“I cigni neri” di Enrico Fraccacreta diventano un libro di poesie

di Davide Rondoni

Enrico Fraccacreta, I cigni neri, Passigli, 2021

I poeti autentici sono rari, hanno l'occhio micidiale. Attento come quello del contadino e capace di lacerare orizzonti. Rari quelli che portano le parole alla loro incandescenza di senso senza perdere il senso feriale e umile della terra di conversazioni e di silenzi da cui vengono. Enrico Fraccacreta è un maestro della poesia contemporanea. Lo conferma con questa nuova raccolta che, nata da una circostanza inaspettata (la richiesta di tenere corsi di coltivazione a un gruppo di ragazzi provati da disagi e burrasche), è una delle più belle che ho letto negli ultimi dieci anni. Ne ho visto i primi movimenti (pubblicati qui su clanDestino) e ora la conferma in questo smilzo potente e struggente libretto. Pochi come Fraccacreta (forse il De Angelis, l'Anedda, il Villalta, il Conte, il Riccardi e il compianto Benedetti nelle loro pagine migliori) giungono a tale forza di sintesi visionaria e di introduzione del lettore in un mondo.

Chi legge il libro non potrà più dimenticare queste figure tra i filari, gli accenni, gli scambi di sguardi, il tratto dei personaggi, da Tina l'albanese a Fuggianill, dal Cagnanese a Totonnopittore e quella mano tremante sulla corteccia, i tagli, le forbici rinvenute tra le foglie rosse, le olive "che non perderemo/ come ci perdemmo noi", e il divagare del poeta e i precipizi di memoria e magone tra arbusti, zolle, la "trebbia / grande quasi come la realtà", l'aprile con il banco vuoto di Antonio, "il lago nato dallo sguardo azzurro di San Michele", o Mario rivolto al finestrino con "la solita espressione senza pace", il "traffico della vendemmia/ nel teatro del crepuscolo", certi brusii dei morti, e il fatto che "le corolle si spalancano quando ci chiniamo a studiarle/ anche il bosco è vanitoso", così come il fatto che "la spinacristi è l'unico arbusto/ rispettato dalle bestie" e a Novembre sull'immenso specchio grigio dove si confondono cielo e mare c'è "in mezzo una luce, un piccolo fuoco, una fiamma/ forse l'avanzo nel mattino/ della lampada di un pescatore/ o una stella diurna/ tanto è indecifrabile l'orizzonte"...

Ci sono un sacco di segni in questo libro dopo la lettura.
"Cigni neri" è in un certo senso il riconoscimento e la creazione di un emblema. Da come l'autore spiega la genesi dell'espressione al divenire, tale espressione, divenendo chiave di volta delle tre parti del libro, chiarisce la sua dimensione non solo di metafora a un livello, ma anche di emblema a più profondi e altissimi livelli. Solo i poeti veri creano emblemi - come gli ossi di seppia, i soldati come foglie che tremano, l'amen di Beatrice, la morte bella nel suo bel viso, i fiori del male...

I cigni neri sono un emblema del nostro tempo. E gli emblemi vanno letti a più livelli di senso, senza paura di precipizi e vertigini.
Le tre sezioni (o "migrazioni" come son dette) sono segnate da citazioni della Commedia, in ricombinata successione (e da un verso "enigmatico", quasi un'apparizione, in dialetto all'inizio) a indicare che siamo dentro un viaggio di salute/ salvezza dove il poeta, i ragazzi, i vivi e i morti, gli amici del paese, gli avi, Andrea (ancora lui Pazienza? che diceva di Enrico e di un solo altro "i miei migliori amici") e altri fantasmi sono figure di un teatro dove i vivi si chiedono se sono stati almeno "servi inutili/ invece che utili idioti". In tale teatro umano e naturale, si aggira lo sguardo divagante, apparentemente cinico del poeta, e che invece conosce quel livello, come nota acutamente nel racconto di apertura, in cui, cambiando "il fusibile della compassione", "ci si può sottrarre a quel tipo di seduzione, la mente che vaga nel mare carezzevole delle giustificazioni, o nelle tempeste quando si approda al solito porto dell'autocommiserazione, non arrivando mai al semplice naufragio, dove si può restare aggrappati ai legni del rimpianto, del rimorso, della contrizione e della preghiera. Una decisione semplice, non le mille legioni annidate nei contatti del pensiero".

