Il bene è la sostanza. Lettura e critica di tre poesie di Giovanna Sicari

di Ottavia Pojaghi Bettoni

Se c’è una parola che userei per descrivere, per riassumere la poesia della Sicari? Forse questa: la parola “tempo”. Il tempo è vero e proprio nocciolo di un’impresa costante – mai conclusa (come lo stesso oggetto di studio), un tormento (e un piacere?) inevitabile. La ricerca eterna di una definizione, come sembra essere eterno ai suoi occhi anche il tempo di una vita. È evidente che nei componimenti della Sicari il tempo ritorna ineluttabilmente – e anche quando non sembra volerne parlare, c’è. Così, la dimensione temporale si fa presenza (vera, tangibile, materiale) e camaleonticamente assume ogni forma, anche le più clandestine: la parola non è che un vascello del viaggio più importante – l’attraversamento dell’esistenza stessa. Il passato non è mai veramente dimenticato, superato. Il presente è pregno di contaminazioni: ricordi, nostalgie, sentimenti sfumati, previsioni. Il futuro è diviso, scisso, tradotto in tracce e mistero. La sua, in definitiva, è una tentata decodificazione dell’unità – per definizione non frammentabile – divisa tra accaduto, attuale – in svolgimento, prevedibile – predetto. Una ricerca ribelle ma lucida, un passo al quale lei stessa sembra aver scelto di stare – vivendo sospesa, così, tra il ricordo febbrile di un tempo finito e l’accendersi giovane, scalpitante di un tempo prossimo.

Gennaio riscalda già l’aprile

Ogni brindisi commuove, ogni anima tradisce
ogni viaggiatore rompe l’argine per sempre
e i fuochi alle finestre attendono
ciechi l’aprile.
Fosse rabbia fosse caldo questo continuo
sentirsi rapinati: ladro alle spalle
magazzino superfluo
e noi così superbo aspettando
l’ora di una comparsa
avremmo da dire
da fare, nelle mani
fretta, desiderio
fosse questo giorno chiaro di gennaio
il perno degli anni che non danno pace.

Da Epoca immobile, Jaka Book, 2004

Giovanna Sicari pronuncia “Monteverde” come un “talismano contro infelicità e dolore”, sgualcisce le ore nuove, coltiva i ricordi non senza un velo di dolore, di rimpianto. In questa poesia, il dolore è paragonato ad una rapina: “fosse rabbia fosse caldo questo continuo/sentirsi rapinati”. Il ladro è “alle spalle”, l’uomo aspetta “l’ora di una comparsa”. Sembra perdersi nell’attesa, nell’incompiuto, nel tempo condizionale che dice “avremmo” invece che “avremo” o “abbiamo”. Così, in preda al sentire nostalgico, “ogni brindisi commuove” come fosse il primo, o l’ultimo. Gennaio non è più solo il mese del freddo – è premonitore della primavera, artefice del sole che verrà. Il presente non è più soltanto il tempo del “qui ed ora”, ma il frutto di ciò che è stato (o non è stato), di ciò che è, e del futuro che sarà.

Erano curve le loro vene

Appoggiata appena allo schienale
ero là che invocavo tutti i santi
del paradiso, i divini, i malcapitati
ammaliatori ostaggi dell’anno duemila.
Voce d’aria, impero del coraggio
vi affranco da ogni male
pescatemi ancora più giù della scarpata.
Avvolgevo la sorte e chiudevo
chiudevo per folgorare
mescolando con me i canti dell’animale.
Frequente rotta vedi qualcuno per domani?
Più che incerta sembrava la guardia
gli altri finivano, erano curve
le loro vene, i giardini
oh i giardini giravano dentro
sdoppiati, oltre ogni misura scoppiavano.

Dalla riedizione di Sigillo, Donzelli, 2019
con una introduzione di Giancarlo Pontiggia e una nota di Milo De Angelis

Le “vene” sono qui un oltraggio al sangue che vorrebbe circolare fluido, libero. Non solo lo contengono, lo limitano. Come le “loro vene” (e le sue) che “scoppiavano”, la Sicari era lì, “appoggiata appena allo schienale”, ad invocare tutti i santi, “ammaliatori ostaggi dell’anno duemila”. In ostaggio? Siamo nel presente, quel tempo finito e circoscritto dell’ora – non prima, non poi. Il presente è avvolgere “la sorte”, chiudersi per colpire meglio, “mescolando” a sé “i canti dell’animale”. La poesia di Giovanni Sicari assume qui le forme di una preghiera – preghiera che si scioglie nell’esatto momento in cui si fa “incerta […] la guardia”. Gli altri, spettatori o amici, si sciolgono al crollare di un muro (la guardia) che è il muro del cuore – e “le loro vene” diventano metafora dei giardini – infinite praterie, distese dell’animo che, tanto intense, si decuplicano, diventano doppie realtà. Doppie, triple, o molto di più. “Oltre ogni misura scoppiavano” – e la poesia, giunta al limite del suo significante, raggiunge quel non-limite “oltre ogni misura” che rende la stessa eterna.

Persino improtetta, facendo ricorso

Persino improtetta, facendo ricorso
alla massa di luce del cielo, qualcosa
si accendeva ribelle alla fine del male.
Si scartava il tempo di una giornata
piovosa, il resto pioveva magnifico
fra le piante e il ponte. Questo
costituiva il tempo, l’unità del tempo.

(G. Sicari)

Da Milo De Angelis, Giovanna Sicari,
Non solo creato. 19 poesie dedicate al figlio Daniele,
Crocetti Editore

La parola “ricorso” mi fa venire in mente ciò che disse Giorgio Linguaglossa, in «La poesia significazionista di Giovanna Sicari». Sosteneva che la poesia della Sicari è “poesia politica”, ma “in un senso nuovo e molto diverso da quello invalso negli anni Settanta”. Scriveva, infatti, che “per la poetessa romana la parola poetica deve riappropriarsi di una funzione “politica” ma esclusivamente nel campo suo proprio, nel demanio della scrittura poetica”. In questo componimento, scritto insieme a Milo De Angelis per Non solo creato, una raccolta di diciannove poesie dedicate al figlio Daniele, l’autrice fa un’apologia della luce oltre il tempo – della meraviglia che non manca all’appello, anche quando “si scartava il tempo di una giornata piovosa”. Il verbo “scartare” è qui simbolo di diffida – non si crede più al tempo “del male”, lo si scarta, lo si diffida. Il male è allontanato, soppresso, il bene riemerge senza fatica: dalle foglie di un albero pieno, scostate, torna a primeggiare la luce. “Scartare” assume qui anche una seconda accezione – il dispiego della carta, l’aprirsi di una confezione. L’involucro (il male), lascia spazio al suo contenuto, la sorpresa del bene. “Questo costituiva il tempo/ l’unità del tempo” – per la Sicari, questo tempo è il bene. L’unità del tempo, sembra dire, non è che il contenuto del bene nell’involucro del male. In definitiva, il bene è la sostanza – il male, la superficie. Il bene, la viva carne – il male, l’epidermide.

 
Foto da InternoPoesia

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