I luoghi persi di Umberto Piersanti

di Federica Ziarelli

Umberto Piersanti, I luoghi persi, Crocetti editore 2022

La scrittura è uno strumento, una sorta di lente speciale capace di mettere a fuoco la vita, di rendere nitida la realtà. In poesia, i dettagli esistenziali vengono alla luce vividi come frammenti d'oro e per colui che cerca segni, significato, senso, diventa potentissima, necessaria.
Il poeta ha un compito dunque fondamentale e la sua voce, per raggiungere il corpo vitale delle cose, deve possedere un'imprescindibile autenticità. Quando un componimento poetico tocca “il vero” del vivere, coinvolge il lettore, gli fa compagnia, lo introduce in una sorta di splendente comunione; lo porta a riconoscersi abolendo ogni personale solitudine.
Ecco, all'interno della poetica di Umberto Piersanti e soprattutto nel suo “I luoghi persi” uscito per la prima volta nel 1994 e riedito quest'anno da Crocetti editore, diviene intensamente possibile l'immedesimazione, il dialogo con i propri ricordi, la possibilità di una fraternità umanissima, finalmente esplicita, concreta. Piersanti affonda nostalgicamente nei dolenti, meravigliosi luoghi della sua infanzia e giovinezza, rievocando volti familiari, rimembranze di antichi amori, echi di riti e leggende, e così facendo, conduce il lettore commosso e incantato a percorrere sì lo spazio delle sue Cesane ma al contempo, a ripercorrere i prati, i boschi, i territori idilliaci che hanno fatto da sfondo alla fanciullezza esperita dal lettore stesso.
Il tempo diviene mezzo essenziale per muoversi agevolmente dall’ “adesso” all’ “allora” e la caratteristica del tempo, nella poetica di Piersanti, è quella di “perdurare”, di inoltrarsi nello spazio dove la realtà va a ritroso e lì si fa pietra, albero secolare.
Il libro contiene numerose “prime volte” che descrivono momenti di iniziazione, quando tutto è ancora avvolto dall'aurea della meraviglia, dello sconcerto, dello stupore; quando il mondo svela il suo volto privo di rughe, nuovo, traboccante di promesse: “la prima volta Jacopo ha toccato/ la neve con la mano ai Cappuccini/ non gli bastò il bicchiere che la madre/ ha riportato colmo a quella stanza/ dove stavamo in tre nel letto caldo/ fuori la luna gela sulle foglie/ e Jacopo ripete che oltre il muro/ c'è stata la Fenisa e che c'è morta/ prima sapeva che quando è vecchio molto/ chi si mette in viaggio non ritorna”.
Umberto invita il lettore con versi appassionati, attraverso l'entusiasmo di un tono vocale, che però non nasconde il rimpianto, a prendere consapevolezza della fugacità, dell'impermanenza e lo fa descrivendo tutta la bellezza di ciò che è stato, e che seppure pulsante nel ricordo, non potrà più ripresentarsi, non di certo nello stesso modo, non con la medesima forza iniziatica e primordiale: “tu eri con loro, solo una volta/ quando uscivi dal mare/ ti sei seduta nei gradini del tempo/ un'ombra appena/ trascorse di dolore nella faccia// Seppi così che il tempo era finito/ che tra gli dei si vive/un solo giorno”.

Tramite un versificare fortemente ritmico, di eccezionale musicalità, Umberto Piersanti dispiega sul foglio il suo duplice sentire, che se da una parte rimane aggrappato al senso della perdita, alla disillusione di una realtà irrimediabilmente effimera, dall'altra non cessa di aspirare alla sua patria mitica, al paradiso edenico, che tramite la grazia evocativa della parola e a quella del ricordo, tra amori primaverili, fiori campestri e carezze di nonna, splende solenne e incorrotta.

ELEGIA DELLE CESANE

Le nevi d'una volta
sulle Cesane
i volti d'una volta
sulle Cesane
le vicende d'una volta
sulle Cesane,
l'acqua del fosso forse
si è oscurata,
magari i ciclamini
dove hai sfiorato
la biscia che lì sotto
sta nascosta
più non crescono
sul ciglio del torrente
e nella sconfinata macchia
delle Selve
ci saranno ancora
gli alberi dei frutti
così radi,
quello delle corniole
lunghe e scure
d'un rosso selvatico
e amaro,
l'altro degli ulani
col guscio cerchiato
da un ricamo di foglie,
il sorbo dei frutti
caduchi e succosi
da mettere d'inverno
sotto la paglia?
Quelli hai cercato
per anni
da solo nel folto
di spini,
sgomento
e stupore
nel sangue che trasale.

Era al mattino,
al disgelo della luce
l'infinita tenerezza delle piante
la gioia incontenibile dei boschi

qui nelle basse colline
sopra il mare,
crescono le acetoselle
tra gli olivi
anche a Natale,
in una morbida primavera
fuori stagione

ah, quel muschio
limpido e freddo
come l'acqua dei fossi,
il colchico dai fiori
verdi come foglie,
che tenace perdura
tra le nevi!

E non sempre eri solo,
ava dagli occhi azzurri
ancora tu mi guidi,
guidi e sorreggi
nel folto delle selve
e tra i miei greppi.

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