“Gli eroi sono partiti” di Francesca Mazzotta

di Davide Rondoni

Francesca Mazzotta, Gli eroi sono partiti, Passigli, 2021

Come si sta dopo che "gli eroi sono partiti", cosi come dice il titolo del recente libro di Francesca Mazzotta? Ne avevamo seguito e incoraggiato l'esordio con una vibratile sofferta commovente raccolta (Le ragazze del lago, CartaCanta, Capire edizioni) la ritroviamo con un libro dove quella stagione pare passata (ma non nell'anima come dice in una delle poesie più forti "Nostalghia") in favore di un più rigoroso controllo della materia, di una più acuta (apparentemente) coscienza letteraria dell'esercizio, uno strenuo lavorìo. Non a caso porta il viatico di un buon professore dj metrica come Stefano Colangelo e di una poetessa molto sensibile alle performance della lingua come Rosaria Lorusso. Dopo la partenza degli eroi (e la loro trasformazione in nutrimento, come avverte la autrice in una delle numerose note finali), si vorrebbe stare non come si sta ("o con me stessa, ma con gioia") si diviene forse – come nelle prose finali – "un rancore cedevole, sono la mia stessa tentazione, che fugge, languida, scompare, andare, a ritroso, ritornare".
La forza tellurica, scomoda, appena velata da una artisticità tessuta dalle molte letture (Montale ma anche Luzi e altri occhieggiano) sta in quel che Colangelo chiama "pagina" come "specchio di tauromachia". Il corpo a corpo con l'abbandono degli eroi e la "tentazione" di un perdersi che forse emula o vorrebbe essere un tornare si svolge in poesie (e a volte singoli versi folgoranti) traversati da una "notte invoracita" e da camicie azzurre che passano da un testo al successivo, specchio di tauromachia che si compone in gesti barocchi ("Roteavi la mano tulipano/ sulla mezzarancia/ fiumava il succo/ lontano ululava un'ambulanza") o in risonanze tra "sonno" e "crateri del senno". Gli eroi forse ci avrebbero salvati da noi stessi perché abbiamo "perso qualcosa sulle colline" e il mare non è più il luogo di "conchiglie col buco per tessere collane"?
Mi pare che Mazzotta, poetessa di vaglia, arrivi con questo libro a una soglia. Ci arriva con una forza prepotente indomabile addosso e che la sospinge. È anche carica di libri, sa le astuzie letterarie, si addottora all'Università, conosce l'alveare oscuro della letteratura. E arriva sulla soglia. Con una poesia che – sotto i broccati strappati della sapienza letteraria – pare quasi quelle sculture semibarbare con pezzi di vetro, piccoli specchi, piccoli bruschi totem. E sulla soglia ora trema, serissima, pronta.

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