Gli uomini che fanno piangere di Lucrezia Lerro

di Davide Rondoni

Lucrezia Lerro, Gli uomini che fanno piangere, La Nave di Teseo, 2022

Il romanzo potrebbe sembrare un episodio di una corrente letteraria che chiamo "il vendichismo", ovvero opere scritte con l'intento di vendicarsi di qualcuno, un amico, un ex-amante, un rivale. Non mancano esempi di tali opere, ma lascio al lettore il piacere (sadico) di trovarle, manifesti o occulti che siano. La voce narrante di questo breve intenso libro di Lucrezia Lerro, "Uomini che fanno piangere", dichiara subito il suo intento: vendicarsi di un noto personaggio avuto per quasi amante.

La storia è apparentemente semplice. Una donna, inquieta e vagante tra amori, depressioni e nevrosi ereditate da una infanzia difficile, si imbarca in una sfortunata storia non storia d'amore con un tizio, bell'uomo, ma narciso e patetico che non fa che parlare di sua moglie che mai tradirà, e che invece tradisce e addirittura molla per un'altra, di cui parla come della moglie. La protagonista, indefessa, si invaghisce, frequenta (pur se fanno sesso, pare di capire, una volta sola e male) e perde la testa per questo uomo ridicolo. Consuma le sue notti pensando a lui, deperisce per i suoi silenzi, si prepara per giornate intere per incontrarlo anche per pochi minuti. A questa storia, tanto surreale da sospettare sia autentica, si intreccia una bizzarra vicenda ritmata dai bigliettini di una specie di psicopatico, professore squinternato di lingue, conosciuto dalla protagonista e convinto che quel tizio, il medico narciso e patetico, sia innamorato di lui e gli mandi segreti messaggi.
Alla fine semplicemente, l'invaghimento, l'incantamento, o chiamiamolo innamoramento, evapora - complice forse la misera prestazione erotica - e la giovane donna, inanellando pure un po' di odierni e frequenti luoghi comuni sulla autostima femminile, lascia cadere non solo l'amore ma tutta la stima. E la vendetta così, si consuma, incruenta certo ma impietosa e micidiale con l'ultima pagina del libro. Ma appunto, come i libri migliori, invece di risolvere le domande durante la lettura, le eccita alla fine, le lascia come disagio nel lettore. E infatti, mi chiedo ancora: perché un libro del genere? Per sola vendetta? Qualcuno potrà congetturare sulla possibile identità reale dei protagonisti? Per sondare le sottigliezze delle dipendenze generate da amori che non sono amori ma enigmi psicotici?

Ok, forse esistono uomini così e soprattutto donne che si infilano (stregate da cosa?) in tunnel così mortificanti e se pur intelligenti da vere rincoglionite, ma ciò giustifica un romanzo di una delle scrittrici tra le più colte e raffinate, poetessa e psicoterapeuta?
La domanda non si chiude, anzi quasi si dilata, si apre abissale, nutrita da uno stile narrativo netto, capace di registrare vibrazioni minime, di improvvise pennellate coloristiche e di ambientazione. Come se la materia evidente facesse risuonare un sottofondo immenso, una insensatezza vertiginosa, un buio ritratto dell'umano tragico, una voragine di nientezza, di mascheramento continuo e quasi offensivo nella sua banalità...

Un inferno, dove la autrice lascia precipitare la sua vittima, vittima pure lei, fino al "risveglio", e al cui limite o bordo o tremenda balaustra ci viene il sospetto d'esser tutti un po' trascinati, esseri che forse meritano tanta condanna quanta pietà, in questi "amori" senza stima, senza affetto, senza commozione vera per la vita altrui. Questo narcisismo assoluto, manifesto nel caso dello psicopatico professore fallito, elemento a specchio, del più occulto e avvelenato narcisismo del protagonista, uomo di successo. E forse anche di lei, che in fondo non ama se non se stessa.
Un inferno di buone maniere, di dimensioni standard da salvare a dispetto di oscillazioni psichiche terribili, un inferno di apparenze che occultano sofferenze, di società sviluppata e progredita che sotto la fluidità delle relazioni nasconde anime irrigidite. Di solitudini immense.

Così pare che da episodio di letteratura vendichista femminile questo libretto diventi una tragedia greca, quasi come un sasso buttato in un pozzo di cui però non si ode - terribilmente - il fondo.

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