Gumilëv!

di Gianfranco Lauretano

Nikolaj Stepanovič Gumilëv, Nel giorno in cui il mondo fu creato, Avagliano, Roma 2020

Traduzione di Amedeo Anelli

Gumilëv! Questo è il grido che mi è risuonato dentro, ma mi pare anche in tutta casa mia, quando ho ricevuto il libro Nel giorno in cui il mondo fu creato, una scelta di poesie di Nikolaj Stepanovič Gumilëv pubblicata da Avagliano e tradotto da Amedeo Anelli. Di tutta la miracolosa epoca della poesia russa che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta, Gumilëv è il poeta meno conosciuto e, anzi, più bistrattato: in patria fu riabilitato tardissimo, addirittura negli anni di Gorbacev, e all’estero tradotto poco e male, Italia compresa, dove è quasi dimenticato dai traduttori, dai poeti e dai lettori. Eppure è una personalità letteraria importantissima: fu lui praticamente a inventare l’acmeismo e, a seguire, la gilda dei poeti. Il primo è il movimento che nacque per superare il simbolismo russo e che Gumilëv fondò assieme a Gorodetskij. La differenza fra i due è semplice: Gumilëv è un vero poeta, l’altro no. Dopo che nel 1921 fu fucilato dai bolscevichi, il sodale cofondatore acmeista Gorodeckij ne parlò alle autorità con spudorata vigliaccheria, denigrandone la figura. Perché, sì, Gumilëv fu giustiziato dai bolscevichi, oltretutto su accuse di attività antirivoluzionaria, forse addirittura monarchica, palesemente false. Fu uno dei primi: con lui il regime comunista sovietico iniziava a far funzionare lo stupido e gigantesco marchingegno di menzogna e masochismo che l’avrebbe portato a sterminare la maggior generazione poetica mondiale degli ultimi secoli, tra omicidi, esili, pazzia, suicidi (Gumilëv, Mandel’štam, Esenin, Majakovskij, Chlebnikov, Cvetaeva, Ivanov…). Quando morì era all’apice del suo talento e della sua creatività; le sue migliori raccolte poetiche sono Il rogo del 1918 e La colonna di fuoco del 1921. Non sapremo mai cosa avrebbe potuto scrivere di ancor più bello e assoluto.

L’acmeismo era il movimento che, contemporaneo al futurismo russo, si prefiggeva di superare il simbolismo; anche questo aveva, come tutto il resto, connotati particolari russi. Il più evidente era la concezione fortemente religiosa della poesia: per Aleksandr Blok era religione, una teurgia, tanto che i suoi seguaci adoravano sua moglie, a cui erano dedicati i Versi sulla bellissima dama, come una rediviva Madonna. Per Gumilëv e gli acmeisti, no. La poesia doveva tornare ad essere artigianato, oltre che arte, e le cose evocate dalla parola poetica non assumevano più la funzione di simbolo mistico. “Noi vogliamo ammirare una rosa perché è bella, non perché è il simbolo di una realtà superiore” diceva Gumilëv. Da qui uno spiccato senso di realismo nella sua poesia: nel volume appena pubblicato Daniela Marchesi parla giustamente di “una ricerca poetica originale, tesa a sostituire le aure mistiche e remote della poesia simbolista con limpidezza di visione e di stile: con la parola-cosa”. V.Vejdle parla in generale per Gumilëv e gli altri acmesti di “estetica pietroburghese” per i quali “l’opera del poeta è una sintesi fra la semplicità classica e l’orientamento verso la realtà concreta, senza legame con il razionalismo”, come riassume Irene Delic.  E sul classicismo è ovvio ripensare al Mandel’štam degli anni soprattutto in cui veniva componendo la raccolta Tristia, esattamente contemporanei all’epoca di maggior fervore artistico di Gumilëv. Questi proponimenti di poetica vennero efficacemente perseguiti, sulla sua scia come sappiamo, appunto da Osip Mandel’štam e dalla prima moglie di Gumilëv, Anna Achmatova.

Ma la sua poesia rimane pure così peculiare e originale che lungamente e invano la critica ha cercato di inserirlo in questo e quel movimento: forse non è stato neppure acmeista, perfettamente coerente con l’incoerenza di tutti i poeti del mondo, che prima scrivono i manifesti di poetica e poi fanno tutt’altro. Il manifesto di Gumilëv si chiamò L’eredità del simbolismo e l’acmeismo e uscì sulla rivista “Apollon” nel 1913. Qualcuno ha definito la sua poesia anche con il termine “adamismo”, equivocando non poco in direzione di un’accentuazione verso la materia e la carne a dispetto dello spirito. Già la moglie di Mandel’štam, Nadežda, avvertiva del contrario, consigliando di leggerne con attenzione la riflessione teorica.

