I luoghi, l’orfanità, il ritorno

Nota per Marco Pelliccioli

di Valentino Fossati

 

Non solo la morte, sai, mi spaventa

ma questo eterno, imperante presente

che fagocita i padri, le radici, la storia

con un paio di clic

e lascia me padre, il figlio nel ventre di lei

orfani, soli …

               Cocci, detriti, vesti, fruscii,

la terra spaccata:

              “Chi siamo?”

mi chiedi ora tu …

 

 

La scrittura di Marco Pelliccioli appartiene, senza troppa paura di generalizzare, a quella poesia in cui il sentimento del reale si concretizza nell’essenzialità dei tratti, nel rigore stilistico ed etico. Sentimento e visione del reale, quindi, e non tanto di quello che si definisce ‘quotidiano’ con termine ormai un po’ logoro e banalizzato, nella letteratura come nell’arte teatrale e nella recitazione. L’arte di Pelliccioli potrebbe in questo senso rappresentare, oggi, una cospicua dorsale derivata da uno dei paradigmi più decisivi, perlomeno in quella ‘tradizione’ che si innerva nel secondo Novecento, parzialmente ereditati anche da alcuni autori della nostra giovane poesia, ma intesi più come opzione intima che come canone e con una maggiore sotterranea tensione verso l’innalzamento, la sintesi lirica, come nel caso emblematico di poeti come Riccardo Olivieri e Maurizio Mattiuzza.

L’orfano, nella sua prima parte (a mio parere la più compiuta e forte, o almeno la più sedimentata) presenta luoghi persi, nella loro dolente e forte fisicità, o meglio che si stanno perdendo come negli attimi esatti prima della loro dissoluzione. Luoghi di un altro tempo, ma dipinti senza alcun idillio, anche come possibili, ipotizzabili – anche se non necessariamente privati – luoghi dell’infanzia. Luoghi che, in molti passaggi,  non si intendono più, o mai, inseriti in un tempo magico, in un grande tempo, come in parte accade nel tempo che precede di un autore Umberto Piersanti.

 

Se sgretoli il muro puoi sentirle ancora

Trasuda dai suoi pori il nome

voci di pestilenze, orfani, colera:

la Patirazza, molino o patior, campo santo …

Ne senti anche il fetore nel letto della Mörla

come se ogni impronta impressa sull’asfalto

svelasse ora voci, imputridite e sante,

che una fogna aperta si porta via con sé.

 

La prospettiva storica, sociale, non tanto e non solo individuale che percorre tutte le tappe dell’opera, è dunque l’orfanità, anche quando accade, nel tema dell’acquisita paternità, lo scioglimento esistenziale – e stilistico, in colori e musica più tenui e morbidi – dell’ultima sezione. Orfanità: essenzialmente mancanza di cardine, di senso della nascita, del riferimento; ferita originaria, o meglio una vera privazione di origine che appartiene alle cose stesse, ai volti, alle storie di vita cui allude. Solo alla fine compare, come approdo provvisorio, l’evento, la nascita sotto la forma della paternità raggiunta e quindi di una riappropriazione figliale speculare. La nascita, ovvero una recuperata origine, un ponte verso un futuro, almeno una speranza, la possibilità di un riscatto (pur provvisorio) dalla ferita e dall’abbandono, ripeto non solo privata, che è l’orfanità stessa.

 

Anche se ti nascondi, luna,

dietro la polvere, il manto

di cupole e binari, tu la conosci

la scomparsa via Perosa

la rauca solitudine delle orfane operaie

all’alba in filanda, di notte ai magazini:

le cerate appiccicate come coperte

i secchi, d’orina e pioggia colmi.

E scovi orfano me, luna d’estate in ombra,

disperso tra detriti, cocci di memoria …

                … nel casolare abbandonato

l’Angiolina, i figli: Wolly tredici anni,

Cristina una bambina, Nino al campo santo …

 

 

Il sentimento che accompagna la memoria di ciò che sta scomparendo è forte, struggente quanto venato di disincanto. Si rivela anche attraverso l’uso di brandelli e accenni dialettali ed è, al tempo stesso, fortemente accompagnato da una tensione lucidissima, da quel rigore stilistico e intellettuale tale da riuscire a rappresentare, come avviene in Maurizio Cucchi, un male interno alle cose, un male delle cose, quasi una desolazione guardata comunque non senza tenerezza. Come giustamente nota proprio Cucchi nella sua postfazione all’Orfano, lo scenario che domina la prima parte è quello di un mondo che si sta dileguando sotto i colpi della storia o semplicemente del tempo. E pur se risolto, in qualche modo  riscattato dalla forza del verso e dall’oggettivazione poetica, non presenta in sé nulla di facilmente estetizzante, non si nutre di alcuna implicazione ideologica o religiosa. È assente, per esempio, una prospettiva ricavabile da una qualunque e facile ‘vulgata’ pasoliniana nostalgica e didascalica, o la stessa autentica prospettiva di una mutazione antropologica o della religiosità perduta di tipo contadino o popolare.  Non c’è trascendenza, no, non c’è alcun Dio. Come in Maurizio Cucchi c’è l’indagine, la ricerca, ma solo il qui e non l’oltre, e non c’è nemmeno la tendenza a una qualsiasi possibile sublimazione. Tutto, anche ciò che si rivolge al passato, le voci, le case, i volti le luci, è legato ad una prospettiva cruda, attuale, presente, dove le voci passate e appunto quelle presenti si intersecano. Non c’è nemmeno, come invece nell’amato Sereni, vero e proprio ‘faro’ più volte citato, una pur laica dimensione metafisica (quella, per capirci, che domina Stella variabile). Verrebbe in mente, per le prime due sezioni e pensando al cinema – assai amato e studiato da Pelliccioli così come le arti figurative quando cita ad esempio Burri alludendo alla tensione interna al suo ‘impasto’ linguistico, teso, lucido e carnale al tempo stesso  – un regista non a caso bergamasco come Ermanno Olmi, privato però, quasi del tutto, di retroterra e tensioni devozionali. O meglio ancora, pensando più vicino a noi, lo sguardo crudo, scarno,  ma al tempo stesso profondamente lirico dei Ricordi del fiume dei fratelli De Serio – una delle opere cinematografiche italiane che ho visto più alte del decennio – dove viene rappresentato, come in presa diretta, il tempo immediatamente precedente alla distruzione della più grande baraccopoli zingara a Torino, la vita al limite dei suoi abitanti prossimi a essere cacciati via.

