Grivel Serra, “L’estate della mia rivoluzione”

di Nicoletta Bortolotti

Angelica Grivel Serra, L’estate della mia rivoluzione, Mondadori 2020

Accade d’imbattersi in scritture felici, capaci di ricordare ciò che verrà dopo e di rifondare la memoria ma, prima di tutto, dedite a comporre un mare. Una luce e una città. Coordinate letterarie entro cui è sovente circoscritta la topografia di una madre. Scritture che ci riposizionano, suggerendoci geografie dell’immaginario che non conosciamo ancora perché siamo già stati. Sollecitano a scoprire luoghi nuovi da dove tornare, luoghi ignoti che ci ricordano. E la biografia di quel mare, di quella luce e di quella città è la nostra biografia. È la madre buona, adesiva e inclusiva, di cui durano sete e incurabile nostalgia.
La fabula, i personaggi, pur illudendosi di inquietare il palcoscenico della narrazione con le loro parvenze che inseguono, turbinano, amano, disamano, con il loro infaticabile muovere che muta in immobile, allestiscono solo il fondale da cui si estrae il paesaggio. Autentico protagonista, nocciolo della tessitura, insieme al tempo abitato in compagnia di quella madre.
E così anche questo importante e magnifico esordio, contenente già nel titolo l’indizio di un dopo che non sarà più come prima, la rivoluzione, pur offrendo al lettore la solida balaustra di una storia da cui affacciare alla vertigine, suggerisce uno scenario da percorrere all’interno di sé per riscrivere il proprio certificato di nascita. E la propria intima e storica ricognizione del materno.
Luce, anche nel nome della protagonista, attende una metamorfosi che tarda a manifestarsi, la mestruazione che intride di sangue il suo divenire. E, poiché conquistare la giovinezza è fatica, percepisce i suoi diciassette anni camminarle lungo il corpo con la struggenza visionaria della stagione in cui, senza nulla decidere, tutto si decide. Vive, insieme alla madre Valeria, in una casa dal tempo “ripiegato in un’eternità”, secondo la metafora di Jean Cocteau, in bilico sul mare archetipico di Cagliari. Madre e figlia intessono una simbiosi a intagli di pazienze e distanze, di fusioni e iati, in un filo ombelicale che si tende al limite senza ancora recidersi.
Che cosa fanno i paesaggi ai corpi? E come l’azzurro vuoto del mare può plasmare gli spigoli dei fianchi o lo sguardo adolescente?
Il bellissimo e intenso incipit riporta all’assorta contemplazione dell’Età del malessere di Dacia Maraini o di Bonjour Tristesse di Françoise Sagan: “Da qualche tempo viene a trovarmi ogni mattina un’amara sensazione che mi rende infelice. Quasi una disarmonia che mi staziona addosso”, laddove l’autrice francese, scalza sull’asfalto di Parigi, così esordiva: “Esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza su questo sentimento, del quale la noia, la dolcezza mi ossessionano. […] Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri. In quell’estate avevo diciassette anni ed ero perfettamente felice. Gli “altri” erano mio padre ed Elsa, la sua amante”.
Ma gli “altri” per Luce sono tutti gli “altri”. Radicalmente inadatta alla sua età, tenta di trovare un tempo in cui vivere e, soprattutto, una lingua per raccontarlo. Se il tempo attuale è insufficiente anche la lingua della contemporaneità lo è. E non potendo tradursi in parola degli “altri” dev’essere “altra”, trapassata. Eppure vivissima, ricca, articolata e precisa nel solco di quella vena barocca, recuperata sul finire e sfinire del Novecento soprattutto da Gesualdo Bufalino, che innerva l’ultima migliore produzione targata Post-Millenials.
“Fu lì che intuii come non mi appartenesse per nulla il fare combriccola o l’essere inclusa in una cerchia. E a confermare questa mia radicale estraneità alle dinamiche di gruppo non fu solo l’andamento del mio mutilo sabato. Prima d’imparare a convivere con le realtà corali in maniera del tutto impermeabile, senza più infiltrarmici a forza, ci furono delle occasioni in cui sentii il dovere perlomeno di esperirlo, il gruppo”.
Il rifiuto dell’“immunità di gregge”, termine oggi purtroppo preso a prestito dal dizionario medico, è la vera rivoluzione di Luce, il grido autentico, straziato, anacronistico contro la congiura sociale delle generazioni precedenti che hanno inchiodato i giovani a una recente dittatura del collettivo e a un forzato comunitarismo mutato in luogo comune. Ma la letteratura pone il punto di vista del singolo, l’appello individuale.
Nel patimento di Luce all’indossare una forma, come non ricordare Chiara D’Auria, la protagonista di Passaggio in ombra: “Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare il più a lungo possibile, forse per sempre, la libertà di non avere nessuna forma...”
Luce cerca una città, se stessa, che possa attraversarla: “Cagliari rimane quella che è: grondante luce, a volte persino un po’ offensiva in tanto fulgore, e plasmata di roccaforti più sociali che monumentali”.
Cerca un mare, che si fa liquido e salato luogo di scrittura, dove confluiscono tutte le scritture, ciò che è stato detto e ciò che si dirà.
Cerca una madre, con cui misurare la propria ombra di figlia, “bonificando le malinconie”, e uno specchio nel quale intagliare il corpo. “Ripudio con piglio aggrondato l’immagine che, giorno dopo giorno, mi restituisce lo specchio. In quel riflesso identifico sempre una nemica”.
La narrazione richiama in filigrana simboli potenti del femminile. E il sangue della trasformazione non fluisce finché si sta immobilizzati nella madre e negli spigoli di una magrezza che appiattisce la carne e cementifica il mare in un blocco solido. Solo quando il corpo inizia a sanguinare e può compiersi la metamorfosi, il passaggio in ombra, l’acquisizione di un’altra forma, anche il mare ritrova il suo sangue. E il corpo ritrova la carne, l’indomabile e selvaggia sensualità, l’erotismo, quella fisicità materica che lo libera dalla rarefazione.
Il linguaggio non evolve, ma rivolve. Il linguaggio è rivoluzione. La lotta di Luce contro lo specchio, nei primi capitoli, pare simulare l’agone contro parole che balbettavano un racconto mendace del corpo. Ma se, come scriveva Calvino “A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”, quando l’esperienza erotica offrirà al corpo adolescente la sua lingua passionale e trasformativa, la sua grammatica d’ossa e giunture, Luce abiterà finalmente il tempo. Il suo.

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