Giusi Gallé

[Pensando a Giorgio Caproni]

Questa città d’ardesia,
levantina,
stretta in un laccio d’acqua e di appennini,
si allunga affamata d’aria verso il cielo.

I vicoli, vene di un corpo antico,
sono dedalo medievale che inghiotte
gente smarrita chissà quando e dove,
uomini seri in principe di galles
signore altere profumate di hermes.

Chiese a righe con nomi di martiri
è da secoli che guardano il mare

un mare che non porta più alle Americhe
per speranze o viaggi di piacere;

laggiù il porto è un termitaio d’uomini.

E sarà a Genova, con l’ascensore del Poeta,
che rivedrò i visi da troppo tempo perduti.

Francia

È un aprile dal bagaglio leggero
che fa viaggiare oltre confine,
tra il rosso delle rocce vulcaniche
e l’azzurro ancora intatto del mare.

Mentone, Nizza, la Grasse delle rose
con il suo ventre segreto di casbah;

più a nord la campagna di Van Gogh,
città d’arazzi e castelli di dame.

E poi le cattedrali di Francia
immense e oscure come foreste di pietra
con lame di sole a forzare le vetrate,

dove un dio troppo nell’alto dei cieli
annichilisce chi entra a cercar pace.

Venezia

Città di seta e di spezie
dai secoli immobili
contempli l’Oriente.

Sei chiglia di nave
che il tempo salmastro corrode;

nell’acqua raddoppi
le trine di marmo,
i ponti, i passi dell’uomo.

Sei perla di luce
e fantasma di nebbia,
solitudine e grida di folla.

In questo miraggio,

Venezia,

io mi perdo.

Bussola

Sempre nel sangue mi scorri
terra dei padri
mai calpestata, da me tanto lontana.

Quei racconti di mandorli a febbraio:
"io  tornavo ed erano già in fiore",
di asparagi selvatici e di zolfo,
guerre con spade di legno
e feudi antichi.

Da troppo sei volato come un falco
stanco d’età e di lunga nostalgia,

ma rimani sempre nel mio cielo
ago di bussola che indichi la via.

Preghiera

C’è una donna che tesse e canta,
o forse prega,
nella campagna arsa.

La veste nera è una culla di lutti
per piccoli figli e uomini sfiancati
in questa terra di ulivi e pastori,
di mandorle e di grano da falciare;

troppo lontano è il mare, gli sciabecchi.

Lascia che in sogno io ti sieda accanto
e porga la mia fronte alla tua mano,
come se un secolo non fosse mai passato.

Saranno sguardi sconosciuti e chiari.

Passione

È un’esplosione rossa di fiori
un grido liberato dalla gola

questo maggio che spezza le catene
del pudore di bocciòli chiusi.

Ci sarà tempo per accogliere l’autunno
per spogliarsi delle vesti scintillanti
e rinchiudersi in una gabbia di decoro.

Meglio avvizzire tra le pagine di un libro
tra poesie fatte rosse di passione.

Veranda

Il tramonto che filtra dai vetri
avvolge oggetti e vite dismessi
con luce rosa come tormalina.

Questa veranda è la mia casa sull’albero,
una prigione incantata per sogni,
rifugio bambino da troppa realtà.

E come nella stanza di Virginia
io, piccolo ragno maldestro,
intesso ragnatele di pensieri
che si rompono a ogni refolo di vento.

Il dio dei poeti è così avaro,
a pochi eletti si concede intero
e noi che non siamo semidei,
ma umili pastori di parole,
assetati beviamo qualche goccia
della sua liquida sovrumana sostanza.

Acrobati

Si può dire che questo tempo è felice
buono e ammaccato come un frutto caduto.

Serenità su una capocchia di spillo,
per acrobati in un circo senza rete.

Attesa

Troppo lungo il mio sonno,
dormo in un tronco d’albero
con scorte di abitudine,
come lo scoiattolo d’inverno.

Fuori è una foresta baltica,
l’aria è pura di freddo,
l’airone cinerino spiega le ali e
il cigno reale abbaglia di bellezza;

è un regno verde di laghi e betulle.

Sciogli tu l’incantesimo che mi lega,
accorda il tuo passo con il mio.

Sono mille anni che ti aspetto.

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