il febbrile chiarificarsi dell’origine

 

Massimo Morasso, L’Opera in rosso, Passigli Editori.

 

Quando la luce dal mare si innalza, dopo la tempesta, giunge come un canto anche  tra le strade, gli incroci delle città.  E così la luce dello sguardo con cui Massimo Morasso osserva e ascolta la realtà irrompe, in silenzio, nei suoi versi, a testimoniare il fuoco sempre vivo di una vocazione, di un dono.

La sua ultima fatica, L’opera in rosso, mostra in filigrana ogni suo incedere, ogni tentativo, spesso arduo, di rispondere a quell’ ansia di scavare, che già dall’infanzia si palesa come un richiamo o forse una prigione. E il termine fatica non è casuale, poiché fin dalla prima poesia della raccolta, egli mostra l’impegno fisico e corporale che la scrittura comporta, richiede: tres digiti scribunt, totumcorpursquelaborat, ricorda Morasso citando un copista del Codice Cassinese. Una scrittura che, in quanto rispondente a un sincero desiderio di ascolto e umiliazione, diviene  trascrizione di “un’eco che rimbalza/ dall’al di là delle parole alla finestra”, un’eco che spesso sembra frantumare e disperdere ogni certezza e costruzione di senso, ma solo per ri-centrare l’individuo, affinchè possa sentire la grazia, “la misteriosa compresenza/ di ogni vita”.

Morasso sembra qui aver terminato, o meglio interpretato, la sua Caccia spirituale, aver compreso il senso della sua ricerca, ora illuminata dalla gioia e dalla volontà di accettare ciò che probabilmente spesso appare come una condanna, quel destino e quell’impronta che s’incuneano sulla fronte fin dal nostro primo pianto. Ma la comprensione e l’accettazione di tale ferita, il disvelarsi dello sguardo sul reale e su se stessi, non può avvenire senza dolore, senza abisso e silenzio, “perché è più semplice, può darsi, / o forse perché il male/ – l’intrigante- / raspa nel cuore più del suo contrario”, o forse perché è sempre uno scarto, uno schiaffo a porre l’uomo davanti le sue lacerazioni, facendogli comprendere che “la vita è in guerra/ con la morte/ ma è più forte” e che “alla vita spetti l’ultima parola /sulla vita”.

La realtà quotidiana del poeta non sfugge, non può sfuggire, dal presentificarsi della memoria, letteraria e personale, dalla folla di ricordi e visi, di abitanti abitati, che sembra popolare e riempire non solo la notte, ma anche il giorno, “alla tenda, /e dietro la finestra”.  Una folla di coloro “senza più corpo”, “ remoti e spaventati/ in qualche anfratto universale”, con cui Morasso instaura un perenne dialogo e confronto, certe volte mosso dal timore o dallo stupore, altre, forse, dalla nostalgia, come nella dolce poesia in cui si rivolge alla madre (“Mi supplica la parola, /ti supplica. /Mamma ritorna”) o quella in cui ricorda il suo caro amico Antonio Santori (E poi pensai ad Antonio, al suo non esserci più, /e avrei voluto trasformarmi in camoscio, /scendere giù/ dai Sibillini a Porto Sant’Elpidio/brucarvi via i germogli del suo male/ e restituirlo al mondo, a questa terra). Se la morte è una dimensione con cui Morasso ha più volte dialogato, adesso sembra farlo stringendo con essa un nuovo patto, riconoscendovi un nuovo ritmo, con la certezza che quei corpi, quelle voci, siano la “semenza di una luce che significa”.

Tra i morti del poeta, che egli appunto chiama “i miei morti”, vi sono senza dubbio i grandi maestri del passato, incontrati solo spiritualmente sui libri, come Kierkegaard, Pirandello e Benjamin, e quelli incontrati realmente, come Mario Luzi. Morasso li nomina con estrema umiltà, ricordando gli anni mattiin cui si nutriva solo di immortali, accostandosi al suopopoloso apprendistatocon il passo leggero e spaventato di un bambino, ma con la furia e l’ardore della scoperta.

Il suo atteggiamento sembra ricordare le parole di Machiavelli nella famosissima lettera a Francesco Vettori, quando descrive il momento in cui, venuta la sera, può finalmente tornare a casa e, indossando panni reali e curiali, nutrirsi di quel cibo degli antichi, che ritiene creato e plasmato solo per lui.

Ritornano numerose parole presenti nella precedente raccolta, forse a testimoniare la continuità del percorso, il trascinare sfinito del filo che lega la parola alla memoria, conferendole una dimensione altra, un potere evocativo e conoscitivo che sfugge ad ogni chiusura, poiché “ci smaga da noi, la parola, / ci rende esploratori/del nostro stesso desiderio”. È forse questo il motivo per cui sembra che Morasso si fidi pienamente della sua forza, della sua capacità di farsi sostanza e carne, guida e luce per “mettere i piedi nei due mondi”, per scoprire che “uscire è essere dentro/ nel passo  a due con l’immaginazione”.

Pontiggia nella presentazione scrive che L’opera in rosso parla di una vocazione poetica, di un fedele e umile prostrarsi davanti ogni atto creativo, ogni fare, un “fare che è uguale a contemplare, /permettere/che la vita si celebri da sé- /che esploda, che si dia, racconti/umanamente sotto al primo cielo/ l’ordine e la forza che la crea”. Ed è così che in ogni verso di Morasso, in ogni spazio di silenzio e di grido, esplode e si chiarifica il magma dell’universo, il tremito di cielo che avvolge ogni esistenza umana.

 

Carola D’Andrea

Carola D’Andrea

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