nessuno sa, forse neppure gli altri missionari Identes o le Clarisse, è che padre Bernardo lasciava delle banconote fuoriuscire dalla fessura della cassetta delle elemosine perché il pescatore di monetine avesse tutti i giorni qualcosa per comprarsi da mangiare. Era un tacito accordo, l’uomo comprava del pane e si sedeva sui gradini della chiesa a consumare il suo pasto.

Padre Bernardo De Angelis uomo di Dio, complice d’un ladro di monetine, non ha mai assaporato lo zucchero della corruzione, aveva un palato sofisticato, era uno straordinario teologo un uomo di mirabile sapienza, avrebbe dato se stesso per l’altro l’uomo malandato a cui reggeva la borsa, avrebbe dato se stesso per uno che mentre rubava era innocente come un bambino e raggiante d’umanità come Cristo.

Perché il sentimento della carità è dato ed avvertito con sensi spirituali, quei sensi supplementari che travalicano persino il più raffinato intelletto e si radicano in un altro tempo e in un altro mondo, in un oltre mondo che trova compimento in questo mondo: è il vero meraviglioso corpo della Chiesa che venera un Dio dalla duplice natura che pretende dall’uomo la convocazione in sé di una scintilla divina.

È la scintilla che ha incendiato tutta l’opera di Bernardo De Angelis che era uno dei massimi esponenti della poesia mistica italiana qui riportiamo una poesia del suo libro Il tempo ormai uscito per Pardes Edizioni nel 2005:

 

E certo non c’è dubbio che io t’ami,

è tanto tempo che ti porto dentro,

a te sono tornato ogni momento

senz’essere partito.

 

Senz’essere partito io ritorno

come fa il mare quando l’onda vecchia

non tiene la sua presa sulla riva

e cade indietro, e un’onda nuova viene

e ripete l’assalto.

 

È tuo però l’assalto che io sento,

oppure no, è solo che mi preme

qualcosa dentro, la tua grazia forse,

ed io non so restarmene qui quieto

e ti rimpiango.

 

È vero, certo, io lo so che t’amo,

in fondo, solo tua è sempre stata

la mia vita. Però non mi consola,

non mi consola mai il saperlo. So

che è vero anche quest’altro che io sento

che poco t’amo.

 

Ma io lo so che t’amo(di’ che è vero),

dimmelo tu, nessuno può saperlo,

dimmelo tu, perché a te solo credo.

 

Ma sì che t’amo, se non altro

perché mi pento di non so cosa,

o forse sì, lo so, dell’ora spesa

a non amarti, e già scomparsa.

 

Ma sì che t’amo, solo che vorrei

che il tempo s’accucciasse qui ai miei piedi

per dirgli che non sono io il padrone

e che mai l’ho speso invano.

 

Ma sì che t’amo, solo il tempo

che non t’ho dato è quella parte

dell’anima che manca.

 

 

Il tempo di cui parla padre Bernardo è un tempo amoroso e circolare, un tempo nel quale si ritorna al Tu divino senza essere partiti, è quindi un tempo immobile o un tempo doppio nella sua essenza, come nella tradizione giudaico-cristiana un tempo divino di cui l’uomo viene a parte come sperimentatore in una dimensione umana che quel cronometro divino porta in sé.

È un assalto ritmico, ondivago, continuo quello del tempo divino sulla vita umana.

L’assalto di Dio o forse la grazia che può scaturire dal centro del cuore dell’uomo, comunque foriero d’inquietudine pregno di domande; è una dinamica e portatrice infine del rimpianto, quel rimpianto primigenio del paradiso perduto.

Il protagonista di questa poesia, dichiarazione amorosa, sente la verità del suo amore e di una vita che è donata e non appartiene, ma ciò non reca consolazione, sorge il pensiero di una deficienza nell’amore e allora il protagonista chiede al Tu assente e presente in Spirito, al Tu divino che rincorre, una rassicurazione sui motivi del tempo. C’è una bruciante colpa, quella dell’ora spesa senza amore, l’ora della distrazione, delle cose umane, ora non contemplativa e non condivisa, con l’eterno dunque scissa dal tempo divino; “l’ora che non ha più sorelle” cara a Celan e padre Bernardo, quell’ora completamente umana in cui ci so scopre orfani di Dio: ma è un’ ora già passata, che lascia nel suo ricordo riaffiorare solo la consapevolezza dell’amore e si ritorna allora al motivo centrale del libro e di questa poesia “il tempo” il tempo che è il grande metro della riflessione del Novecento intorno all’esistenza dell’uomo e che resta come un tema latente nella dimensione laica e mistica a noi coeva, viviamo un tempo che credeva di essere massimamente laicizzato, ma che ci getta nella bruciante presenza di un desiderio di religiosità, (persino estremo, violento e distorto) che pure è desiderio d’un dio.

L’io di padre Bernardo spera che il tempo possa essere docile e addomesticato per parlare al tempo stesso come alter ego e spiegargli che l’io non ha alcuna pretesa di potenza su di lui perché il tempo non compone l’io come una della sua parti è del terzo divino cui l’io anela di congiungersi amorosamente.

Così l’io accede al suo paradosso vuole dare al divino la parte mancante per tornare a compiere se stesso: la sua anima, la parte mancante però è del tempo, il tempo speso altrove da una comunione divina contro il tempo perfetto della congiunzione contemplativa.

Questo è il tempo della vita ultraterrena della suprema vita spirituale cui si accede con la morte, di una vita piena che fa di un individuo un uomo intero e un’anima in attesa del tempo in cui una sola cosa saranno col Divino la vita spirituale e quella dei corpi.

Bernardo lo sapeva e lo aspettava, la morte per lui era una sorella.

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