Avete un miracolo da mostrare?

Li senti quei corpi come premono la terra con la fronte per uscire?
Si scagliano contro la loro stessa voce, e la loro voce corre leggera
e sembra un veliero sull’acqua. Sono i morti di qua, quei corpi appartengono
agli uomini che in vita si sono seduti sull’onda, e non hanno saputo
ammaestrare i flussi, non hanno pazzamente vorticato insieme ai flutti,
sono stati lì, a guardare l’arco di luce cadere dietro la riga dell’orizzonte,
a guardare senza fare nulla, credendosi la maestà dei loro regni poveri,
dei loro umani fallimenti.[i]

 

Caro Francesco,

non ci conosciamo di persona ma sento di volerti dedicare queste parole in forma di lettera, come se stessi scrivendo a un amico o ad un parente. Non sono un critico letterario, perciò gli elementi di paragone che guideranno il mio pensiero in questo breve viaggio saranno vari, non strettamente legati al campo suddetto ma pur sempre a forme d’arte.
Leggendo Arruina, il tuo esordio nel campo della narrativa, ho distinto chiaramente fra le parole l’eco di una ricerca. Una ricerca non solo stilistica, peraltro vicina per alcuni aspetti all’espressività delle tue composizioni poetiche che ho potuto leggere in Pietra lavica, bensì di visione. È come se avessi voluto mettere a fuoco, nel pantano atmosferico della tua favola, la presenza di un bene. Un bene che va al di là del mero fatto d’invenzione letteraria.

Ti ho immaginato di fronte la macchina da scrivere, o difronte la tastiera di un computer, come l’attore Peter Weller che nel film Il pasto nudo di Cronenberg interpreta l’alter ego di William Burroughs, così immerso nel fiume della scrittura da farsi trasportare da essa diventando una cosa sola con la tastiera come in un amplesso. E le atmosfere macabre e purulenti ci sono tutte: dall’aspetto antropomorfo delle Ianare alla secrezione di liquidi vari dal corpo dei personaggi. La mia fantasia è andata espandendosi man mano che procedevo nella lettura, e Cronenberg non mi è bastato per evocare la complessità del mondo che hai creato. Le immagini venutemi in aiuto sono state quelle di un artista polimorfo al mondo dell’arte, l’austriaco Alfred Kubin, le cui illustrazioni dal tratto oscuro e pre-surrealista mi hanno reso evidenti alcune particolarità dei tuoi personaggi. Quella che vedi s’intitola “The egg”, un’assonanza smagliante con la figura della Grande Madre:

Alfred Kubin - The egg, 1901-02

Le scopri le piaghe sul corpo, e sono molte le piaghe sul corpo suo. Tutto il mondo è quel corpo, quel corpo siamo noi adesso, io tu, quel santissimo corpo senza nome, senza soluzione. La fitta peluria diffusa, la pancia una enorme duna, i seni sacche vuote, collo gonfio, viso saccheggiato.[ii]

 

Il Male nel tuo libro è una presenza di tipo ctonio, sotterranea non solo all’ambiente fisico sul quale hai eretto un’architettura gotica (penso a Roccagloriosa), ma ad ogni personaggio che ne porta in sé il seme della presenza. Ognuno di essi è presentato con i suoi tarli e i suoi specifici gesti, che nel loro rituale ripetersi non fanno che avvitare il personaggio sul perno di sé stesso. È la scomparsa della Sperduta a togliere ognuno di loro dall’ossessione di una perdita permettendo l’inizio di un viaggio, l’uscita da sé e la possibilità di redenzione:

Voi invece non siete degni di lei perché avete ignorato l’amore, alla turgescenza che vi preme sotto le vesti non avete dato alcun valore. Tu hai un ramo che timidamente si erge sopra la testa, e si vede, ed è reale. E anche tu, sì, hai un ramo a cui però non credi perché non vuoi soffrire.[iii]

 

La ricerca del bene che investe la sfera cognitiva di ogni personaggio passa attraverso l’espiazione di un loro vizio, più precisamente di uno stato d’inerzia in senso fisico e morale, che il passaggio posto in esergo sembra ben evidenziare. In questo senso il tuo sguardo non ha mai voce di condanna, non importa quanto buio e profondo sia stato il cammino di ognuno quando difronte a questo poni una domanda che sembra scendere dal cielo come un tuono:

Avete un miracolo da mostrare?[iv]

 

Maria Lai - Tela del meriggio, 1970

Un’impressione che dalla mente investe tutto il corpo, come quella che un uomo primitivo poteva avere difronte alle manifestazioni della natura verso le quali reagiva con stupore, silenzio, paura e ricerca di significato.

È forte il sostrato culturale popolare che emerge dalla lettura di Arruina: quel calderone di favole, leggende, filastrocche, superstizioni con cui hai impastato i dialoghi mi fanno sentire quanto la tua opera è legata alla terra da cui provieni, dalla quale hai assorbito e recuperato i vari stimoli che hanno reso questa favola quel che è. Come un’abile sarto che elabora trame con vari tessuti, l’architettura di Arruina mi s’è palesata con l’opera Telaio del meriggio di Maria Lai, un’artista sarda che ha lavorato soprattutto con la materia offertagli dalla cultura popolare del suo paese.

Il valore letterario di Arruina verrà compreso col tempo. Nel frattempo ti abbraccio e ti lascio con l’augurio di questo mio puzzle di parole e immagini.

Con affetto, Fabio Barone

[i] Iannone Francesco, Arruina, il Saggiatore, Milano 2019, pag. 94

[ii] Ibidem, pag. 71

[iii] Ibidem, pag. 101

[iv] Ibidem, pag. 105

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