È una frase da leggere con attenzione, perché qui risiede la forza di Enrico Fraccacreta. Uomo del naufragio leopardiano interiore. Non ha paura di quell'elenco che va da "rimpianto" a "preghiera", non ha la smania tutta odierna anche in poesia di distaccarsi dalla sintassi umile, arcaica e perenne dello spirito umano, quella sintassi da cui sorge la vera compassione. Il libro contadino, sociale, mistico e intimo di Fraccacreta offre al lettore un esempio di quanto la poesia, quando è ruminata a lungo dall'anima viva e senza riparo di un uomo possa dire la verità sulle ferite dei singoli, sull'inespresso tra noi, sulle memorie e sul rapporto con il cielo. Si celano quasi, tra queste pagine, alcune delle più belle poesie pervase da visione cristiana, cioè drammatica e naturale, della nostra letteratura recente. E si offrono (con una spudoratezza e una inventiva visionaria e lessicale che solo i grandi poeti possono avere) le meraviglie delle piante, le lacrime degli sguardi tra i rami, le scoperte nel poco e nel grandioso, gli scorci di una daunia sempre nuova, la ragazza che "sbatte le ciglia nell'aria imprigionata/ l'applauso partito dalle nuvole/ che alza in volo i cigni neri/ navigatori del sortilegio".

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Un pensiero riguardo ““I cigni neri” di Enrico Fraccacreta diventano un libro di poesie

  1. Ho un fratello-poeta che non smette di stupirmi! Questo suo attuale cimentarsi con ‘cigni neri’ mi fa molto riflettere perchè, di certo, intende trasmetterci ‘messaggi ultrònei’ al di là del suo apparente ‘fissarsi incantato’ – e incantevole – su paesaggi, più che altro ‘garganici’, che amo tanto anch’io, descrivendoci, magari, ‘lavorazioni agricole’ di tale potenziale fecondità – le sue bibliche, ‘promesse terre grasse’ – da render ‘gravido’ il suo stesso verso! O, almeno, come io lo percepisco, gravido di infinito! Anelito che egli abilmente dissimula con narrazioni ridondanti ma ‘sottilmente allusive’: per quel tanto che basta a chi sa….. ‘coglierle’! Non so fino a che punto Enrico sia pienamente consapevole dei tanti ‘segreti rimandi’ che, comunque, sempre collimano con le più profonde ‘mozioni pneumatiche’ che intende comunicarci. E, come la ‘Donna dello schermo’ dei poeti del ‘dolce stil novo’, egli si serve di ‘paesaggi-schermo’ quale metafora potente, anche se ‘suggerita’, che lascia trasparire il grande amore per il suo personale ‘archètipo femminile’ che fa di lui un ‘visionario della Natura’: così Ella, infatti, si compiace di manifestarsi a lui! Come, magari, al Cavaliere si addice la ‘Dama angelicata’: senza dimenticare la predilezione di un Francesco per ‘Madonna Povertà! Ma è sempre Lei, la grande ‘Signora Nostra’, che ama rivelarsi a chi, ri-amandoLa, sa intenderne le modalità espressive! Una tale ricognizione ‘ab intra’, allora, del ‘poetare’ di Enrico, ci consente pure di rivedere il ruolo dei suoi più o meno ‘stravaganti personaggi’ come una ‘lezione di vita’ da ‘accogliere umilmente’! Riscoprendoli come i ‘cigni neri’ del suo mondo interiore: perchè quanto ci accade di importante o significativo negli eventi esterni del vivere, ci interroga con discrezione su quanto ancora di ‘incompiuto’, omesso o irrisolto c’è in ognuno di noi! Riusciremo mai a capirlo? Direi di no nella stragrande maggioranza dei casi, visto in che razza di ‘mondo sconnesso’, almeno spiritualmente, viviamo! Non così dovrebbe essere per quei ‘cercatori della Parola’ che sono i veri poeti, gli ‘itineranti del Verbo’, come amo definirli: in cammino verso il Principio dove Esso, ‘ab aeterno’, risiede! (Gv.1: 1-3).

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