Il corpo di A.

di Davide Rondoni

"Corpo della gioventù" di Alessandra Corbetta, edito da Puntoacapo, con la prefazione notevole di Ivan Fedeli e le note di accompagnamento di Lamberto Garzya e Tomaso Kemeny è un'opera di forza rara e violenta. Di impudica necessità e al tempo stesso di misurata ricercatezza.
L'autrice, come ha dichiarato in una delle belle interviste di poesia contemporanea curate per Rai1 da Yari Selvetella, prende di petto una questione personale e sociale oggi sentitissima: il passaggio difficile tra giovinezza e maturità. Come già mostrato in sede sociologica dalla analisi di costumi, la nostra società appare afflitta da un complesso di Peter Pan, da un rifiuto a fare i conti con i passaggi del tempo. Il tema è complesso e sfaccettato e non vale la pena affrontarlo qui. Basti indicare nello "stress cosmetico" e nella "inadeguatezza generativa", due elementi che dovrebbero appartenere per biologia e stato di sviluppo agli adolescenti e che oggi abbondano in tutta la società, a ogni stadio. La Corbetta mette in scena questo autentico e aspro dramma presentandolo addosso all'io poetante. Con un titolo sfrontato e con un libro per nulla esibitorio. Lo fa con una poesia d'intensità barocca, nel senso della compresenza spiazzante di festa e morte, di toelette (trucco) e squelette (scheletro) come ben simboleggia in una rima-manifesto Baudelaire nel suo Spleen dedicato al principe "giovane e vecchissimo", "re di un paese piovoso". A quel principe, infatti, viene da pensare seguendo il lavoratissimo e sorprendente canzoniere di Alessandra, che si muove tra visioni da "sale giochi", amari matrimoni, memoriali commoventi, con risonanze ed echi che vanno dall'amate opere di Umberto Fiori o di De Angelis ad altri poeti, ma sempre con la strenua ricerca di una voce propria.
Voce che riesce più convincente proprio laddove la poetessa lascia sgorgare il suo canto che è lama di pugnale o fiore sempre estremo, in versi come "il blu è atroce, ora lo sai" o come "l'addio è solo una partita / che ricomincia" o ancora " Sono deserta / in questo posto che non mi attraversa."

Colpisce la icastica precisione di immagini-racconto, come le chiamava Pavese. Ad esempio, i gettoni di una sala giochi o nella chiusa inquietante di una poesia sul matrimonio: "La damigella ha quattro anni / e un cesto di petali."
Notevole, in altri luoghi di un libro fortemente strutturato e coeso, la visione del fare poetico come campo necessario e vitale: "La tua vita stava bene solo dentro all’alfabeto // lì, neanche la Zeta ti faceva paura".
A differenza di molta poesia di poeti coetanei di Corbetta, qui l'io poetico è trattenuto nel diamante dei testi e del fare poetico. Mai esibito in termini diaristici o sentimentali. "Funziona" si potrebbe dire da catalizzatore di questioni portate al livello in cui esse diventano di tutti, non come narcisistico protagonista. Da qui il tono che a volte può sembrare distaccato o addirittura vitreo (ma ripeto è un libro barocco non romantico e di certo non incline alla seduzione sentimentaloide troppo cercata in libercoli odierni) e che invece è il segno di una necessità di dire qualcosa che valga ben oltre il breve cerchio della confessione in versi.
E anche quando il tono sembra farsi più colloquiale, come in certe poesie dedicate, non ci si allontana mai da un poetare che cerca uno scavo assoluto, una conquista ben oltre la cronaca individuale. Come in questo dedicato, presumo, a un amico poeta:

SOLEDAD

Per Alfredo

Mi metto accanto alla tua solitudine
Anch’io sono solitudine.

Non saremo mai vicini
fino in fondo
perché siamo uguali nel nostro abitarci
con un poco di imbarazzo
e molta smania.
Eppure nel tendere al caduco
guardiamo lo specchio dalla stessa parte,

ci stringiamo ancora la mano
come al primo incontro.

Nei primi due efficacissimi versi e in quel guardare lo specchio dalla stessa parte come in quel "tendere al caduco" si dà l'esempio di una poesia che, mentre dice di una situazione particolare, afferra e porta il lettore al centro di molte cose, di un più vasto acquisto di consapevolezza.

Un libro che per certi aspetti si accosta ad alcune delle voci che tentano, rispetto al dilagare di moduli simili, neoconfessionevoli, prosaici e "orizzontali" la verticalità metafisica e violenta di un nuovo e sempiterno barocco, inteso come reazione vivissima degli opposti e, appunto, dominio del sentimento del tempo (titolo di un Ungaretti barocco), ovvero ai lavori di Valentina Colonna e Pietro Cagni e, pur senza accedere alla forma più lunga e poematica di Filograna e Mongini. Ma sono fili di paragone tenui e poco significativi ancora. Piuttosto che attardarsi su paragoni, infatti, vale salutare questo libro scheggiante e libero come un segno di vera vitalità poetica e di una originale ricerca, oltre che di una tensione esistenziale preziosi. Infatti attraversato appare, e senza riparo, da un corpo a corpo con la morte, nel momento in cui si scopre che no, non è la gioventù a fermare o vincere il tempo, ma la necessità di una forza che ringiovanisca sempre il rapporto con il mondo, senza infingimenti, senza sconti, senza scorciatoie. Tale forza in queste pagine si avverte come tellurica, sotterranea. Destinata, forse, e lo auguro all'autrice e ai suoi lettori, a venire alla luce.

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