Come documenta questa ottima scelta di Amedeo Anelli, Gumilëv è un poeta spirituale. Per lui Adamo, che è anche il figliol prodigo o, altrove, Ulisse, è l’uomo che aspira a tornare in paradiso, un mondo che non è possibile in questo, dove invece incombe continuamente un’apocalisse. Come ancora dice la Delic, quella del “ritorno” è l’idea chiave in Gumilëv. Ritorno al paradiso. Ma mentre l’uomo è in viaggio in un mondo che non ammette traguardi definitivi di bellezza e felicità, proprio affinché possa viaggiare, deve mantenerne una concezione avventurosa, stupita e perfino ingenuamente sacrificale; si vedano le poesie sulla guerra, che non sono affatto di elogio alla guerra, bensì a uno stile di vita infantilmente eroico e avventuroso. Lo sguardo rivolto al mondo “nel giorno in cui il mondo fu creato” è d’altronde tipico della poetica acmeista. Fu così la sua vita: viaggiò a lungo, in mezza Europa e soprattutto in Africa, si arruolò volontario per la prima guerra mondiale e venne decorato per i suoi atti eroici, ebbe molteplici avventure romantiche, prima, dopo e durante i suoi matrimoni. Il ruolo delle donne fu rilevante nella sua vita: serve sempre ricordarsi che nella sua poesia più conosciuta, “La giraffa”, si rievoca l’animale esotico e africano in modo fantastico per consolare e forse divertire la sua donna che ha lo “sguardo particolarmente triste”. Si tratta un dispositivo frequente di questa poesia.

Caratteristica ne è dunque l’esotico, ma senza che sia esotismo, secondo quella che lui stesso definiva la “Musa dei viaggi lontani”. Nelle poesie africane, rappresentate in questa scelta, è ben chiaro che il continente è visto come un possibile paradiso in cui l’uomo, il “negro”, è così considerato senza nessun senso di superiorità, anzi forse il contrario: è l’uomo dell’Eden, più vicino al paradiso perché più aderente allo spirito del mondo e della natura. Era l’epoca giusta per questa poesia: la musa dei viaggi lontani ispirava gran parte d’Europa. Si pensi alle ascendenze della pittura di Picasso, alla poesia di Blaise Cendrars, perfettamente coetaneo a Gumilëv, persino al diario di viaggio in India del moribondo Gozzano, solo per dare veloci accenni esemplari. Ma nella scelta di Amedeo Anelli c’è anche molta Italia, che Gumilëv descrive così: “Nel paese dove l’ippogrifo gioioso chiama il leone/ a giocare, alato, nell’azzurro,/ dove la notte lascia dalla manica uscire/ ninfe di cristallo e coronate furie,// nel paese dove le tombe dei morti sono tranquille,/ ma dove la loro volontà, il potere e la forza, è viva,/ di tanti maestri famosi/ a me uno solo è caro al mio cuore”: Beato Angelico, a cui lo splendido testo è dedicato. Ma un’ulteriore ragione di gratitudine è dovuta al traduttore per averci portato la poesia che Gumilëv dedica a Leopardi. Sembra capirlo benissimo: “Tu sei la donna dagli occhi freddi,/ di se stessa innamorata,/ e sotto i cieli hai amato la patria./ …ma non ti amavano/ né la patria né la donna”. A unire i due poeti è l’idea positiva della morte, che per Leopardi è l’unico dono grato, assieme all’amore, dato agli uomini dagli dei, e per Gumilëv il passaggio al paradiso, che non fa paura, neppure in guerra.

Questo di Avagliano è un libro piccolo, ma densissimo e stimolante. Ci permette di tornare a toccare, con un esauriente antipasto, la grande poesia di Gumilëv. Un unico difetto vorrei segnalare: non si tratta tanto della mancanza del testo a fronte russo: in Italia, nonostante lo studio di quella lingua si stia decisamente ampliando, sono ancora pochi i lettori che saprebbero comparare il testo in cirillico con la traduzione, inoltre probabilmente le pagine liberate dalla versione russa hanno permesso un investimento maggiore in quantità di poesie tradotte. Ma sarebbe stato utile avere, per ogni testo, l’anno di composizione e magari la raccolta di provenienza. Avrebbe aiutato un nuovo inizio nella ricomposizione per il lettore italiano del percorso di questo straordinario poeta. Bene, Amedeo Anelli pagherà pegno: è un ottimo traduttore, poeta egli stesso (il che è fondamentale quando si traduce poesia) e questo libro sembra essere la prima boa di un lavoro iniziato tempo fa sulla sua rivista Kamen’, dal nome così significativamente mandelstamiano. Allora noi lo stimoliamo a proseguirlo, dandoci nuovi frutti del suo prezioso lavoro.

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Un pensiero riguardo “Gumilëv!

  1. Bellissimo il commento alla pubblicazione del testo tradotto di Anelli su Gumilev prima introvabile. Trovo nella recensione molto interessante oltre al modo di concepire la donna in Gumilev , la differenza tra il modo di vedere la morte in Leopardi che la concepisce come sommo bene insieme all’amore e la sua ,che è da credente ,vista come una premessa al sommo bene che è il Paradiso.

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