Il confine. Yves Bonnefoy letto da JPLemaire

YB è morto da pochi giorni. Lo abbiamo letto conosciuto e stimato. Il poeta JPL ha scritto un ricordo per Traces che riproponiamo nella traduzione di uno dei fondatori di clanDestino.

Di Jean-Pierre Lemaire

Traduzione di Silvio Guerra

Yves Bonnefoy si è spento lo scorso 2 luglio. La passione per la scrittura lo condusse a scrivere un’opera gigantesca. J.P. Lemaire ne parla come “uno dei poeti-promontori, eco di una doppia appartenenza al profano e al sacro”.

Nato nel 1923, Yves Bonnefoy ci ha lasciati questo luglio 2016, lasciando un’opera che è considerata tra gli apici del paesaggio poetico francese, dei secoli XX e XXI, paragonabile a quella di Mario Luzi in Italia. La sua meditazione, non solo sulla poesia ma sulle arti in generale, in particolare sull’arte italiana e sull’estetica barocca, ha difeso instancabilmente l’accesso a ciò che nomina la ” presenza “, costantemente minacciata dall’usura delle parole o delle immagini con le quali viviamo. Ai suoi occhi, il compito del poeta è di ricreare, stando attenti  al suono e al loro significato, creando così uno spazio anche al silenzio, ” al luogo qui, accettato” (Dialoghi sulla poesia), un luogo dove noi possiamo abitare “insieme, ancora “, riprendendo il titolo della sua ultima raccolta, riconoscendo ciò che è. Abbiamo intravisto questa possibilità d’abitare il mondo durante l’infanzia. La sciarpa rossa, pubblicata contemporaneamente a Insieme, ancora, racconta come la lingua dialettale occitana, parlata dai suoi genitori nei loro scambi infuocati o intimi, ha deposto in lui uno spessore di senso; questa parola, misteriosa per il bambino, era immediata per il mondo intimo circostante, mentre il linguaggio elaborato, articolato in concetti, impiegato dalla famiglia materna dove il nonno era maestro elementare, condusse poco a poco il padre operaio a marginalizzarsi, a rifugiarsi in un quasi mutismo.Forse gran parte dell’opera di Yves Bonnefoy è stata ispirata dalla preoccupazione  di raggiungere questo padre nel suo silenzio, dopo l’evasione intellettuale in gioventù (Yves Bonnefoy cominciò a studiare matematica e ad amare Valéry, poeta dall’intelligenza preoccupata dalle operazioni). Il progetto della sua opera è costantemente marcato dalla fuga dalla finitezza, dalla nostra condizione mortale, ricostruendo la realtà a colpi di concetti atemporali, ma anche sostituendogli a delle immagini che ci fanno sognare un mondo più bello, un ” retroterra ” ( titolo di un suo libro apparso nel 2003).La poesia di Yves Bonnefoy sarà quindi sempre travagliata dalla riflessione critica. Si serve delle immagini, ma quest’ultime, appena ricevute, sono messe alla prova e talvolta scartate (come in Philippe Jaccottet, un compagno e amico).
Un tale movimento di critica interna sottende anche, secondo lui, la pittura italiana del Rinascimento e l’architettura del primo barocco (evocata in Roma 1630): la realtà quotidiana appare spesso sullo sfondo dei quadri mentre in primo piano troviamo una “scena sacra”, per esempio. La pittura e il poeta devono continuamente strappare il velo dell’illusione spiritualista, ricondurci quaggiù dopo le nostre fughe nell’ al di là dove la morte è ignorata. Lavoro di confessione sulla menzogna, sull’accettazione della verità, del nominare che Bonnefoy loda in Baudelaire, il primo ad avere celebrato la bellezza del corpo mortale, e in Rimbaud. I sogni notturni possono anche aprirci una porta laterale sul reale nascosto, in particolare sull’esperienza taciuta dell’infanzia e qui troviamo l’influenza del surrealismo al quale Bonnefoy aderì per un tempo prima di separarsene nel 1947. Dobbiamo quindi tenerci con vigilanza e ostinazione ” nell’illusione della soglia” (è il titolo di una raccolta apparsa nel 1975), tra realtà percepita e l’illusione che rinasce da una presenza sempre da riconquistare sull’assenza. Questa poesia, rischiata, non altera tuttavia una lingua rimasta classica la cui alta tenuta richiama talvolta a Racine. Yves Bonnefoy, traduttore di Skakespeare e di Yeats, aperto alle grandi correnti della modernità (dalla psicanalisi, all’arte contemporanea), continua, attraverso l’impiego della lingua, a riflettere su essa una tradizione francese di cui è già divenuto un rappresentante maggiore.

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