I cigni neri di Enrico Fraccacreta

Ecco i cigni neri. Chi sono questi esseri bellissimi e inquietanti? Da una esperienza di incontro con alcuni giovani in un percorso di formazione professionale, Enrico Fraccacreta, poeta e piantumatore d'alberi, trae occasione per un lavoro poetico di cui presentiamo in anteprima alcuni inediti.
Con la maestria senza esibizione che Fraccacreta mostra già in tutte le sue opere precedenti, qui il poeta tenta un azzardo. La sua continua riflessione sul senso del tempo, che altrove lo aveva portato a misurarsi con la natura così ben conosciuta, con certe ombre storiche, coi fallimenti  della generazione del '77, con dolori privatissimi e profondi, col fantasma del suo amico caro Andrea Pazienza, ecco porta il poeta qui invece ad aggirarsi tra le piante con dei giovani "allievi", spesso feriti da situazioni esistenziali difficili, da traumi irreversibili, con desideri e bellezze lancinanti. I cigni neri - spesso considerati marginali rispetto a tutto il frou frou di biancheggiamenti cigneschi frutto di apparenze e strategie comunicative.  Il poeta che si sente da un lato remotissimo e dall'altro vicinissimo e ce ne dona ritratti indelebili, in una campagna o giardino del tempo che entra tra i "luoghi" importanti e emblematici del nostro tempo e del rapporto tra la poesia e la vita.

Davide Rondoni

A lezione di botanica ci fa un cenno la mimosa,
gli ultimi ciclamini addirittura si presentano
quasi volessero esserci ancora,
dopo la pioggia la primavera spinge
le erbe crescono sotto i nostri occhi,
le corolle si spalancano quando ci chiniamo a studiarle
anche il bosco è vanitoso.

Anna è seduta in mezzo ai carrubi
con l’indice della mano fa dei cerchi sulla torba
forse ricorda qualcuno,
per la prima volta la sento parlare
mormora che un’atmosfera
si annuncia con il profumo del vento leggero,
di solito pesca la giovinezza della menta
prima di diventare un incantesimo,
lei è sorella degli stati d’animo
insieme corrono, s’inseguono a vicenda
giocando nel paesaggio,
poi si accordano per cercare l’ultima sorella
quella ribelle che sparisce e fatichi a ritrovarla
perché si nasconde, potrebbe essere ovunque
anche qui, mimetizzata nel verde delle piante
la speranza.

A lezione nel vigneto di primo mattino
Fuggianill dice che è contrario alla potatura verde,
toglie il colmo della felicità ai germogli
Federico II non ci crede, le piante non sentono nulla
devono solo far ingrossare gli acini per la vendemmia
degli uomini che pensano,
per il cagnanese le piante sono spensierate
per questo sono felici

E tutti si fermano con le forbici in mano
vicino al pozzo che stilla stupefatto
in mezzo ai tralci aperti della vigna
i rami attaccati nella nebbia
e un falò di contadini nel podere vicino
che si voltano per guardare curiosi
le lucciole scoccare inaudite
illuminando tutta la campagna.

Tiene il palmo chiuso per non farle cadere
le olive che raccoglie mormorando
con la fronte corrugata bada di non perderle,
il sanseverese gli poggia la mano sulla spalla
e dice di lavorare calmo, non le smarriremo sussurra
come ci smarrimmo noi.

Dopo aver versato i panni nei cassoni
tirano con attenzione i lembi imprigionati
anche i passi misurano per mettersi a distanza
e guardare il monte del lavoro di quel giorno,
poi si mettono a spargere col ceppo
lo scialle di cenere rimasta.

A lezione di entomologia stanno osservando sulle foglie
le gocce marroni di melata,
Giovanna ne è sicura, ormai sono giorni che è ciarliera
sono le lacrime delle streghe della sera
quando scendono travestite da pastori,
fanno ammalare tutto quello che toccano.
Eppure stavano in cielo, dice alzando le spalle
sarebbe bastato spostare la nuvola di destra
per guardarci dentro,
tutti alzano gli occhi muti
e di fretta come se parlasse a se stessa
dentro, certo, il regno dei cieli
dove ci trasmetteremo il senso dell’appartenenza
per sentirci originari in tutti i luoghi.

Nel giardino segreto ormai è libero
hanno dato le chiavi solo a lui,
primo appuntamento con la viola selvatica
appena entra a destra, l’amichetta del cuore
lì vicino ha sepolto sotto l’olmo l’ultima foto
della sua infanzia circondata,
gli inseguimenti furiosi nel corridoio
sbattuto al guinzaglio in una camera
quando per la vergogna immaginava archi nell’aria
e incoccato come una freccia sparire dalla finestra
e liberarsi nel bilico del ballatoio
senza il paracadute dell’innocenza persa.
Ora nel giardino zappa intorno ai colletti delle piante
la farfalla nera Gennarino è già passata due volte,
guarda un calabrone come lui tornato da un piccolo viaggio,
adesso sta sulle roselline selvatiche
ha lasciato per sempre gli alberi di circonvallazione.

Racconta che era venuto al mondo
con le prime luci delle lampade cimiteriali,
si era dimenticato dell’infanzia
delle voragini dentro casa,
il sole che si eclissava dietro i vicoli
sparito, remoto in lontananza
era l’alba dei suoi sotterranei.
Un sole che non muore mai
un pulviscolo pieno di troppe informazioni
confuse, affollate nella testa
impedivano la giusta direzione del raggio netto
per rispondere alla sua ragazza
impegnata dall’altra parte del mondo
a parlare con la luna,
ecco perché pur volendoci bene
non ci siamo mai incontrati.
Dice Mario mentre innestiamo i cedri,
lo spacco sulla gemma laterale
una mano col coltello per aria
e l’altra che trema sulla corteccia nuda.

