I “Campi d’ostinato amore” di Umberto Piersanti

di Federica Ziarelli

Umberto Piersanti, Campi d'ostinato amore, La Nave di Teseo 2020

Esistono giorni invernali in cui il cielo sembra gravarci addosso, un soffitto buio, impietoso, le stelle spente tutte. Durante quei giorni, si vorrebbe fuggire dalla contingenza dell'attimo presente; scavalcare l'hic et nunc e aprirsi un varco di luce, un passaggio per un altrove di libertà, di ristoro.
Quella porta generosa, che mi è schiusa dalla memoria, sempre conduce nel passato della mia infanzia, nei luoghi che mi hanno vista felice.
E giusto ieri, leggendo l'ultima raccolta poetica di Umberto Piersanti “Campi d'ostinato amore” (La nave di Teseo, 2020), mi è stato concesso di trovare nei suoi versi d'incomparabile grazia, tutto un mondo lontano, gremito di volti, sensazioni, contemplazione della natura, che ho sentito parlare al mio, tramite una voce struggente, accogliente, profondamente consolante.
La parola poetica di Piersanti, infatti, porta al cospetto di uno spazio immenso, dilagante in cui grazie al sentimento d'amore, che si diffonde negli anni senza mai arrestarsi, è possibile permanere in uno stato di dolce quiete a prescindere dai tristi accadimenti di cui è rabbuiata l'esistenza.
È come un fiore miracoloso che resiste tenacemente alle tenebre purché si faccia lo sforzo di non abbandonarlo tra le nebbie dell'oblio.
L'assoluto protagonista della poesia di Umberto è dunque il tempo, un tempo trascorso, che si intreccia al presente trasformandolo, configurandolo, sfigurandolo in un abbraccio affettuoso e interminabile. Ogni cosa è così presente da essere persa, tutto è talmente remoto da risultare imminente.
Il tempo ritornando su se stesso, completa i luoghi del cuore, dando loro interezza.
In “Campi di ostinato amore”, dominante è la drammatica compresenza di ciò che fugge e di ciò che rimane: “(...) oltre quello stradino, / dentro la casa / ridotta a un muro incerto / come quei volti sacri / ormai nell'aria / trascolorati e infissi, / quell'età immortale / tra le valli / continua a risonarti dentro il sangue”.
Quando l'attimo è fatale cioè, quando contiene un destino, non possiede mai staticità ma fa convergere in se stesso il tempo che precede a quello che segue e viceversa. Passato, presente e futuro confluiscono nell'attimo: “ora che la tua gamba / non risale anche il greppo / meno ripido e scosceso / tu pensi al giovinetto / che hai lasciato / per sempre camminare / in quel sentiero”.
Verbo reggente nel canto di Piersanti si rivela essere il verbo “tornare”, che come in un infinito cerchio, lo riporta alla tenerezza di Maria, l'amata madre dagli occhi azzurri, nel ventre sempre verdissimo nell'altopiano di Cesane, nei sentieri perlustrati da bambino, in una delle tante notti della fanciullezza ad attendere con trepidazione e un po' di paura, l'arrivo della Befana: “anche in te infanzia, / eterna epifania, / Eden che il tempo / non intacca / ma innalza / anche in te c'era / un tizzo di carbone, / c'era il grembiule nero / e chi ti deride / ma l'Attesa era intensa / e sconfinata, / quell'azzurra corriera / il Grande Dono”.
All'interno di questo affresco temporale portato alla luce dalla nostalgia, l'autore introduce col tocco inconfondibile della sua scrittura, che sempre fluisce limpidissima, rapida, struggente, alla visione di un mondo naturale, somigliante ad una leggendaria Arcadia in cui lo scorrere delle stagioni non cancella la letizia dei ricordi, i nomi delle tante piante, i riti contadini, la dolcezza di un'esistenza semplice e al contempo bellissima nella sua rara, preziosa autenticità: “danzano le lepri / sulle radure / nelle notti d'estate / quando la luna è colma / e forte splende? / questo narra l'Antico / e il giovane pastore / serra il suo branco / nella stalla odorosa / di paglia ed erbe, / s'avvia verso la macchia / che sopra il Fontanino si distende, / nel mezzo della radura / vasta e quadra, / forse la luna / proprio sopra pende”.
E mai manca nel canto innamorato di un padre devotissimo, l'ergersi della robusta, splendida, dolorosa figura del figlio Jacopo al quale sono dedicati versi, che si innalzano fulgenti come una ninna nanna, vividi e strazianti al pari del più grande mistero del mondo, quale è l'innocente sofferenza: “siamo scesi un giorno / nei greppi folti, / abbiamo colto more / tra gli spini, ora tu stai rinchiuso / nelle stanze / e il mio ginocchio che si piega / e cede / a quei campi amati / d'un amore ostinato, / sbarra l'entrata”.

Umberto Piersanti, avvalendosi di parole freschissime e solenni, deposita sulle pagine arbusti di rose antiche, di quelle che il trascorrere delle ere non riesce ad appassire e che anzi, più il tempo passa, più come l'edera, si attaccano al petto del muro, intorno ai tronchi degli alberi, per donare un sorriso a chi le osserva.

 

Terra di memorie

[...] Ah! Questa infanzia
che negli anni s'inoltra
e ti pervade,
ossessiona i tuoi giorni
e un poco,
almeno un poco,
li consola.

 

 

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