A colloquio con  Claudio Damiani sul libro “La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia”, Lantana Editore, 2016.

di Antonietta Gnerre

Il libro raccoglie riflessioni, appunti, interventi, sulla poesia antica e nuova e sull’arte, e sul tuo percorso poetico (anche interviste a te fatte nel corso degli anni). Quanto tempo hai lavorato su questo lavoro?

Mah ci sono testi anche antichi, dai primi anni ‘90 in poi, interventi sparsi pubblicati qua e là e testi nuovi, ho rivisto il tutto e ho composto questo libro, che è una sintesi di quel che penso della poesia, come lettore e come scrittore, e del mondo.

 

Apparentemente frammentario, in realtà è un libro molto compatto, perché ruota intorno a un’unica idea centrale, anzi più idee connesse tra loro ma estremamente legate. Parlaci di queste idee che uniscono tutto il lavoro.

La lingua come essere vivo, come una persona da ascoltare, amare, e quindi non stravolgere a proprio piacimento. La realtà come realtà vera, presenza, e quindi sacra, qualcosa anche qui che non puoi stravolgere, ma è lei che detta, è lei il cuore luminoso dell’arte; realtà che non è solo umana, ma è tutta la natura, natura che non è più meccanica, ma pensante, spirituale, e l’uomo non ne è fuori, ma dentro, parte di lei.

 

La natura, esclusa dal ‘900, viene ricompresa e messa al centro dell’arte, l’arte torna a essere “imitazione della natura” come diceva Aristotele, e come ribadiva Orazio nella sua Ars poetica (Nel 1995 per Fazi hai raccolto intorno a questo manifesto del classicismo un vivace dibattito di autori contemporanei). Da cosa è nata l’idea di scrivere su questo tema?

L’arte, e la poesia, come “imitazione della natura” è un mio tema da sempre. L’opera come un essere vivo: imitare la natura vuol dire proprio questo: creare esseri vivi, qualcosa di apparentemente facile (in quanto imitazione), in realtà molto difficile (e di qui il titolo, oraziano e petrarchesco, “la difficile facilità”). Che poi ovviamente è paradossale imitarla, un asintoto, perché lei è l’inimitabile per eccellenza, perché ci siamo dentro e non potremo mai guardarla da fuori; scienza e arte provano a lanciare degli sguardi su di lei, entrambi oggettivi, veri, da collocare per valore conoscitivo sullo stesso piano, anche se con angolazioni diverse. Ecco, in questo libro affermo che arte e scienza tornano a dialogare tra loro, dopo la scissione romantica, durata fino a quasi tutto il ‘900.

 

Ma perché era avvenuta questa scissione, e perché oggi invece arte e scienza, secondo te, dialogano?

Col Romanticismo ci fu una comprensibile reazione all’arroganza della scienza di allora, che aveva sequestrato la natura, arrogandosi superbamente il diritto lei sola di interrogarla. Fu un assolutismo cui l’arte giustamente si oppose, rifugiandosi nell’irrazionale e nel soggettivo. Ma l’arte è razionale e oggettiva come la scienza, è la natura che non si può imprigionare. Dalla relatività in poi la scienza non è più carceriera, ha capito che la natura è libera e deve essere libera, e si è riavvicinata all’arte, che questa comprensione l’aveva sempre avuta.

 

Dietro a questo libro c’è un personaggio che ricorre, il poeta Beppe Salvia, morto suicida a Roma nel 1985, secondo te autore di una vera e propria rivoluzione della nostra poesia e letteratura, quella con il quale usciamo non solo dal post-moderno, ma da tutto il ‘900.

Beppe ritorna alla natura, che era stata abbandonata dall’arte perché imprigionata dalla scienza, ci torna recuperando due grandi poeti italiani precursori di questo ritorno e dimenticati: Pascoli e D’annunzio. Con loro ritrova la natura e ritrova la lingua (che era stata anche lei dimenticata).