L’interrogazione sui meristemi era diventata una gara
Totonnopittore suggeriva inutilmente a Fuggianill,
il cagnanese si lisciava pensoso i capelli
le ragazze si muovevano continuamente
sapevano la risposta, quasi la canticchiavano
ma Silenziocheantonioscrive alzò la penna solenne
e parlò con la presunta arcaicità dei poeti

della loro chiarezza notturna,
le loro attese serali di voci lontane
le domande da fare sul mantello del deserto
dove avrebbero radunato le solitudini
fatto la rivoluzione contro il potere degli sciacalli,
srotolato indietro le scritture purché non accadesse
di morire sulla croce per essere salvati.

Era solo un’incisione verticale verso il basso,
con la lama d’avorio del coltello
divaricava delicatamente la corteccia del fusto
scoprendo il cambio biancastro che ricopre il legno,
ripassava a mente che l’innesto riesce solo
con le due parti a contatto stretto tra loro,
il tenero tessuto succoso tra la scorza e il legno duro

La signorina soggezione diceva che pensava troppo a sua madre
fissato sul’immagine di quando lo prendeva in braccio
la sua pelle così tenera e quella robusta che lo teneva,
la lama vibrò sul pollice
Mario vide il sangue di Totonnopittore
mentre colava sulla branca del selvatico
cominciò a correre spaventato tra i filari

Il giovane pittore si stringeva il dito
pensava a una serie di quadretti da appendere a scuola,
pollici dietro il fusto che operano tagli verso l’interno
sollevano l’intera base fogliare con la sua piccola gemma,
i legni vicini su uno sfondo azzurrino intorno all’infanzia
e di lato le fattezze di una giovanissima signorina soggezione,
così rideva del legno ancora verde della sua psichiatra.

Adesso nel giardino le file sono diventate quattro,
lì in mezzo ripassava la vita degli insetti
pezzi di botanica sistematica che estrae dalla memoria
mentre risponde alla domanda sulla storia evolutiva
una storia che comincia con le alghe e i licheni,
non vuole commettere l’errore delle felci
mai adattate per la dipendenza dall’acqua,
lui vuole diventare come i ranuncoli
che stanno dappertutto nel paesaggio
e la terra per loro è un’officina
dove si forgiano altre specie
per nuovi ambienti da conquistare.
Ma inciampa per un attimo sulla campanula garganica
e la sua compagna di colori, l’orchidea quadripuntata,
rammenta che la spinacristi è l’unico arbusto rispettato dalle bestie,
nell’atteso mattino dell’esame il futuro resta presente
e parla immaginando gli amici del giardino.
Lì hanno tutti quasi smesso di respirare,
la farfalla nera gennarino è in preghiera con le ali chiuse
ondeggia sulla clivia che ha interrotto la fioritura,
insieme aspettano il verdetto
stretti e incombenti sull’unico straniero
il ginepro fenicio portato dalla baia di Manacore
attendono in silenzio il suo gioioso ingresso,
il cancello in fondo aperto verso le grandi euforbie
l’origine, le eroiche colonizzatrici della terraferma
le prime piante della vittoria.

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Un pensiero riguardo “I cigni neri di Enrico Fraccacreta

  1. Non è facile decifrare le rigogliose allegorie agro-vegetali di Enrico anche perchè sono convinto che tutti noi, per quanto magari fratelli, siamo dei grandi sconosciuti l’uno all’altro. Al tempo stesso, esiste pure un ‘linguaggio dei simboli’ capace di trasmettere, ad alcuni soltanto però, i riferimenti giusti per ‘orientarsi’ in certi ‘labirinti vegetali’! Perciò non posso fermarmi ad elogiare originali accostamenti verbali che limiterebbero il suo ‘poetare’ a un puro manierismo estetico perchè, come un torrente ‘carsico’, qui c’è da intendere ben altro! Egli, in realtà, ci consegna un messaggio, scomposto in mille rivoli che scorrono tra Gargano e Tavoliere: ma, proprio per questo, lasciano assai discretamente trasparire al ‘detective’ di turno che, sotto-sotto, c’è qualcosa di assai più vitale e consistente! Quasi la ‘cerca di un aureo filone’, minimo comun denominatore di tutte le sue ‘esternazioni’ oscillanti tra il ‘nero’ di esistenze frustrate e smarrite, quanto meno da ‘ri-ordinare’ o ri-trovare e il ‘verdeggiare’ di una speranza in parte ancora sfuggente. Ecco, allora, abilmente intrecciarsi ‘metafore agricole’ con concrete esperienze di vita tanto illusorie quanto chiuse nei loro modesti orizzonti che però, di tanto in tanto, lasciano filtrare ‘sprazzi’ di genuina saggezza contadina. Il tutto richiama i misteriosi, ‘messianici ghirigori’ che ci invitano ad un’altro ‘cammino’ a partire dalla ‘torba’ delle nostre confuse esistenze: non senza che il ‘vento leggero’ dello Spirito ci conduca! Tutto il resto fa’ da corollario a questo ‘passaggio’ essenziale, direi vitale, dalla ‘sterilità’ alla fecondità del frutto! Dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento per mille! A suo modo Enrico, criptico ‘uomo verde’, ci invita, con le sue circonvoluzioni verbali che riprendono i ‘messianici ghirigori’, ad essere la ‘buona terra feconda’ ad immagine e somiglianza del Buon Seminatore.

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