Il canto d’amore di Flaminia Colella

di Valentina Colonna

Flaminia Colella, La voce del fuoco, Capire edizioni, 2020

La poesia di Flaminia Colella rimbalza tra l’essere amato e un io, possibile solo in virtù dell’altro e a esso piegato caritatevolmente: è questo un canto d’amore che si realizza come unico mezzo di testimonianza dell’esistenza della persona amata e di sé. Si concretizza in un diario di bordo mosso da una voce che funambolicamente gioca col fuoco, sfidando la vita e la pagina, scegliendo di mettere al centro l’amore.

Sin dai primi versi la sua poetica si dichiara come poesia che guarda a un tutto che sopravvive, che è “quello che resta / insieme, dopo l’esplosione”, che rispetta l’attesa, che crede in una durata diversa da quella del Canto alla durata di Peter Handke, che la riconduce invece a una “sensazione”: la durata di Colella è descritta anche per negazione da chi non la vive e accetta piuttosto la sconfitta dello scomparire, affidandola a chi invece, roccia, sospesa da ogni tempo, ne è custode. Potremmo dire che questa è anche una poesia dell’accettazione, che accoglie, oltre alla perdita, la non conoscenza (“resta questo ignoto che non so, che non conosco”), la frantumazione (“Dì una parola nel mondo. / C’è bisogno che tu la dica. / Fa’ che risuoni a lungo. / Fa’ che ritorni distrutta.”): le sue fessure, le ferite, aprono così in un’accoglienza dell’altro, sia anche esso dolore, capace anche di farsi radicamento. Dice infatti in una poesia l’autrice: “e pianti le tue radici / nella terra aperta che piange”.

È una scrittura fresca, capace di aprire a una dolcezza di visione, che tocca paesaggi della natura e urbani, visti spesso in divenire e descritti in modo fiabesco, filtrati dalla presenza umana, che viene sempre onorata. Talvolta la sfida di questa giovane autrice si fa esplicita e dura, interpellando anche il destino e sfiorando anche una leggera ironia, che si fa invece serissima realtà: è, d’altra parte, forse, in questo paradosso la chiave per vivere l’amore in tutta la sua vastità, con una curiosità vivace, capace ancora di sorprendersi e sorridere, anche dopo tutta la deflagrazione.

 

Conforta l’idea della durata
che la roccia duri
e che vada oltre me. Che sorpassi,
con premura.
La roccia sa che andrò via per prima.
E non mi dà rammarico,
la guardo con l’amore di un passante
e penso a quanti avrà guardato
con premura, lo sforzo di lasciare
un po’ di bene
di creatura che rimane e vede
tutti gli altri scomparire.

Quando voglio perdonarmi
e non riesco
mi metto sulla strada verso il bosco.
Spero nel timore di una foglia
nell’abbraccio
che riceverò da un albero.
In cima trovo
platani tagliati
allora chiudo le mani su una rosa
e prego
per tutti i miei peccati.

E la terra rotta
accetta
come nuova fioritura.

Non stacco la faccia da terra
senza il calore del tuo sguardo
sulla schiena. Dove vuoi.
Mento, amore. Son malata.
Tutto quello che mi manca
mi minaccia. Sai che cerco
occhi buoni in cui guardarmi? Una vita
che viva per la mia?

Sul ventre del tramonto
tristi inganni
del sapere il mio riparo in letti
estranei. A tutti chiedo
la verità su di me.

Questo nessuno confessa
mai a sé stesso: l’amore
cercato senza pace
perché lui ci dica che esistiamo.

Bellezza è
questo procedere per intero.
O forse è sentire di te
sull’altra sponda
il respiro.

Ti sento tornare con la luce della sera,
il passo largo di chi accarezza i monti
e niente nega alla fame del sole.

Gioco con le viole e mi arriva
il tuo cantare, stare sempre tra le cose
come un lume. La mente non ti chiede
nessun tempo, nei tuoi occhi
tutto eterno. Tutto come respirare.

Mi parli dei tuoi amici, chi è partito
per amare,
ed espanderti ti vedo
grande oceano
con dentro tutti i mari nel suo nome.

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