 

Un’autobiografia letteraria, di te come autore e, insieme, di una generazione. Quella che fondò a Roma negli anni ’80 le riviste “Braci” e “Prato Pagano”, ragazzi di vent’anni e poco più che si chiamavano Beppe Salvia, Marco Lodoli, Arnaldo Colasanti, Paolo Del Colle, Gino Scartaghiande, Gabriella Sica, Giuliano Goroni, Edoardo Albinati, Pietro Tripodo, Antonella Anedda, Silvia Bre. Siete ancora, come allora, uniti?

Sì. C’è stata qualche divergenza negli anni, ovviamente, ma poi ci siamo sempre ritrovati. Salvia e Tripodo non ci sono più, purtroppo. Goroni e Scartaghiande si sono molto ritirati, ma da poco è stato pubblicato di Scartaghiande un volume che raccoglie quasi tutta la sua produzione poetica (Oggetto e circostanza, Il Labirinto, 2016). Del Colle ha scritto due romanzi molto belli, Albinati ha vinto lo Strega, con Arnaldo Colasanti stiamo facendo un libro insieme. Marco Lodoli ha curato la mia antologia Poesie, uscita nel 2010 da Fazi. Con Giuseppe Salvatori, l’artista che era nella redazione di Braci, ho creato un’altra rivista, in carne ed ossa questa, cioè né cartacea né web, si tratta di incontri mensili a tema, insieme anche ai più giovani Stas’ Gawronski e Nicola Bultrini. La rivista si chiama Viva, una rivista in carne e ossa, è nata nel 2013, ha già 25 numeri e diversi speciali. Somiglia molto a Braci, anche Braci voleva essere vita allo stato puro, “nuda vita” come dicevamo allora.

 

Gli autori che principalmente e continuamente ricorrono nella tua riflessione sono: Orazio, Petrarca, Pascoli (Pascoli diventato un classico, accanto a Dante e Petrarca).

Sì, posso provare a dire ciò che li accomuna, che è poi quello che mi interessa: l’idea di una natura, e di una lingua dentro di lei.

 

Il ‘900 non è molto trattato, due sono principalmente gli autori su cui ti soffermi: Giorgio Caproni e Lorenzo Calogero.

Sì, sono anche molti altri gli autori che amo del ‘900, Sbarbaro, Ungaretti, ad esempio, ma qui mi concentro per esemplarità, per gli argomenti stessi del libro, su Pascoli (che è un autore del ‘900 comunque, e che il’900 ha preparato in tutto e per tutto, anche se poi non è stato dal ‘900 compreso, ma perché vedeva oltre, appunto), su Calogero, che è un autore ancora poco conosciuto ma secondo me centrale, anche perché del ‘900 rappresenta gli aspetti più bui e abissali, il fuoco, e Caproni che rappresenta per me prima di tutto un grande ritorno al canto, ai nostri primi poeti, alla nostra grande lingua.

 

Centrale, in questo lavoro, appare la tua riflessione critica su quattro autori importanti: Beppe Salvia, Giuliano Goroni, Umberto Fiori, Davide Rondoni. Parlaci di questa scelta.

Sono quattro esempi di uscita dal postmoderno, e dal ‘900. E di riproposta di una nuova letteratura fondata sulla realtà, sulle cose (attenzione, non realtà come realtà sociale, ma come realtà e basta, senza aggettivi, cioè esistenza allo stato puro, con tutto lo stupore e la responsabilità che comporta). Non è più l’io al centro, con i suoi inutili labirinti, ma il mondo. Una finestra si apre sul mondo.

 

Questo libro, e ciò giustifica il sottotitolo, vuole essere anche un “laboratorio”, proponendo temi, autori, testi, traduzioni in lingua italiana, dando anche indicazioni e dritte ai giovani e alle nuove generazioni.

Sì ho voluto anche questo, anche perché io partecipai a un grande laboratorio, che fu quello di Elio Pagliarani, che fu luogo di incontro di una generazione, e una grande fucina. Anche se non un libro serve ai giovani, ma incontrarsi veramente. I libri sono poi come i pani che spezzano e condividono, loro che produrranno nuovo pane.

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