La bellezza della ferita: “Historiae” di Antonella Anedda

di Alessandra Corbetta

Bisogna saper trovare aggettivi e farlo per Historiae di Antonella Anedda (Einaudi 2018) significa concedersi senza ritrosie a una scrittura che rivanga e rimescola, togliendo le teche sotto cui si conservano gli oggetti più fragili e preziosi.
La prima lettura direbbe: calibrato, com’è nello stile di Anedda. Una calibratura legata più che all’idea di aggiustamento per rinvenire la perfezione possibile, a una combinazione chimicamente ineccepibile, studiata, provata e alla fine eseguita. Del resto, i rimandi al cosmo scientifico sono molteplici, e spaziano dalla matematica alla geometria, dalla medicina alla biologia. Quando il dolore si fa forte, stritolante, si torna a cercare la spiegazione nelle leggi causa-effetto, tra le coordinate dove-quando. Anedda piega la geografia e la storia alla sua poesia arma-da-taglio, tracciando con filo di nylon il segmento universale-particolare e viceversa, stringendo tutto dentro l’infinitudine delle mura domestiche e della sofferenza privata, che è sofferenza del mondo, e viceversa.
Rileggendo, un fendente. Perché qualsiasi sezione della raccolta si prenda, si viene colpiti da una sciabolata verticale e inevitabile. A volte a darla è la luce dell’alba o dei lampioni, alle volte il dialetto sardo; sono gli animali o i luoghi, le assenze che non dovrebbero mai fare compagnia a nessuno. Anedda, algida e scostante nel suo scrivere come se fosse ovvio, descrive, con la sapienza senza sconti che è dei grandi, la ferita tremenda e la sua bellezza, caselle contigue dello stesso cruciverba.
Alla fine esce da sé: commovente. In ogni passo. Citando Tacito o le condizioni dei migranti, nell’ape tramortita e nel gatto che si arrampica, dentro al grido dei Germani ma soprattutto in quel lavoro di ago e cucito, Anedda lascia straripare sul lettore l’incontenibile senso/non-senso dell’esistenza, in cui l’unico filo conduttore, con le sembianze da corrimano a cui potersi aggrappare, resta l’umanità di tutte le Historiae del mondo.

Eppure

Quando sembra che la memoria di lei sia spenta
eccola tornare in un suo doppio
mentre spinge un carrello in un supermercato,
sola, nel carico di luci,
con le mani che sono quelle di un’altra
e il viso che traluce in un bagliore
tra i barattoli di vetro sui ripiani.
È invece lei davvero quando un suo spettro
fruga in un cassetto in cerca di un ditale,
mentre afferra quella minuscola cupola di acciaio
e la manovra muovendo in fretta l’ago,
con il suo sguardo verde di rapace.

3.

Vicino alla finestra (era novembre) un’ape barcollava
ubriaca di freddo o di vecchiaia.
Anche aprire il vetro non l’avrebbe salvata.
Ho lasciato allora che si perdesse in casa
e il giorno dopo l’ho trovata di nuovo
vicino alla finestra in un angolo scuro,
le zampe tese, rovesciata. Fuori, da una nube più grigia
è sceso il temporale, i fulmini scoscesi sulle case.
L’ape dormiva la sua morte di ape senza miele.
Stavolta ho spalancato i vetri, ho soffiato con forza
e si è posata un’ultima volta sulla terra bagnata.

Photocredit: Louis Émile AdanBambina con tamburello, scimmia e leonessa

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