Gli autori cardine per Pelliccioli, citati esplicitamente, sono il Sereni di Frontiera e soprattutto del Diario d’Algeria; il Sereni che ha saputo rendere attuale, presente, oggettiva la memoria storica, dove però, in Pelliccioli, è estranea quasi del tutto la presenza del giudizio morale (si pensi a una prospettiva adottata spesso da Sereni quando formula giudizi essenzialmente umani e storici). Ma anche, in senso certamente più psicologico che formale, l’Ungaretti dell’Allegria, esplicitamente citato: l’Ungaretti dei brandelli, di quei puri e nudi nomi che dicono, prima di tutto, una basilare resistenza della vita. O anche, appunto come vero e proprio punto di riferimento, Cucchi autore dove si trova alla base un’orfanità traumatica e, in quanto tale, da attraversare, da scandagliare. C’è un evento, lì,  da cui parte tutto. Tutto. La poesia dell’autore milanese si configura, proprio per questo, come un’incessante e progressiva ricerca che conduce a un ritrovamento, a un riconoscimento, anche a un perdono, sì, a una rinascita, ma ripeto senza l’ipotesi di alcun approdo trascendente. C’è sempre e solo l’ipotesi di un qui. In Pelliccioli però c’è piuttosto la composizione di un microcosmo, di tanti microcosmi dove non c’è un volto, una cosa, un luogo, una persona più importante di altre. Non c’è in questo senso un vero scandaglio in verticale, c’è la tensione piuttosto, tematica,verso una possibile ricongiunzione e comunione di tutto, anche dopo la distruzione. Tutto è lì, poi, nudo,  semplice nella sua corporeità, nella sua immediatezza materica: “Si raccontano fiabe ai figli al camini, / – la madre che scrosta, le mani di sangue -, / sono fiabe d’orrore: la Maria senza gamba / spene la fame col suo arto d’oro nascosto in soffitta … / tra brandine di paglia conviene dormire.”.  Come anche nel Cucchi a mio avviso migliore, quello in cui l’esattezza della scrittura circoscrive plasticamente quel trauma, quello della memoria dolorosa legata alla perdita originaria e all’orfanità, ma che, alla fine, può risolversi in un possibile riscatto e rinascita, soprattutto in Poesia della fonte passando dall’Ultimo viaggio di Glenn fino a Malaspina e non dimenticando un romanzo in questo senso rivelatore come La maschera ritratto.

E la Storia, la vita, la natura dell’uomo, poi, sono semplicemente quello che sono, come sono l’ingiustizia e il male. Sono quello che sono e non c’è un vero giudizio, qui, nei loro confronti. Predomina la messa a fuoco sul dolente spettacolo del dileguarsi, dell’ingiustizia come naturalmente si dà, come nella seconda parte, Dankre, quella ambientata in Algeria e nel Mali, il diario di bordo di un migrante costruito su un racconto indiretto (composto a partire da una narrazione giornalistica) che, sempre nella prospettiva della perdita, dell’origine e dei luoghi, porta alla conoscenza del trauma, la presa di coscienza di una vita impietosa dove il presente

nasce letteralmente dal distacco drammatico, se non addirittura tragico e quindi senza una vera soluzione, tra il passato e il futuro.

 

“Un guasto al motore”, ripetono le bocche

asciutte, spaventate da qualche minuto …

Immobili nel mare ora galleggiamo

sbandati dalle onde, il ghibli sulla faccia,

mastichiamo sale e non abbiamo acqua,

dicono che presto qualcuno arriverà

ma chi si porta un figlio lo prova a far dormire

per rendere il trapasso un sogno indolore.

Chiedo allo stormo di gabbiani in cielo

di portare a terra il loro, il nostro grido.

 

 

Ma lo spettacolo dolente dei colpi della storia e del tempo che distruggono un quartiere che dice una vita, più vite, un paese che cerca la propria indipendenza ma che viene distrutto anch’esso con le proprie tradizioni, i propri volti, possono trovare la speranza di una nascita, forse l’unica vera speranza. Così si chiude L’orfano, con questa speranza: quella della riconciliazione e della comunione; quella di un gesto voluto e imprevisto al tempo stesso che garantisca il futuro, il riscatto che può solo condurre a un’origine, il riscatto di risvegliarsi padri.

 

Ora che i cocci hanno spogliato le pareti

aperto infiniti cerchi sul corso della Mörla,

ora che le voci dei morti, quelle dei vivi,

hanno tentato la loro comunione,

le vesti, i tram, comete, scafi,

il loro nome,

straripa per le vie la piena della Mörla

inonda case, tetti, sottoscala:

prima che il sole asciughi

porgi alla foschia umida sui prati

la tua domanda …

 

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