Il guardiano del ricordo: Luca Pignatelli

di Mercedes Viola

Si poteva entrare in piedi nel camino del salone della vecchia casona illuminata da cento finestre e lì, o nel camino alto della cucina, lui accendeva il fuoco anche d’estate.
Godeva della sua compagnia, di guardarlo, sentire il suo crepitio, abbrustolirci una fetta alta di pane da mangiare col burro al mattino o da accompagnare con vino rosso e salame all’ora del tramonto. Se era fortunato versava un calice anche per Maria che era venuta a trovarlo; i muri, gli orologi, le tovaglie pesanti di lino diventavano reali solo se lei vi posava sopra il suo sguardo smeraldo.
Anche se a volte nella notte faceva fatica ad addormentarsi, si alzava sempre prima dell’alba, faceva la toilette e usciva fresco di colonia. Era elegante ma non gli piacevano i vestiti nuovi.
Gli piacevano i colori dell’inizio della giornata che guadagna terreno al buio e se, grazie a quella alchimia tra gli elementi, iniziava a piovere, per lui era una festa.
I profumi che si alzavano da terra e quelli che il vento portava da altre terre lo colpivano, inspirava profondamente e rideva di gusto mentre camminava fino alla stazione dei treni.
Entrava e salutava con una inclinazione obliqua del capo, camminava a passo deciso verso l’unico binario e guardava. Non aspettava nessuno e non doveva partire. Semplicemente guardava l’orizzonte dove le ferrovie smentiscono il loro parallelismo unendosi in un punto. Il punto dove alle 07:03 compariva la locomotiva, fumando. Mostro pigro, gigante buono, forza che non dà e non pretende spiegazioni, va e viene irresponsabile, senza chiedere cosa porta.
Alcuni vagoni sono coperti da teli con sopra dei numeri, lettere, trattini, come codici di un messaggio segreto, una missione che ignora.
Sapeva che un giorno il treno avrebbe smesso di fermarsi a questa stazione dove raramente saliva o scendeva qualcuno.
Erano rimasti in pochi nelle già poche case delle strade di terra in questo paese di frugale eleganza, e anche lui sentiva l’inquietudine della città che lo chiamava.
A volte, nei pomeriggi che camminavano lenti, guardava l’orizzonte e disegnava linee che formavano palazzi, con portoni e finestre, cupole, gallerie, lastre di marmo trainate da cavalli selvaggi la cui forza rendeva tutto possibile e fantastico.
Allora per darsi una scadenza, come una scaramanzia, si fece una promessa: il giorno in cui dal punto lontano dove il parallelismo si smentisce non fosse più apparsa la locomotiva, se ne sarebbe andato anche lui e, se la fortuna non lo abbandonava, con Maria.
Al tempo giusto, come accadono tutte le cose, il treno non comparve. Lui riempì i suoi bauli con le cose a cui teneva di più, chiese all’amore la mano di Maria e se ne andarono al futuro.
Alle strade di asfalto, i semafori, la fretta e le sveglie digitali, dove avevano profanato la magia della radio che ora si poteva anche vedere. Ma imparò a starci e a farne parte, a divertirsi. Imparò le regole e trovò tutte le linee che aveva sognato a occhi aperti in quel posto dove lo sguardo arrivava lontano.
Costruì la sua casa e nella casa un camino, e quando tutto gli fu familiare accese un fuoco, stappò una bottiglia, tagliò a metà un pane e una mela e prese una metà di ogni cosa in ogni mano, le avvicinò alle narici e viaggiò nel tempo - provate a farlo.
Si trovò di fianco alla sua maestra di asilo e quando si trovò davanti a sé stesso bambino si mise in ginocchio, si prese le mani piccole nelle sue mani d’uomo, e gli chiese che cosa poteva fare per essere felice nel nuovo mondo senza tradirlo.
Il bambino rispose: custodisci il ricordo. Fu così che si dichiarò guardiano dei colori dell’alba, dello sguardo smeraldo di Maria, del tempo che nascondono i vecchi orologi, che è un altro tempo, un ticchettio che parla di altre cose, della forza dei cavalli e delle tigri, dei terreni fecondi della nostalgia, come un ricordo di qualcosa che ancora amiamo e che a modo suo, da qualche altro mondo, ama noi.
Comprò una vecchia tromba e incominciò a suonare i ritmi rotti del jazz come gli strappi delle tele sulle quali dipinge.
Bisogna dominare la materia per riuscire a improvvisare. Sulle note jazz andava a spasso nel suo grande teatro, pieno di finestre e lucernari. Su un muro una testa di Aphrodite, sullo sfondo di un azzurro petrolio, guarda. Aphrodite, dea dell’amore e della sessualità.
Le hanno spaccato il naso.
Come a tutti noi amatori del mondo ce l’hanno rotto qualche volta. Ed è perfetta così, col naso rotto, ha la bellezza che chiedeva Toquinho, che la voleva con qualcosa di triste, qualcosa che piange.
Aphrodite, cosa cerca in te il guardiano che ti ripete e non ti trova?
Che cosa in te gli sfugge una e centomila volte?
E ti cerca sui teli, sui muri, sul legno e negli intrecci dei tappeti persiani, e tu sempre ci sei ma non ci sei, e ora sei lì, guardi un po’ di lato e hai qualcosa da dire ma non la dici.

Forse anche a te sfugge.
E ti vede dietro i finestrini di tutti i treni che non ha preso e sulle carrozze del tempo di altri ma non del suo, ti aggiri nei palazzi e sorvoli le cupole, ti nascondi dietro le sue anfore gravide.
Continua così, dea, cambia il colore di tutti gli sfondi, moltiplicati all’infinito perché in parte sei fatta di noi, che siamo macchine per ripetere noi stessi, sempre uguali, sempre diversi, cercando variazioni con sforzo o con slanci illuminati.
Vai sempre così Aphrodite, silenziosa, un passo davanti, sfuggici sempre un po’ così che possiamo sempre desiderare.
Il guardiano andò a cercare i vecchi teli marroni che coprivano i treni e che la città non voleva, con le loro scritte, con i tagli e con i buchi, rammendati da mani esperte sotto fioca luce, teli con addosso il freddo di tutta l’Europa, la paura e la fame della guerra, la sete delle estati roventi dei tempi di pace e la flemma rumorosa del suo andirivieni sotto il sole.
Tornò nella sua casa piena di porte magiche.
Le chiuse per non svegliare i bambini, buttò un legno grosso nel fuoco, prese un pennello qualsiasi - non credeva a quelli che necessitano cose particolari per fare arte - e come un totem, un santo protettore di ferro, un buon augurio, disegnò le parallele fino alla smentita, e sopra un treno che arriva, che ti viene addosso come il tempo, con le zampe arrugginite e nell’anima un incendio di carbone che fuma e va, che passa e il suo tremore ci fa felici e dai finestrini l’umanità lancia a lui le sue fotografie perché lui ne custodisca il ricordo.

 

(da Incontri ad arte, Capire edizioni, 2021)

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