“Il critico del fenomeno inutile” intervista a Daniele M. Pegorari

INTERVISTA A DANIELE MARIA PEGORARI

SULLA POESIA CONTEMPORANEA

di Davide Rondoni e Anita Piscazzi

 

  1. «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie» scrive Theodor W. Adorno nel ’49. Crede davvero che la poesia scritta e letta finora sia ‘barbarica’?

Se questa frase dovesse essere interpretata letteralmente, sarebbe smentita non solo dalla grandezza della poesia del secondo Novecento, ma dalla volontà degli stessi deportati di cercare la dicibilità dell’orrore attraverso la poesia. Ma c’è un altro significato in quella frase: se la Shoah e le bombe atomiche sono il portato della civiltà occidentale, allora la «resistenza» della poesia, predicata proprio da Adorno (per esempio nelle Note per la letteratura 1961-1968 e nella Teoria estetica del 1970), è positivamente ‘barbarica’, cioè rivoluzionaria e palingenetica.

  1. Si ha l’impressione di una certa frenesia (in antologie, in convegni ) di fissare passaggi di generazione addirittura tra i nati un decennio dopo l’altro. Come vede questo fenomeno e, secondo lei, cos’è una generazione in poesia?

Il critico pugliese Oreste Macrì introdusse il metodo delle generazioni già alla metà del secolo scorso. Certo, dobbiamo essere pronti a rivedere questi schemi appena non funzionano più, adattando le scansioni in base al fenomeno che intendiamo ‘raccontare’. Perché questo è il punto: le scansioni che facciamo con la divisione per generazioni o col ricorso alle ‘date periodizzanti’, così come la scelta di una determinata nomenclatura (ermetismo, neorealismo, etc.), di un canone o di una classificazione per generi, non hanno a che vedere quasi mai con l’intentio auctoris, ma sono necessarie a ‘raccontare’ la storia della letteratura. Essa non può essere completa e dipende sempre da un fine che il ‘narratore’ si prefigge. La sua scansione in sequenze è arbitraria, certo, ma non necessariamente falsificante. Se una storia della poesia è in grado di spiegare, vuol dire che lo storico ha saputo scegliere i fatti e trovare una ‘trama’ plausibile.

  1. Qual è lo stato dell’arte della poesia italiana nel mondo contemporaneo, focalizzato dalla lente del critico e testimone?

La poesia del secondo Novecento ha offerto un livello medio più ragguardevole della coeva prosa, credo grazie alla maggiore libertà che ha ricevuto allontanandosi dalla lingua comune. Ciò l’ha resa marginale sul piano editoriale, ma anche autonoma dalle semplificazioni di molta narrativa. Se, però, mi sposto a guardare la stretta contemporaneità mi sorgono molti dubbi: temo che la poesia si stia avvitando su se stessa. Spesso tecnicamente bravi, i poeti più giovani pare vogliano sfidare i lettori ad esercizi di interpretazione.

  1. Secondo sondaggi sociologici, la scrittura poetica degli anni Zero è il frutto di esperimenti di contaminazione che accenna al risveglio dal torpore in cui si era fatta avvolgere nel ventennio precedente. Qual è il suo personale sondaggio, da studioso attento allo stato di salute della poesia?

La migliore poesia dell’ultimo quindicennio mi pare quella che riesce a coniugare ricerca formale e ‘transitività’, secondo due indirizzi: invenzione metrica e abbattimento delle barriere fra i generi, in particolare fra lirica e narrazione. La rivista che dirigo insieme con Lino Angiuli, «incroci», investe da qualche anno in direzione del poema: la dibattuta questione dell’impegno comincia da qui, dall’impegno nella costruzione formale, per evitare le fughe egolatriche del frammentismo lirico.

  1. Chi sono i suoi maestri o riferimenti nel lavoro critico?

Adorno, per aver chiarito sin dagli anni Trenta che la letteratura era diventata una cosa irrimediabilmente diversa, dacché coincideva con una ‘filiera’ produttiva; Contini, il cui percorso (al di là di singole acquisizioni che possono essere superate) ha dimostrato come possano stare insieme, sotto una medesima cifra di rigore, filologia e critica militante, studi medievali e contemporanei; Anceschi, per la prontezza con cui ha saputo cogliere i fenomeni poetici di volta in volta emergenti – l’ermetismo, la linea lombarda, la neoavanguardia – provando a spiegarli senza legarvisi organicamente; e siccome chi dice di aver imparato solo dai libri è un ipocrita, devo aggiungere il nome del mio maestro diretto, Domenico Cofano, che non solo mi ha avviato agli studi sulla poesia contemporanea, ma mi ha reso più completo attraverso la filologia dantesca e la ricerca sulla costruzione dei ceti intellettuali italiani fra Otto e Novecento. Ma soprattutto mi ha insegnato a insegnare; e ciò vale più di tutto il resto.

  1. Lei è autore di un importante saggio dal titolo “Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008” per Moretti & Vitali. Se dovesse tracciare un percorso poetico contemporaneo da seguire, quali voci più autorevoli metterebbe sul cammino?

