Il catalogo di De Angelis

di Davide Rondoni

Milo De Angelis, Linea intera, linea spezzata, Lo Specchio, Mondadori 2021

Fedele alla sua mira, alla sua quasi devozione verso lo spettro o dáimōn che lo insegue e crea in lui continui cortocircuiti tra infanzia e fine, come due limiti di ombra, oceani di inconoscenza, Milo De Angelis torna con una ennesima raccolta di poesia. Con Milo procede da anni un dialogo persino ripido (vedi qui su clanDestino) ma credo rispettoso e in ascolto. Qui mi appare una urgenza, quasi una ossessione (che rintocca persino in certe riprese, ripetizioni) di dare voce agli spettri, in modo non nuovo rispetto ad altri libri, ma per così dire più estremo. Sarà per gli anni che passano, sarà per l'insorgenza di questa radunata selva di suicidi in una forte e tremenda sezione del libro, sarà per la libertà raggiunta per una onorata carriera di poeta, sarà per la fissità della mente che indaga se stessa e non può non ingoiare il mondo per nutrire tale indagine senza oggetto finale, sarà per tutte queste cose che qui la poesia di Milo, vagando tra i propri esordi vitali e poetici (come nella bella poesia ad Alberico Sala o quella a Piero Bigongiari, o all'allenatore del Centro Schuster) e tra quello che l'estensore della nota di accompagnamento, Maurizio Cucchi, chiama una "quotidianità opaca" – ecco, sarà per tutto questo che qui l'urgenza del catalogo, se pur apparentemente disordinato per apparizioni, si presenta estrema. A tale opacità visitata da apparizioni finisce per somigliare la medesima stoffa dello stile, che trova qui un suo vertice. Una opacità che quasi diventando un ron-ron nebbioso di parole, quasi secondando un effetto-nebbia della composizione lessicale e fonetica, esalta la esattezza di pronunce che lampeggiano talora come lama, come fantasma lucente. Ed è l'inevitabile, splendido fallimento di una poetica che abbracciando radici classiche e modernissime in una pianta forte e capace di sibili e frustate, di carezze inquietanti, scende vorticosamente verso l'unica forza che si oppone alla morte, il catalogo, come accade in certi poemi antichi, in certe peripezie amatorie moderne, e in certe esorbitanti erudizioni contemporanee.

Al nulla di senso, al "grande niente" si può opporre solo la visione come catalogo, al tempo stesso presentato e sottratto (qui la particolare bravura di Milo, maestro di presenze in sottrazione), al cortocircuito di nascita e morte si può opporre solo la fedeltà ai nomi propri (ce ne sono tanti qui), lasciando che la poesia sia lo specchio d'acqua – nitida è la lingua di Milo, oscura la sostanza – dove i volti, gli accenni di storie emergono. E il poeta mette pure in scena se stesso in questo elenco, contrario a quello dantesco, o a quelli di Loi, altro poeta delle presenze e degli elenchi. Contrario, perché qui la meta fissata è la vacuità, il nulla dell'impronunciabile che risiede custodito nella morte. In Dante e Loi l'elenco è un viaggio non già a meta prefissata ma scoperta dal viandante. Il catalogo di De Angelis diviene il resoconto del naufragio da cui però l'osservatore non scampa in salvo sulla riva, come nel suo amato Lucrezio, ma è compagno. La poesia di De Angelis, tra le più importanti di questo cambio di secolo, obbliga ogni lettore. In questo è un segno della sua autorevolezza rispetto ad altre voci preoccupate di sedurre. No, qui c'è verticale imperio. Costringe ad accodarsi o a staccarsi da questa processione di ombre, da questo catalogo delle apparizioni/ sparizioni, da questo vortice colto e raffinato dove molti sono anche gli accenni all'epoca, non solo di scenario, ma di visione critica e intellettuale, come quel "Novecento" pronunciato in un controtempo di poesia intitolata "bella époque" da donne "come sonnambule". Si tratta irrefutabilmente di sentirsi una di queste figure o avere un altro sguardo, di fare parte del catalogo, lettore risucchiato dentro il magnetico opaco racconto, o di affinare un altro sguardo, una posizione dinanzi alla realtà non viziata dalla morte come unico discorso compiuto e misterioso. La poesia come gentile catalogo del morente ha dato prodigiosi esiti nella nostra tradizione, e Milo De Angelis sa esserne ultra cosciente erede luminoso. Ma vi è un'altra opzione, forse meno plaudita dai maître-a-penser, dai cori dello Scontento diffuso, dagli idolatri del fruscio consolante dei cataloghi. Quella della sospensione stupita, della infanzia ancora aperta e ferita, l'inseguimento della misteriosa metamorfosi. Dinanzi alla barriera del misterioso, che segna con i limiti di nascita e morte, infatti si può radunare il catalogo e fare della poesia la sua trasparente vagolante urna, oppure – dantescamente o luzianamente e come in altre voci della poesia attuale – convocare le presenze in un viaggio abitato da inquieta interrogazione. Interrogazione che invece qui tra la linea intera e la spezzata di De Angelis si preclude, non ha luogo, eradicata, così come la preghiera, rinnegata con dispregio. Posizione risoluta e imperiosa, che pare cercare nella poesia ogni propria conferma e orizzonte di possibilità, eleggendo romanticamente l'arte della poesia a più alta forma della pronuncia umana. Il libro che ho segnato con attenzione e auscultato nella sua magnetica prosa versificata e visionaria ne è sincero, ennesimo episodio.

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