IL FANTE DI MELANIA

Ebbene io sono fantiana, su questo non c’è dubbio. Questo autore l’ho letto e riletto, in originale, in traduzione, mi sono regalata la prima edizione italiana di Ask the dust, quella tradotta nel 1941 da Elio Vittorini, l’ho amato come si fa con gli idoli, ho innalzato per lui un altarino fatto di stima e paraocchi e poi l’ho messo alla prova. L’ho messo alla prova come si fa con un padre o con un amante e alla fine ha sempre vinto lui. Ho cominciato a leggere John Fante quando avevo vent’anni, all’inizio l’ho protetto e credevo che facendo così nessuno mai lo avrebbe scoperto, che sarebbe stato solo mio, che nessuno mi avrebbe scoperta ma a un certo punto ho capito che amare significa essere generosi: l’ho messo a disposizione degli altri e ho messo la mia passione alla vista di tutti.

Perché John Fante instilla nei lettori la fame, quella di cui tutti i personaggi sono portatori e a cui di conseguenza è sottoposto il lettore. E cosa cerchiamo noi lettori se non quella fame, quella sensazione che ti fa sentire perduto quando il libro sta per finire, quella nostalgia che sai che ti prenderà una volta chiusa l’ultima pagina e dovrai lasciare il personaggio amato e odiato. I personaggi. Parliamo dei personaggi. Arturo Bandini e la sua saga, Camilla Lopez, la donna della polvere, l’editore Hackmuth, Nick Molise, Vera Rivken, solo per citarne alcuni. In ognuno di loro c’è un po’ dello stesso Fante. Eppure quando vorrebbero ingabbiarlo in quel filone  di letteratura chiamato “etnico – familiare”, io ho un sussulto. Se sto camminando per strada strabuzzo gli occhi, se sto parlando a telefono chiudo la conversazione. Che grande scrittore, ragazzi, che grande scrittore.

Ma come faccio a parlarvi di John Fante? Di Chiedi alla polvere, di Arturo Bandini (alter ego dell’autore), del ventenne che sogna di diventare scrittore, un ventenne cattolico che sogna di diventare scrittore, e in effetti ci riesce, se non fosse che tutta la sua vita ruota intorno a questa ossessione e la storia con Camilla diventa necessaria esemplificazione dell’impossibilità di vivere, dell’incapacità di combattere. Bandini è il moderno inetto. Ogni tanto Fante se ne esce con frasi tipo: “a parte il contorno del viso e il candore dei denti, non era bella”. Quale donna non vorrebbe essere descritta così? E l’ironia. Tra miseria e scrupoli di carattere religioso c’è questo: l’ironia. All’improvviso scoppi a ridere e dopo un attimo ti rendi conto che non c’è niente da ridere. Come quando ne Il mio cane Stupido (Stupido è il nome del cane), il protagonista dice: “ Ma era buona , la mia Harriet, aveva resistito venticinque anni accanto a me e mi aveva dato tre figli e una figlia, ognuno dei quali, o tutti e quattro , avrei senza rimpianti scambiato, per una nuova Porsche, o anche per una MG GT ‘70”.

John Fante è il narratore dell’America degli italoamericani, il luogo del Sogno che può essere anche il luogo terribile del fallimento, della tragedia dell’incomunicabilità, degli inverni duri. Tutto viene raccontato con un linguaggio fotografico unico, speciale. La poesia degli incipit e delle descrizioni è qualcosa che ho trovato in pochi altri: “Era duro, l’inverno del 1933. Quella sera, arrancando verso casa attraverso fiamme di gelo, con le dita dei piedi che mi bruciavano, le orecchie che andavano a fuoco, e la neve che turbinava intorno come un nugolo di suore furibonde, mi fermai di colpo. Era giunto il momento di tirare le somme. Con la pioggia o col sereno c’erano delle forze al mondo che cercavano di distruggermi”. Un anno terribile comincia così. È l’inverno del Colorado, l’inverno di un figlio di un muratore che non avendo un cappotto, indossa tre golf. È parte della storia dello stesso autore che dalla sua famiglia riesce a tirare fuori qualcosa di veramente intenso e particolarissimo. Non può essere un caso il fatto che Elio Vittorini abbia fatto la prima traduzione di John Fante in Italia: Il cammino nella polvere. Il cammino di cui scrive Vittorini è quello di Bandini/Fante, un uomo nato da genitori abruzzesi che sogna sogni americani avendo come retroterra l’Italia. Forse Vittorini aveva chiaro nella mente che in America ci poteva essere uno scrittore che con termini diversi (perché diversa è la lingua) raccontava le pulsioni dell’Italia. Un realismo italiano oltreoceano. John Fante ha fatto  l’epopea del piccolo mondo degli emigrati e lo ha fatto con una lingua che diventa purissima.

Nel 1977, Fante pubblica il capolavoro della vecchiaia, un libro commovente e lucido, anzi lucente, di una lucentezza che abbaglia: è La confraternita dell’uva,  in cui la figura del padre è protagonista. Nick Molise, che personaggio! Il libro è un successo. Verrà ristampato dopo poche settimane dall’uscita e incontrerà il favore di Francis Ford Coppola che penserà subito a un film ispirato al romanzo. “Mio padre sarebbe stato un uomo più felice se non avesse avuto una famiglia (…) i figli erano i chiodi che lo tenevano crocefisso a mia madre. Senza di loro, sarebbe stato libero come un uccello”. Nick Molise, il più testardo ubriacone malato di diabete che la letteratura abbia mai incontrato: “Si distese sulla pancia e si attaccò al vino freddo, la faccia penosamente afflosciata, gli occhi smarriti. La foresta lo guardava, comprendendo la sua crisi. Gli alberi sospirarono. Gli uccelli, allarmati, parlottavano. Il cielo lo teneva d’occhio, in un azzurro compassionevole. Mio padre, il mio povero vecchio! Era stato sconfitto, lo sapeva, ma non voleva ammetterlo”.

Quando penso a John Fante penso a Fame di Hamsun, penso a Hemingway, a Chandler, a Bukowski (un altro grande incompreso, scrittore eccelso, lirico) di Pulp ma soprattutto penso al grande imbroglio dello scappare, del voler andare via lontano, al grande imbroglio del volersi staccare dal passato e da una famiglia ingombrante e poi penso che quando tutto viene messo sulla pagina, un po’ va via veramente e noi con loro.

Concludo con la prefazione scritta per la ristampa di Aspetta primavera, Bandini, nel 1983, pochi mesi prima di morire: “ora che sono vecchio non posso ripensare ad Aspetta primavera, Bandini senza smarrirne le tracce nel passato. Certe notti, a letto, una frase, un paragrafo o un personaggio di questa prima opera m’ipnotizza e nel dormiveglia mi ritrovo a ricucirne le frasi ricavando il ricordo melodioso di una vecchia camera da letto nel Colorado, o di mia madre e mio padre oppure dei miei fratelli e di mia sorella. Non riesco a convincermi che una cosa scritta tanto tempo fa mi risulti così dolce nel dormiveglia e tuttavia non riesco a guardarmi indietro, riaprendo e rileggendo il mio primo romanzo. Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più. Di una cosa però sono sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina”.

 

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