I Baustelle: la poetica dell’inessenziale

Musica e fotografia fatte di carne e di anima

di Asia Vaudo

I Baustelle: uno di quei gruppi rari che fanno “poesia” con la musica.
Autori di “Amanda Lear”, “Veronica n.2”, “Un romantico a Milano” e molto altro, hanno da poco pubblicato “I musicisti arrivano già stanchi negli hotel” (La Nave di Teseo, 2019), col sottotitolo: “Fotodiario intimo di Baustelle in movimento”, e con la prefazione di Roberto Cotroneo.
D’altronde, è bene ribadire l’importanza che per i Baustelle ha sempre avuto la poesia – hanno scritto "Baudelaire", per esempio, canzone che è un “inno al non suicidio” (dichiarazione di Francesco Bianconi, frontman del gruppo) con citazioni da La morte degli amanti, dalla raccolta I fiori del male dello scrittore francese.
Una sorta di itinerario fotografico è il loro nuovo libro, un itinerario intorno a sprazzi di vita usuale, vortici e scene di vita banale, splendente, aggrovigliata, abbozzata, tratteggiata, frettolosa; il ritratto di una quotidianità dolorosa – per quanto è vera.
Per la prima volta volta, i Baustelle ci fanno accedere a un retroscena che non sa di troppo, che è lontano dal divino.
Dalle loro canzoni, sembra sempre trapelare questo: una “poesia” brutale, densa e intensa, essenziale.
Dalle loro fotografie, al contrario, emergono sentimenti scomposti, ci si inciampa dentro, sentimenti vorticanti tra l’assurdo e la rassegnazione – dunque, inessenziali.
E di fatto, nulla è più vero di ciò che è inessenziale – nei dettagli, nel superfluo, in uno scorcio inutile di cielo risiede la cruda, indomita verità.
Le fotografie dei Baustelle, accompagnate spesso da poesie-didascalie sconce e profonde, sono il richiamo a tutto ciò che si cela dietro le costruzioni fittizie di un gruppo famoso.

Decomposizione.
C’è decomposizione, vita tremolante che geme e che poi si ricostituisce ogni volta. Ci sono ambienti rarefatti, che vivono in bilico tra giochi di luci e ombre, sigarette che ballano molli tra le labbra; abita, la verità delle loro fotografie, nelle periferie, nelle ragnatele, nelle giostre, e poi si sfilaccia di continuo in colori rossoblugrigimarroni, lampi ad intermittenza.
Questa poesia scompigliata, quasi insensata, è dolore, vita e morte – forma e non forma.

Decomposizione.
Fuochi d’artificio, occhiaie stanche, calici di vino rosso
il tutto trattenuto non nella memoria umana, garante dell’infinito -
ma in quella di uno smartphone, garante dell’effimero.
Foto spoglie, a volte disturbanti, paesaggi nauseabondi e
fuorifuoco
sembrano andare così, quelle foto: girano, girano intorno a spirali veloci che a volte
s’intorpidiscono, a volte si riattivano, si riallacciano ad altri colori contrastanti
fino a far venire il mal di mare.

Il lavoro dei Baustelle è stato questo: dar giustizia all’effimero.
La mostra fotografica di foto che andranno in putrefazione.

Foto di sipari rossi che si aprono come ferite al centro del libro – grondano sangue e poi evaporano, sfiniti, in una qualche ubriacatura fatta dopo un concerto.
Tra fumi di sigaretta s’impigliano certe poesie e certe melodie, che nessuno e nemmeno Francesco
(Bianconi, ndr) acchiapperà mai, forse, vanno via via via via
in cerca di un altro corpo in cui affondare
- o un altro foglio.

Perché a volte l’ispirazione fa così, e lo sanno bene i Baustelle, ti lascia e va a far l’amore con uno diverso da te – si stanca delle tue carni, dei tuoi vestiti molli.
E io m’immagino, da fan, da narratrice, da sognatrice, me lo immagino Francesco, coi suoi vestiti larghi, il suo sguardo spigoloso, che la prova a rincorrere, l’ispirazione, e intanto affoga in un altro drink fantasticando sulle gambe nude di una ragazza che passa, e solo dopo, solo dopo un po’, gli arriva, finalmente: la meraviglia.
“I bar degli alberghi sono astronavi mai decollate”, scrivono i Baustelle nel loro fotolibro. I bar anche, nella loro banalità, si fanno palcoscenici del Cosmo.
Nei crampi della quotidianità, il divenire.
Pochi gruppi “introspettivi” si avvicinano così tanto alla “poesia” – nel suo senso più primordiale.
Si avvicinano i Subsonica, con il loro travolgerti in spirali chiaroscure, trip e viaggi vari metafisici che ti fanno sbandare e non ti fanno più dubitare dell’esistenza di nuove dimensioni – e parlano di carne sintetica e microchip emozionale.
È autentica allora la maniera dei Baustelle di far “poesia”, con musica e fotografia, il loro gusto per l’inessenziale; la loro poesia si fa di tenero e di sesso, di rassegnazione e di slancio verso Dio. Una poesia che vive dunque nelle contraddizioni – come la vita, e meglio ancora nel continuo contrasto
tra squallore ed eternità.
“Alla nostra grazia dello scrivere versi senza forza. Al non vivere” (dalla canzone Cin cin).

Fonte foto: www.baustelle.it

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