Suggerirei un canone capace di dar conto della complessità del panorama poetico. E allora, per rimanere alla poesia post-montaliana, anche se non posso nascondere la mia predilezione per Luzi, dovrei temperarne la proposta col suo ‘gemello negativo’ Caproni, col più rigoroso dei neoilluministi, Nelo Risi, e con i due sperimentatori che guardavano in direzione opposta: Pasolini verso la vita, Sanguineti verso il referente. Ci sono, poi, nobilissimi poeti che oggi hanno fra i 50 e i 70 anni, ma non mi chieda di nominarli qui: d’altra parte confermo tutti i giudizi espressi in quel libro del 2009, dove li trattavo diffusamente. Aggiungo, però, un nome che allora non conoscevo: il trevigiano Fabio Franzin, formidabile sia in dialetto che in lingua.

  1. Sembra prevalere, stando ad alcune tendenze e libri di critica (ad esempio quello di Filippo La Porta, La poesia come esperienza,  ma anche altrove) un’idea di poesia a bassa temperatura linguistica, semplice o apparentemente semplice (come nel caso della Szymborska, molto più nota di poeti di certo non inferiori e suoi compatrioti come Herbert, stimato da David Forster  Wallace, o Miłosz). Cosa ne pensa?

Comprendo che, di fronte a un rimbecillimento sociale generale e a un declassamento della cultura a funzione dell’industria culturale, si provi un dispetto crescente nei confronti di inutili e caparbi neo-orfismi che hanno come unico effetto quello di proiettare la poesia in un’orbita d’ineffabilità che non s’incontra più con la Realtà. Da quel capolavoro che è la tragedia in versi Hystrio di Luzi ho imparato che la sublimità dell’arte è un peccato, quando si salva da sola, lasciando sul terreno vittime da cui l’artista ha distolto lo sguardo.

  1. Lei è stato anche direttore scientifico e artistico del Festival Dante, l’immaginario per i 750 anni della nascita del Poeta, contributo originale e ambizioso che ha messo insieme arte e ricerca, festa e riflessione, tenutosi a Bari dal 1 al 30 novembre scorso. Cosa pensa, invece, degli ormai numerosi festival della letteratura diffusi in Italia?

Sono conseguenze della trasformazione della letteratura in una filiera che ha spostato l’attenzione dal ‘testo’ al ‘libro’, che è un oggetto industriale. Non condanno i festival e i premi in quanto utili al sistema editoriale, ma il critico non deve farsene soggiogare; deve compensare l’interesse commerciale con quello cognitivo ed estetico e favorire processi di diffusione e lettura indipendenti dalla logica del profitto. L’esperienza del festival dantesco che lei ricordava andava proprio in questa direzione.

  1. Dove si colloca la poesia, visto che la letteratura e la cultura, recentemente, sono diventate ancelle dell’utilità e poco desiderabili socialmente?

Ma la letteratura è socialmente poco desiderabile proprio perché appare inutile! Dobbiamo imparare ad accettare la sfida dell’utilità della conoscenza (che è altra cosa dalla spendibilità). I distruttori della civiltà, in ogni epoca, hanno avuto ben chiaro che la cultura ‘serve’ e per questo hanno cercato di annientarla. Se è possibile, impariamo da loro la lezione e chiediamoci ogni giorno qual è l’utilità della bellezza e della conoscenza.

  1. Che consiglio darebbe a un giovane poeta che si accosta per la prima volta al mondo della poesia?

Quello di non avere la fretta di ‘dire’: l’urgenza della scrittura dev’essere controllata con severità, perché la poesia è essenzialità. È questa la sua vera differenza rispetto alla letteratura di consumo.

 

SCHEDA  BIOBIBLIOGRAFICA

Daniele Maria Pegorari (Bari, 1970), studioso di letteratura italiana contemporanea, di filologia dantesca, di sociologia della letteratura e di storia della cultura pugliese, insegna nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari “Aldo Moro”. Ha pubblicato quattordici libri, fra cui tre su Mario Luzi (1994, 2002 e 2006), il Vocabolario dantesco della lirica italiana del Novecento (2000), Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008 (2009), Les barisiens. Letteratura di una capitale di periferia 1850-2010 (2010), Il codice Dante. Cruces della ‘Commedia’ e intertestualità novecentesche (2012) e, per Bompiani, Il fazzoletto di Desdemona. La letteratura della recessione da Umberto Eco ai TQ (2014). Svolge una ripetuta attività di direzione editoriale e artistica e di critica militante, soprattutto attraverso la rivista «incroci» (Adda editore), che ha contribuito a fondare nel 2000, tre collane di ricerche e testi per la Stilo editrice e una sezione della rivista internazionale «Dante». In particolare ha ideato e diretto nel 2015 il festival Dante, l’immaginario che, promosso dall’Ateneo barese, si è svolto quotidianamente per un intero mese con numerosi eventi scientifici e artistici.

Un pensiero riguardo ““Il critico del fenomeno inutile” intervista a Daniele M. Pegorari

  1. Una bellissima intervista il cui cuore è nella nona risposta. L’utilità particolare della letteratura è un faro per l’operato di tutti noi

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