Il dinamismo di Cagni

Tu ci sei– il primissimo verso della recente raccolta poetica del giovane catanese Pietro Cagni rivela fin da subito l’imprescindibile necessità di uno sguardo vivo sul reale, sulla luziana maestà del mondo (posta in esergo) per dire altro, per non dimenticare la sempre sanguinante ferita della bellezza.

A rivelare la doppia natura del mistero, il suo perenne incarnarsi, è il continuo ricorrere di elementi corporei: le caviglie, gli zigomi, le guance pallide e le dita sfatte si disegnano e si impongono nella loro concretezza, ma diventano la concava cavità attraverso cui possa risuonare la voce dell’universo ( il tuo corpo è un proiettile/ lo destini a sfregamento/ pozzo per bere a piene / mani, buco che sei; io un candore così non l’ho più visto/ una mattina al centro di salute mentale/ dove i corpi e la meraviglia sono una cosa).Un corpo che si fa voce, si fa presenza con un’impronta, un’ eco, un canto (sembri portare/ tra i tavoli il cielo e le sue nuvole).

Nella danza fluida dell’ enjambement, delle pause e dei silenzi, la poesia di Cagni non si pone con arrogante forza del dire, né dal punto di vista sintattico- lessicale, né concettuale, ma rivela la necessità di uno sguardo doppio, di un abbraccio che sappia cogliere, non tanto la dialettica contrapposizione tra bene/ male, luce/tenebra, ma il loro continuo incontrarsi, mescolarsi. Un incontro che si compie e si incarna nella natura e quindi anche nell’uomo, nel suo quotidiano precipitare (lei non ha gioia/ senza tristezza). Un incontro che può essere generativo solo se colto, raccolto con mani ferite e liete, con “l’obbedienza/ vostra, gioiosa, degli occhi/ di chi sta e respira”.

Dai versi delicati di Cagni emerge spesso la letizia, quasi francescana, di chi sa che la bellezza, la fiaccola che guida e illumina i nostri passi, germoglia spesso dagli abissi dell’inferno, per emergere sempre nuova e più luminosa (anche il disastro/ non ti ha spento, lo dici tu, vuoi ancora/ quell’anno di luce completa/ addenti la terra, bevi/ finché non ce la fai più) e dotata di una forza talmente disarmante da poter affermare “non mi ha creato la morte/ lo sai”.

Il giovane poeta è consapevole che dall’autosufficienza esistenziale non può derivare nessuna resurrezione, né esplosione, ma sterilità e decadenza. È forse questo il motivo per cui è presente all’interno della raccolta un vero dinamismo pronominale, che si muove dal tu– non solo invocato ed evocato, ma viva presenza- per giungere ad un noi, che non si esplica in una dichiarazione di una verità collettiva, bensì in un pianto e in un sorriso, che, perché umani, sembrano farsi universali.

Ma tale consapevolezza non è,né può essere, definitiva, ma necessita di un continuo schianto, di una perenne attenzione e visione, di quel tu –  canale necessario- per non dimenticare, per ricordare il mistero (Io non dimentico la somiglianza; la mia anima/ sta nel tuo sguardo/ che ieri, con i tuoi occhi d’uva/ mia hai ricordato).

È il tu, il suo essere festa e terra, ma anche silenzio, a declinare l’io, a renderlo capace di dire “padre mio/ scroscio d’amore”. È il tu a richiamare all’adesso, al ritorno, al centro;  a saziare e ad affamare, a nutrire e a mancare. È il tu che chiede e si fa memoria, mancanza eppure presenza.

Cagni mostra che per attingere e bere dalla sorgente del bene e giungere all’intatto perdono di una vita, è necessario tornare sempre, volgere lo sguardo al centro magmatico dell’universo. C’è un momento in cui si eleva quasi un grido, un gemito, un’impossibilità di ritorno, di abbraccio, in cui la voce del poeta trema in tutta la sua debolezza (tu non torni vero?/ io non so/niente, che cosa/fa la vita tua e mia, che/cosa potrebbe mancare). Eppure, quando il dolore sembra spezzare il volo, il lancio di un bacio che superi l’eternità, giunge sempre una presenza, un segno che riavvia il fiato e lo sguardo.

 

Carola D’Andrea

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