Grace Paley, “Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta”, Edizioni Sur

di Edoardo Sant’Elia

Quando il titolo non mente. Quando è proprio di questo che si tratta: fare una torta. La poetessa lo confessa apertamente, “ci ho messo / più o meno lo stesso tempo / ovvio la torta era una stesura / definitiva una poesia avrebbe richiesto / un pochino di più giorni e settimane e / parecchia carta straccia”, inoltre la torta possiede un altro gusto, un altro significato, si rivolge ad un altro pubblico, inutile negarlo, “questa torta piacerà a tutti / ci saranno dentro mele e mirtilli / e albicocche secche molti amici / diranno e perché diavolo / ne hai fatta una sola // questo con le poesie non capita”: ed è il motivo per cui nella circostanza la poetessa si è improvvisata pasticciera, essendo per una volta, almeno per una volta, francamente stufa, “non voglio / aspettare una settimana un anno una / generazione perché si presenti / il cliente giusto”.

   Ma esiste poi il cliente giusto? Andando oltre: esiste l’essere umano giusto? E giusto per cosa? Nata a New York nel 1922, figlia di ebrei ucraini in fuga dalla Russia zarista, Grace Paley è stata per anni celebrata autrice di racconti brevi, poi si è data alla poesia, per intero, con lo stesso impeto, con la stessa foga con cui per tutta la vita ha condotto le sue battaglie di pacifista, femminista, ambientalista. Battaglie acerrime, che nella sua scrittura si riflettono non come tracce ma come i segni evidenti di una solida impalcatura etica che mai viene meno, che fa capolino ovunque, senza tuttavia ammantarsi di moralismo, senza stucchevoli sovrastrutture. Anzi, con una fiducia negli altri, con un buonumore naturale che traspare ad ogni verso, ad ogni giro di frase, anche nei passaggi più dolenti: “La vita è due sogni / il tuo e quello di chi ami / a colazione una fatica ascoltare / una pena raccontare      qualcuno / piange chi ha fatto il caffè / e tutto è perduto”.

   È giusto battersi per ciò in cui si crede, però bisogna trovare le parole adatte, che non sempre coincidono coi tuoi momenti: “adesso vivo tra gli alberi le fronde / i rametti e le foglie   soffia un vento leggero / ma la parola stormire mi è arrivata troppo tardi”. Quel nonno riportato a casa dalla polizia, quel nonno che crede di avere le idee chiare e non sa esprimerle e i nipoti finiscono per rassegnarsi, “va bene così vieni e vai   perché no / ogni tanto vieni e ogni tanto vai”; quella bambina che all’ora di cena (e si suppone anche dopo) non si sente obbligata a scegliere tra la madre, la nonna e la zia, “quale difendere / a quale opporsi a quale voler bene”; quelle due facce, una giovane l’altra vecchia, che s’incontrano in un negozio, “quest’anno / ho una linea nuova favolosa // ha detto la faccia giovane davvero? / a ogni modo non mi // serve niente ha detto la faccia / vecchia voltandosi voltandosi”. Questi personaggi, consapevoli o meno, sono smarriti in una storia, in una città più grande di loro, che li ingloba ma non riesce ad annientarli; puntano i piedi, fanno resistenza, magari vanno altrove ma restano persone vere, vive, del resto, osserva sorniona la poetessa, “Se hai notato che la gente ha modi / un po’ nervosi pensa alle nazioni intere / quelle sono assolutamente patologiche”.

   E allora? Allora, rimanendo comunque sé stessa, restando fedele ai principi, alle battaglie di sempre, perché non accettare nuove sfide, pur con la certezza dell’imperfezione, perché una volta tanto, di là dalla poesia, non fare una torta gustosa? Perché, rinunciando a pronunziare parole illuminanti o ammonitrici, non spiegare semplicemente alla propria figlia “che / la stanchezza è / normale anzi perfino opportuna / alla fine del giorno”?

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